I “Passages” dalla residenza
#Finestre
#Nella dissimulazione amorosa
Buio.
Luce.
Lo spazio è vuoto. Entra e si siedie. Fin da subito sembra si inneschi una sorte di confessione. Parole sfibrate fuoriescono dal fragile ma ben saldo corpo di quella figurina che dal fondo si staglia. Esile, coperta da un montone anni 70, come lei stessa sottolineerà più avanti, penetra lentamente in una dimensione altra. La cornice penetra sempre più fortemente dentro a un’atmosfera onirica, o meglio si inserisce in quel sottile varco che solca il confine tra il sogno e la veglia: è lì che la realtà si fa più vera del vero proprio perché così irreale. Una donna racconta il suo sogno di elaborazione di una fine. Ma non c’è niente da elaborare. La fine è già avvenuta. Lei è felice, ma deve fingere di trovarsi e di vivere l’incubo. I tic e i movimenti lenti, come assopiti ma vigili, portano in un altrove nel quale la figurina più volte sembra domandarsi, guardandosi intorno, dove si trovi.
A chi posso raccontare tutto questo?
A chi posso dirlo?
Buio.
Lo spazio si svuota.
Luce.
Lei rientra di nuovo, stringe ancora nelle mani la sua sedia che posiziona di sbieco con violenza. È arrabbiata ma a tratti si volta quasi sorridendo. Poi entrano lui e l’altra. Lui è moro e vigoroso, l’altra è bionda, quasi eterea. In nero lui e lei, in rosso l’altra. Una musica francese suona gioiosa, ritmica e veloce. Si guardano e iniziano.
Il silenzio non è mancanza di narrazione anzi pone accenti diversi e più forti ai ritmi e ai dialoghi gestuali che le tre figure innescano.
Tra la notte e il giorno sembrano stagliarsi parole mute che rimbalzano da un corpo all’altro, abitando un gesto e poi travalicando un corpo per giungere allo sguardo dell’altra.
Qual è il vero tempo in cui si vive?
È il presente?
[…]
Il presente: adesso, oggi, domani. Il tempo che mi sta attorno […] questo tempo del quale posso con certezza dire che tu non ci sei più, né ci sarai.
Oppure è il passato il vero tempo? Ondate violente di ricordi, detriti, pezzi di legno, una matassa compatta trasportata da un’acqua invisibile che viene a depositarsi attorno alle mie gambe e ferite, taglia, mutila. Cose già avvenute che continuano a ripetersi nella mia testa.
Oppure è il futuro il tempo vero?
[…]
Qual è il vero tempo?
[…]
Buio.
Lo spazio si svuota.
Luce.
La scena si ripete, ma la musica cambia. Il ritmo elettronico sembra trasfigurare le azioni pur mantenendo fede alla stessa narrazione. I gesti si fanno frammentati quasi robotici e gli sguardi, a tratti persi, urlano aiuto. L’altra, qui, è vibrante, impaurita dal nuovo orizzonte che la travolge.
Sono matassa di smarrimenti
Senza disegno, sono calce
viva sotto pelle di tamburo che vibra.
Buio.
Lo spazio si svuota.
Luce.
La scena si ripete, ma la musica cambia. Il ritmo ora è lento, il suono di un pianoforte riecheggia. I movimenti si fanno lenti, quasi attutiti da una aria che sembra ora più pesante. Si precisano i gesti, si puliscono e fanno più diretti.
Lui qui è più crepuscolare e si fa più tangibile e reale il conflitto che vive.
Perdo oggetti ovunque
semino smarrimenti.
Per non farti male.
Buio.
Luce.
Vuoto.
È il momento dell’abito. Quell’indumento significativo del carattere e del conflitto che ogni personaggio sta vivendo si trasferisce da un attore all’altro generando un cortocircuito sentimentale tra l’attore il suo personaggio e il personaggio rappresentato dal vestito dell’altro.
È un flash. È la resa visiva di un conflitto che prima, seppur già visibile, era tutto interiore, abissale al personaggio stesso.
Nel gioco scenico, che è processo creativo, si fa visibile la lenta e spesso insondabile costruzione del personaggio.
[in corsivo parole “prese a prestito” da Simona Vinci e Chandra Livia Candiani]
*nella residenza #FINESTRE