Con un soggetto singolare di valore collettivo (specie se seguito da un sostantivo plurale in funzione di specificazione) o con un pronome indefinito seguito da partitivo non è rara la concordanza «a senso», al plurale. Esempi: «una piccola folla di uomini, di donne e di bambini erano sulla strada» (Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 15); «nemmeno in un deserto questa gente ti lasciano in pace» (Pavese, La luna e i falò, 64); «nell’interno c’erano una decina di persone» (Tabucchi, Notturno indiano, 65); «un po’ di calcoli interni alla DC consentono di dar corpo a una tentazione che potrebbe impadronirsi della segreteria» («la Repubblica», 20.6.1987, 2).
Diverso il caso di un complemento partitivo che regga una proposizione relativa: in tal caso, infatti, il pronome relativo andrebbe sempre riferito al partitivo e il verbo concordato al numero di quest’ultimo (ad esempio: «non bisogna piangere per nessuna delle cose che oggi accadono» Vittorini, cit. in Brunet 1981: 143; = per nessuna di quelle cose le quali…). Ma talvolta si ha nell’italiano colloquiale l’accordo al singolare col sostantivo reggente: «Franco Bassanini, deputato della sinistra indipendente, uno di quelli che c’è sempre, dal lunedì al sabato compresi» («l’Espresso», 8.11.1986, 19).
Accordo del participio col soggetto
Nell’italiano antico e modernamente solo in alcuni modi idiomatici o in un registro molto informale, l’anteposizione del predicato ad un soggetto plurale può comportare l’accordo al singolare (cfr. Brambilla Ageno 1964: 159-176): «fu fatto beffe di loro» (Sacchetti), «comparse molti soldati» (Cellini), «non vi fu per me né divertimento né amici» (Alfieri). In epoca più vicina a noi: «mi viene i bordoni soltanto a pensarci!» (Collodi, Pinocchio, 37); «mi par mill’anni, ogni giorno, che suoni la campana per ritornarmene qua a giocare, a fare anch’io il bambino» (Pirandello, Pensaci, Giacomino!, VII 46); «c’è degli impresari che, se non compagni, sono nostri amici» (Calvino, Racconti, 453).
Accordo del participio col complemento oggetto
In effetti, l’uso più tradizionale sembra essere o essere stato quello di accordare il participio col complemento oggetto, sia che questo seguisse il participio, sia che lo precedesse (essendo rappresentato da un pronome personale o relativo). Vediamo qualche esempio per le varie possibilità:
a) Oggetto posposto: «abbiamo scelte le più belle [di piante]» (Pirandello, La vita che ti diedi, II 265); Gioele Sanna fino a poco tempo prima aveva frequentata la casa (Deledda, L’incendio nell’oliveto, 33); «dopo che […] mi ebbe portati i saluti di mia madre» (Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 75).
b) Oggetto anteposto costituito da un pronome personale: «chi ti ha accompagnata?» (De Marchi, Demetrio Pianelli, 169); «il Signore Gesù […] ci ha preceduti nella dimora eterna» (Messale festivo, 314).
c) Oggetto anteposto costituito da un pronome relativo: «certi bottoncini di brillanti che suo padre aveva portati alle nozze proprie (Fogazzaro, Piccolo mondo antico, 28); «Cristina, la cara creatura, affettuosa e malinconica, che io ho vista piangere tante volte» (D’Annunzio, Trionfo della morte, 108); «le molte udienze che Re Ferdinando gli aveva concesse (Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, 25).
Senza fondamento appare una norma propugnata in Fornaciari 1881: 309 e ripresa da taluni grammatici successivi, secondo la quale «il participio passato (nei tempi composti) deve regolarmente restare invariabile e non accordarsi in numero e genere coll’oggetto plurale o femminile, quando questo gli sia posposto: deve invece accordarsi in numero e genere coll’oggetto medesimo, quando questo gli sia anteposto».
Luca Serianni, Grammatica italiana, Utet, 1989