Confondimi con qualcosa che hai in casa: una tazza, un mestolo forato, o con l’incarto del pane; che io possa avere una grazia comune, essere presa in mano o piegata e riposta, esser gesto quotidiano, ricordo di giochi, di prove di fuochi, di crosta nel latte. Un odore di soglia che avverti già sulle scale o la presa alla cieca, la sicurezza persino banale di trovarmi nello stesso posto, in uno stipetto o anche sul letto; esserti persino cara in qualche momento, quando tutto ti è estraneo e persino l’albero cambia forma, e la chioma notturna, diventa cava, grotta, e di fosforo diventano gli occhi, in fretta; fammi sillaba piena, sensata, serrata, trattami col senso che dà una riposante maneggevole realtà: son fatta di un solo mistero, le spalle controvento, le impronte cardiache, segnaletiche, in fila indiana. Usami, kaddove smarrisci la tua parola meridiana.
Daniela Andreis
















