Il mio amico Oscar
Di: Camillo Anzoini
Nel lontano 1985 lascio Formia, la mia città natale, per trasferirmi a Caserta, città di mio padre. Mia madre, insegnante alle medie, aveva avuto il trasferimento a Sparanise, piccolo centro in Terra di Lavoro. La famiglia, finalmente, si ricompone sotto un unico tetto. Mio padre lo vedevo solo nel weekend quando riusciva a venire a Formia. Solitamente arrivava il venerdì sera ed andava via la domenica. A volte dopo pranzo, altre dopo cena. Cosa faceva cambiare l’orario del saluto? La partita della Juvecaserta. Se giocava in casa, mio padre pranzava e scappava al Palamaggiò. Altrimenti si seguiva sul Televideo o via radio nazionale l’esito della partita dei bianconeri, cena e ritorno all’ombra della Reggia.
Io non avevo mai visto una partita di basket, né mi interessava qualcosa di quello sport: guardavo solo il pallone ed il mio mondo era confinato nella roccaforte del Nicola Perrone di Formia, stadio piccolo e fatiscente della locale compagine. Anzi, mi stava anche sulle palle quella squadra di basket casertana che mi privava della presenza di mio padre la domenica pomeriggio. Mia madre ottiene il trasferimento, ci muoviamo verso Caserta. Vi risparmio l’impatto traumatico con quella che, ora e con fierezza, è e sarà sempre la mia città. Una domenica mattina, mio padre mi dice: “Oggi ti porto a vedere una cosa”. Immagino che sia arrivato, finalmente, il momento di visitare la Reggia o, al massimo, mi avrebbe portato al Pinto per vedere la Casertana. Nessuna delle due cose (a vedere i Falchetti ci sono andato con mio padre che, però, non mi ha mai portato al Palazzo Reale… giusto per la cronaca). Si fanno le 16:30 circa, ci muoviamo verso questa sorpresa. Strada lunghissima, tra montagne, curvoni e poi l’approdo ad una piana. È Pezza delle Noci. In lontananza, nel nulla, un casermone pieno di luci: il Palamaggiò. Io che odiavo il basket, obbligato a vedere una partita. Si gioca Mobilgirgi Caserta contro Arexons Cantù. Entro, si fatica a respirare vista la coltre di fumo che ci accompagna al posto. Frastuono impressionante, uno addosso all’altro, ma papà ha preso il parterre. Roba da ricchi. Un longilineo giocatore con la canotta numero 18 infila la prima tripla. Poi la seconda. La terza. Segna anche da centrocampo. Fu amore a prima vista e, da quel giorno, decisi che non avrei avuto alcun eroe che non fosse quel ragazzone in maglia bianconera. Era Daniel Becerra Schmidt, più semplicemente Oscar. ‘Oscar mitraglia, il grido di battaglia’' l’ho imparato subito questo coro della Gioventù Bianconera. Così come ho imparato a fare le file chilometriche, al lunedì, con mia madre per accaparrarmi due biglietti per ammirarlo la domenica seguente. Amore a prima vista e se oggi sono quello che sono, se ho deciso di dedicare la mia vita alla pallacanestro, è colpa della Mao Santa. Non potendo minimamente essere un giocatore decente, non avendo la pazienza per fare il coach, mi sono dedicato alla scrittura che, forse, mi riesce anche meglio. Quel giorno, non lo sapevo, scelsi che la mia vita sarebbe stata dedicata a questo meraviglioso gioco.
Quante lacrime hanno solcato il mio viso per le due finali scudetto perse, per quella maledetta notte di Atene dove Petrovic mi fece capire perché lo chiamavano il ‘Diavolo di Sebenico’. Quanta rabbia anche perché mio padre, per motivi di lavoro politico, non poteva essere con me, sul letto di casa davanti a Tele Capodistria, ad ascoltare l’immenso Sergio Tavcar raccontare l’epica finale di Coppa Coppe. Ogni due minuti chiamava a casa e la prima domanda era: “Oscar quanti punti ha fatto?”. Quella finale sappiamo tutti come andò. Che rabbia.
La rabbia cresce, anche oggi, se penso che Oscar ha vinto solo una Coppa Italia con la Juvecaserta. Ma la sua leggenda non svanirà mai per queste vie distrutte del capoluogo di Terra di Lavoro. La leggenda di una mitragliatrice umana che poteva vestire le canotte o dei New Jersey Nets che l’avevano scelto in NBA, oppure del Real Madrid. Mao Santa diceva sempre ‘no’; doveva vincere con Caserta. Poi l’addio nell’estate del 1990; una scelta coraggiosa che poi ha pagato col primo scudetto a sud di Roma. Una scelta che è costata la presenza di mio padre al Palamaggiò: da quel giorno ha visto solo due partite (ovviamente la sfida tra Caserta e Pavia ed un derby Caserta-Napoli deciso con un canestro a fil di sirena da parte di Billy McCaffrey).
È inutile fare la lista dei punti realizzati, dei trofei vinti, delle maglie indossate: per quello andate su Internet se non sapete di chi sto parlando. Oscar è quanto di più poetico si sia mai visto su un campo da basket in Italia. Non me ne vogliano i tifosi delle altre squadre che, giustamente, dissentiranno perché, casomai, preferiscono attribuire questa mia affermazione ad un giocatore che ha vestito la canotta della loro squadra del cuore. Ma avete mai visto una partita di Oscar? Poesia pura. Esultanze sfrenate ad ogni canestro, anche se metteva un misero ‘tiro libero’ doveva mostrare i pugni ed urlare. Un urlo che ha accompagnato la mia giovinezza e che faceva muovere anche Sua Maestà Diego Maradona al Palamaggiò: sì, anche il D10S del futbol mondiale era fan di Mao Santa e, quando poteva, veniva a Pezza delle Noci a tifare Caserta. Per dirvela in breve: nella mia città, in qualsiasi squadra di questa provincia, se scegli di giocare col numero 18 significa che sei il migliore o quello che segna più punti. Da noi avere la 18 equivale ad avere una 10 nel calcio a qualsiasi latitudine del pianeta.
Il giorno che è ritornato, per la prima volta, da avversario a Caserta s’è stretto il cuore a tutti. Ancora di più quando ha scelto il Palamaggiò per la sua ultima partita. Quel giorno potevo tranquillamente avere l’accredito stampa per assistere alla gara: decisi di andare in curva, dopo tanto tempo, per gustarmi quello spettacolo come un qualunque tifoso. Come la prima volta che l’ho visto giocare su quelle lastre di legno. Da solo, nella parte superiore della curva Ancilotto dell’Inferno Bianconero e non nel parterre. L’unica diversità dell’ultima volta a differenza della prima. Da solo, con la sciarpa bianconera ad asciugare le lacrime che scivolavano sul mio viso. Come ad Atene. Ca***, ho pianto poche volte in vita e due volte per colpa di Oscar. Il suo discorso, poi, è stata la degna chiusura del cerchio: “Sono venuto in una piccola città del Sud, dimenticata, che nessuno la conosceva. Sono andato via che tutti quanti la conoscevano”: è la frase chiave per capire cosa ha fatto questo ragazzone brasiliano per la mia città.
Pochi giocatori di basket hanno, tra l’altro, avuto una canzone dedicata. Ovviamente a lui è successo ed è toccato al cantante brasiliano Dalvàn omaggiarlo. Ho provato ad imparare la canzone a memoria, ma fatico col portoghese. Comunque, se volete, provateci ed ascoltate
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L’amore per Oscar, nel mio caso, arriva quasi alla venerazione religiosa. Chiedo scusa a chi potrebbe sentirsi ‘offeso’ da quanto sto per dire ma, sopra il mio letto, non ho crocifissi o immagini sacre: ho una foto di Oscar marcato, anzi ‘aggredito’ cestisticamente parlando, da Mike Sylvester in un Virtus Bologna vs Juvecaserta giocato al Madison. Un foto d’epoca, originale, regalatami da un fotografo che ho subito incorniciato e messo sopra il lettino.
Altra reliquia sacra che ho gelosamente custodita è un altro pezzo d’antiquariato puro: Andrea, marito di mia sorella Letizia, un giorno, per il mio trentesimo compleanno, viene a casa e mi consegna il suo gentile regalo. Scarto, apro, è una canotta rossonera di basket. Sinceramente non mi viene in mente alcuna compagine. La stendo, numero 14. Vedo meglio: è la canotta del Flamengo… ovviamente di Oscar. Un pezzo unico che solo Andrea poteva regalarmi visto che è il figlioccio della Mao Santa. Mario, il papà di Andrea, è uno dei più grandi amici del cecchino brasiliano, quelli che Oscar chiamava affettuosamente ‘i miei cumparielli’ come Dino Sorbo tra l’altro (conosco bene anche lui ed ogni volta che parliamo di lui ci scappa sempre l’aneddoto e la commozione). Mario scelse Oscar per battezzare Andrea ed ecco che diventava facile poter possedere un simile pezzo. Come potete capire, c’è anche un legame familiare, alla lontanissima, che mi lega a O’Rey.
Letizia ed Andrea si sono sposati a maggio ed avevano invitato, ovviamente, anche Oscar. In quei giorni mi divertivo a dire ai ragazzi: “Tutti si faranno foto con lui e non vi calcoleranno”. È aprile, freddo sabato casalingo: Andrea decide di chiamare in Brasile, a casa della leggenda, direttamente dalla mia cucina. Mette il ‘viva voce’; risponde, credo, la domestica e capisce che cerchiamo ‘il padrone di casa’. Oscar risponde e dice: “Scccccciao (provate a dirlo così) Andrea”. Onestamente mi stava venendo da piangere: sentire la sua voce dalla mia cucina, incredibile. Quattro chiacchiere, Oscar fa capire che, pur a malincuore, non sarebbe potuto venire al matrimonio. Andrea, giustamente, ci rimane male. Un mese dopo scopriamo una cosa: due giorni dopo, Mao Santa sarebbe tornata sotto i ferri per il secondo tumore che l’ha colpito. Che strana la vita. Lui non ha smesso di lottare, continua la sua partita più importante e sapere che tutta Caserta è al suo fianco, credo, gli sia di grande conforto. Non ha mancato di ricordare la mia città anche nel discorso fatto, qualche tempo fa, durante la cerimonia per il suo ingresso nella Hall of Fame del basket mondiale. Uno che ha giocato a Caserta è nella Hall of Fame. Che gioia.
Ora che sapete anche questo, cari tifosi casertani e quelli che mi leggono in giro per l’Italia, sapete con chi prendervela. Io mi limito solo a dire: OBRIGADO MAO SANTA!!!











