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per la Nuova Zelanda...
Non avrei mai potuto immaginare, che l'affetto e la gratitudine potessero arrivare a tanto. Questa la parte maiolicata del "comedor" del refugio por peregrinos la "casa de pan" dei miei cari fratelli e amici, missionari argentini. No, non avrei potuto immaginare che, accettando il loro invito a stare da e con loro scoprissi scolpito il mio nome sulla parete come pietra angolare solo per amore e in ricordo dei nostri trascorsi, condivisione e opera per il Signore. Sensazioni ineffabili. Emozioni...
Il loro cibo non è sempre solido, il loro pane è di vita, la loro casa è una sorgente, la parola di Dio è la fonte di tutte le benedizioni. Grazie di cuore, grazie per la vostra accoglienza e il tanto amore.
lan ✍️
♠️_La felicità è reale solo quand’è condivisa.
🖤🌹
©️Licaonia Lupe
RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
L'INFLUENZA POLITICA NELLA MAGISTRATURA
Prima della riforma:
Senza questa riforma la legge ordinaria dovrà continuare a rispettare tre vincoli strutturali della Costituzione:
1. Siccome il CSM è unico ogni requisito deve essere compatibile con il fatto che giudici e PM fanno parte dello stesso ordine e partecipano allo stesso sistema di autogoverno.
2. L'elezione diretta con votazione da parte dei magistrati (con pluralità di candidati) è un presupposto implicito del modello costituzionale. Ad oggi la legge ordinaria non può trasformare l'elezione in un sorteggio in cui il Parlamento può decidere requisiti e platea dei candidati, perché ciò altera la struttura del CSM prevista dalla Costituzione.
3. I requisiti non possono restringere eccessivamente l'elettorato passivo (i candidati) poiché il CSM unico rappresenta l'intera magistratura, restrizioni troppo forti sarebbero censurabili per violazione del principio di rappresentatività interna.
Dopo la riforma:
Questo nuovo assetto costituzionale amplia la potestà della legge ordinaria, mediante la quale la maggioranza parlamentare può fare ciò che prima era precluso, tra cui:
1. Stabilire regole ampiamente differenziate tra giudici e PM: Reclutamento, avanzamenti, mobilità, valutazioni e doveri possono ora essere definiti in modo separato senza confliggere con la Costituzione.
2. Disegnare una struttura gerarchica più forte per il pubblico ministero:
Il legislatore può prevedere poteri più ampi per i vertici delle procure e maggiore vincolo gerarchico interno, cosa difficilmente compatibile con il sistema precedente.
3. Definire autonomamente la disciplina dell'Alta Corte: tipi di illeciti, sanzioni, procedure e modalità decisorie possono essere modellati dalla legge ordinaria, compreso il ruolo dei membri laici e, mediante legge ordinaria, anche i requisiti dei membri togati.
4. Stabilire i requisiti per entrare negli elenchi da cui verranno sorteggiati i membri togati dei due CSM:
La selezione preliminare degli eleggibili, prima rigidamente vincolata dal sistema elettorale unificato, può ora essere normata con criteri che incidono sulla composizione effettiva degli organi di autogoverno. Cioè, la Costituzione ora rinvia esplicitamente alla legge ordinaria la definizione dei "requisiti per entrare negli elenchi" da cui avverrà il sorteggio.
Questo significa che la legge ordinaria può: restringere significativamente il gruppo di magistrati che entrano nell'elenco; selezionare indirettamente i profili; escludere alcune categorie in modo non più contestabile sul piano costituzionale.
Questa capacità non esisteva prima, perché il sistema elettivo rendeva incostituzionale un filtro troppo selettivo sul corpo eleggibile.
Fonte: Pagina Stop ai politici inutili
mi piacerebbe se ci fosse nella mia vita qualcuno in grado di essere felice per le mie "belle notizie" come io sono sinceramente felice per le notizie belle degli altri.
*prenderefiato*
Vaffan-Q Fast
Sono andata in farmacia con una richiesta semplice: qualcosa di più potente della camomilla, ma meno devastante delle benzodiazepine. Niente melatonina, ché devo restare vigile e non collassare russando sulla tastiera, e possibilmente non in gocce, perché aspettare che escano una parolaccia alla volta dal contagocce mi fa girare le ovaie (ho detto ovaie?).
Il farmacista, con la delicatezza tipica di chi ha studiato il principio attivo ma dimenticato il principio della discrezione, ha iniziato a disquisire a voce alta delle opzioni disponibili. Una vera dissertazione scientifica itinerante tra gli scaffali, in modalità megafono, degna di un seminario universitario. Solo che invece dell’aula magna della Federico II, c’era una farmacia grande quanto un salotto IKEA e affollata come la metro delle 7:00 a Piazza Garibaldi.
Nel tempo che ha impiegato per scandagliare ogni possibilità tra capsule, compresse, infusi e un paio di pozioni magiche, si è formato un comitato popolare spontaneo. Ognuno ha iniziato a consigliare il proprio prodotto del cuore, testato personalmente e garantito con più fervore di un venditore di QVC. E così mi sono sorbita l’ansia da post-pensionamento del signor Giovanni, le caldane della Sabina quando al marito hanno tolto la prostata, la depressione post partum della nuora della sorella della signora Margherita, l’insonnia cronica di Gennaro, ex guardiano notturno che ha perso il lavoro e, a quanto pare, anche la capacità di dormire.
E lì, nel bel mezzo della discussione su estratti vegetali e neurotrasmettitori, mi sono sentita piccola. Piccola come una capsula da 0,25 mg. Perché io non voglio essere al centro dell’attenzione. O almeno non così. E lo so che, a guardarmi tutta in tinta, truccata, piastrata, e senza un dramma clinico o una sciagura esistenziale da condividere, sembravo la solita donna di mezza età che va in crisi isterica per un’unghia spezzata o si dispera se si accavallano gli appuntamenti dal dentista e dal parrucchiere.
E invece no. Ero solo una persona sinceramente, profondamente, onestamente stanca. Delusa. Sotto pressione. Ma provateci voi a spiegarlo al tribunale popolare del bancone farmaceutico.
Io manco ci provo. Perché, onestamente, me ne frega un quarto di niente delle opinioni altrui, dei sorrisetti malcelati, delle diagnosi da bar e del bisogno che ha il mondo di incasellarti in un cliché digeribile.
Ora capisco perché la gente ordina i farmaci su Amazon.
Alla fine, veramente in imbarazzo perchè ogni scelta comportava scontentare qualcuno dei presenti, mi sono fatta coraggio e ho preso quello che mi stava consigliando la maestra delle elementari di Figlia2. Una donna con una vita familiare che definire incasinata è come dire che il Vesuvio è una collina un po’ nervosa. Ogni mattina insegna a contare a ventiquattro indemoniati tra urla, caccolette e genitori psicotici su whatsapp. Se riesce a rilassarsi lei, senza melatonina, senza gocce, e senza farsi monaca tibetana... allora forse funziona anche per me.
Il farmacista mi consegna il mio pacchetto con un “Mi faccia sapere, sono qui a disposizione” e occhiolino incluso. Avrei voluto rispondere “Le faremo sapere”, in stile ufficio casting. Invece ho detto grazie, con quello che spero fosse un sorriso. O almeno somigliasse più a un sorriso che ad una paresi.
E niè... Kest’è.
🖼️🛥️🥖🥐🗼💞
Paris
(…il racconto in sospeso…)
Ci incontrammo tra i viali ordinati del Jardin du Luxembourg, dove Parigi respira con grazia lenta, quasi femminile. La ghiaia scricchiolava sotto i passi come un segreto appena svelato, e le sedie verdi, sparse sotto gli alberi, sembravano messaggi in bottiglia dimenticati da amori precedenti. Il profumo dell’erba appena tagliata si mescolava a quello dolce dei tigli, un profumo morbido che si posava sulla pelle come seta.
Ti vidi avanzare lungo il viale, e per un istante Parigi si raccolse attorno a quella traiettoria. La luce filtrava tra le foglie e scivolava sul tuo viso come una carezza. Non ci fu fretta. Solo uno sguardo lungo, pieno, che apriva lentamente uno spazio nuovo tra noi. L’incontro non fu un’esplosione, ma una lenta accensione.
Seduti accanto alla fontana, le nostre spalle quasi a sfiorarsi, sentii la timidezza sciogliersi come zucchero nel tè caldo. Parlare era semplice, ma sotto le parole scorreva un fiume più profondo. Le dita si muovevano lente, come se già conoscessero la strada. Il sole scaldava la pietra chiara del palazzo, e Parigi ci osservava con discrezione elegante, come una donna che sa e non dice.
Uscimmo dai giardini con passo leggero, attraversando strade in cui il passato e il presente si fondono e dove il tempo si dilata. Nei caffè del Quartiere Latino il profumo del caffè tostato si mescolava al burro caldo dei croissant. Le tazzine fumavano tra le mani, e il calore si trasmetteva dalle porcellane alle dita, dalle dita al cuore. Quando ridesti, con una briciola rimasta sulle labbra, capii che la bellezza non è sempre nei monumenti. A volte è minuscola, fragile, viva.
La Senna ci accolse con il suo respiro. Scorreva lenta, con quella sicurezza che hanno le cose eterne.
Lungo le rive, i bouquinistes aprivano le loro scatole verdi una dopo l’altra, come scrigni pieni di memorie. Libri ingialliti, stampe sbiadite, cartoline dimenticate. Le pagine si sollevavano appena, mosse dal vento, producendo un fruscio sottile, intimo, come una conversazione segreta tra epoche diverse. Mi fermai a sfiorarne una. La carta era ruvida, viva. Tu ti avvicinasti, e per un attimo restammo lì, spalla contro spalla, a leggere parole che non erano nostre, ma che sembravano parlarci lo stesso.
I battelli lasciavano scie tremolanti, e l’acqua rifletteva il cielo come un pensiero fuggevole. Camminammo sui ponti mano nella mano, e il contatto aveva qualcosa di inevitabile, come se fosse sempre stato scritto.
Davanti alla cattedrale il tempo si fece denso. Le torri si alzavano come colonne di memoria, e le vetrate filtravano luce colorata che ci cadeva addosso come pioggia silenziosa.
Dentro, l’aria era fresca, quasi sacra. I passi risuonavano nelle navate, e il tuo respiro accanto al mio diventò un ritmo condiviso. Non guardavo più solo l’architettura. Guardavo te dentro quella luce, e sentivo nascere qualcosa di più intimo, più vero.
Al Louvre il cortile ci accolse con la sua geometria severa. La piramide di vetro rifletteva il cielo come uno specchio curioso. Dentro, l’aria aveva un odore lieve di cera. Le sale erano lente, ampie, sensuali nel loro silenzio. Ogni quadro era uno sguardo che ti attraversava. Ogni statua una pausa trattenuta nel marmo. Quando ci fermammo davanti a un dipinto, non commentammo subito. Ci osservammo. Volevo capire cosa vedevi tu, quale dettaglio ti faceva sorridere, quale ombra ti commuoveva. La scoperta dell’arte diventò scoperta reciproca.
Non solo cosa amiamo, ma come amiamo.
I passi riecheggiavano sul pavimento lucido, ci perdemmo apposta, scegliendo corridoi a caso, ridendo piano quando ci ritrovavamo davanti alla stessa scalinata.
Camminavamo vicini senza toccarci sempre, e proprio in quella distanza sottile cresceva il desiderio. Guardarti osservare l’arte era come leggerti. Scoprivo le tue pause, i tuoi stupori, le tue fragilità. E mi accorgevo che stavo lasciando intravedere le mie.
La sera arrivò come un velo leggero. Ai piedi della torre la città tremava di luci. Decidemmo di salire a piedi, lentamente, come si fa con le cose che contano. I gradini vibravano sotto le scarpe, il ferro respirava. A ogni rampa il fiato si faceva più caldo, la pelle più viva. Ridevamo piano, tra una sosta e l’altra, con quella complicità che nasce quando la fatica diventa condivisione.
Più salivamo, più Parigi si apriva sotto di noi. I tetti diventavano onde, la Senna un nastro d’argento che scivolava tra le luci. Il vento si infilava tra i capelli, sollevava i vestiti, accarezzava la pelle con dita fredde e leggere. Sentivo il cuore battere forte, non solo per la salita. C’era una vertigine dolce nell’aria, qualcosa che sapeva di promessa.
Quando arrivammo in alto, la città esplose in silenzio. Un mare di luci, tremolanti e vive, come stelle cadute sulla terra. Restammo immobili, vicini, con il respiro ancora irregolare. Ti guardai e vidi nei tuoi occhi lo stesso tremore che sentivo dentro. Non era solo stupore. Era riconoscimento.
Il mattino dopo Parigi aveva un altro volto, più intimo. Nei caffè il tempo si muoveva lento, tra cucchiaini che tintinnavano e giornali sfogliati piano. Il croissant caldo si sfaldava tra le dita, lasciando odore di burro e infanzia. Ridemmo ancora, e la leggerezza aveva qualcosa di profondamente femminile: morbida, accogliente, luminosa.
Le pasticcerie erano piccoli altari di dolcezza. Macarons lisci come porcellana, vaniglia nell’aria, mandorle tostate. Spezzare una baguette fu un gesto quasi primordiale. Il vapore caldo salì verso il viso, e in quell’istante Parigi mi sembrò un corpo vivo, caldo, pulsante.
La sera salimmo verso Montmartre. Le scale erano ripide, ma sembravano portare altrove. Le luci si facevano più dorate, la musica più vicina. Una fisarmonica si infilava nell’aria come un ricordo. Poi il rosso improvviso del Moulin Rouge, acceso come un battito. Eccessivo, sensuale, libero.
Seduti su un muretto, guardando la città distendersi sotto di noi, capii che la scoperta più grande non era Parigi. Era il modo in cui mi sentivo accanto a te. Più aperta. Più viva. Più donna.
Parigi ci aveva fatto da specchio. E in quella notte morbida, sospesa sopra i tetti, compresi che non stavamo solo visitando una città. Stavamo imparando a sfiorarci, a riconoscerci, a restare. Lentamente, profondamente. Come fa Parigi con chi decide di amarla davvero.
❤️🔥🎩👠
Buongiorno così 😁🤣🤣