(2015, Tief in Marcellos Schuld Records / Désordre Ordonné Records)
Anche se sapeva del suo arrivo, non potè che esserne stupito, quasi impaurito.
Si muoveva e danzava nella notte, ricordando un passato che ormai non gli apparteneva più.
Un, due, tre; un, due tre.
I suoi piedi tastavano il terreno con un'innata sicurezza. I muscoli stanchi si contraevano spasmodicamente, mentre cercava di mantenere l'equilibrio. Le pupille sbiadite dall'età e dal dolore scrutavano audacemente il buio, come l'ultimo sguardo di un capitano senza ciurma di fronte alle onde che presto divoreranno la sua nave.
Un, due, tre; un, due, tre.
“Esaudisci le mie preghiere:
Spogliami di queste vesti.”
Un, due, tre; un, due, tre.
Con le labbra corrucciate, come a voler baciare l'oscurità, si tuffava dolcemente in un abbraccio tantrico con le tenebre e abbandonava le sue membra a quella sensazione, così inebriante e soffocante al tempo stesso.
“Esaudisci le mie preghiere:
Lasciami riposare sul tuo giaciglio.”
E lentamente scompariva, inghiottito avidamente dalla notte.
I romanacci LVTHN. hanno valicato le Alpi con questo nuovo 4-way split, collaborando con tre band tedesche: Kratzer, Paan e rha. (nell'impresa hanno anche perso le vocali). Ritornano dopo due anni dall'ultimo lavoro e sono più incazzati di prima. Riff aggressivi e corposi si rincorrono senza fiato su un tappetto di piatti affilati e taglienti. La voce, a squarciagola e abrasiva, infligge stilettate ai timpani, mentre tutto brucia, avvolto da fredde fiamme grigiastre. Due canzoni da poco più di 5 minuti, cupe e violente, che corrispondono soltanto ad un quarto dell'intero split, ma si impongono e si fanno valere. Sicuramente un passo avanti rispetto ai loro vecchi lavori, sia per la qualità dei suoni, sia per come si sviluppano ed evolvono.
Anche i semplici menhir ritrovati in tutto il mondo rappresentano questo desiderio di elevazione. Come se l'uomo non fosse fatto per vivere sulla terra. Più di duemila anni fa c'era questa comunità, nata dalla stirpe dei Maya, che si era insediata nella regione di Jalisco, in Messico. Dopo l'arrivo dei conquistadores, ovviamente, uomini e donne sono stati sfruttati fino all'osso e i bambini estirpati dalle loro tradizioni. Questa popolazione era famosa per aver costruito la più grande piramide di sempre, più di centocinquanta metri di altezza per una superficie di circa seimiladuecento chilometri quadri. Insomma, svettava ben al di sopra dell'enorme Piramide di Cheope. Si dice che il re della tribù fosse impazzito a causa dell'abuso di droghe e perciò avesse meditato l'idea di questo progetto assurdo come dono per la divinità del vulcano Colima. Soltanto immaginarsi la quantità di materiale e manodopera utilizzati toglie il fiato. Tutti sapevano che quella piramide non sarebbe potuta rimanere in piedi, tutti sapevano di essere arrivati troppo in alto. Si accumulavano profezie di distruzione, gli oracoli più importanti non davano che pochi mesi alla piramide. Infatti, una notte fu lo stesso dio Colima a spazzarla via, come se ne fosse indispettito. Un'esplosione, il terremoto ne minò le fondamenta, la pioggia di detriti si accanì sulle colonne e il fiume di magma incandescente fece il resto. Si dice che il folle re si trovi ancora sotto le macerie e la lava solidificata, condannato a rimanere per sempre a terra, proprio lui che voleva fuggire nel cielo.
Post-rock e post-metal, si sa, vanno a braccetto, l'aggressività dell'uno completa la riflessività dell'altro. Ma utilizzarli in una formula originale e non ripetitiva è tutt'altra storia.
È questo il caso degli Aikira, quartetto marchigiano-abruzzese che nell'agosto dell'anno scorso esordiva con un omonimo album, carico di roccia e lava incandescente. Otto menhir nel mezzo di una pianura sabbiosa, disposti a cerchio in onore del sole. Per la costruzione di questo disco sono serviti architravi enormi e colonne ancora più imponenti, ma sappiate che alla fine la forza della natura spazzerà via tutto. A far da collante in tutto questo c'è anche un po' di fango, preso direttamente dalle viscere dello sludge e, perché no, anche un pizzico di noise. Due chitarre si sfidano a colpi di riff sferraglianti e tremolo picking, il basso partecipa con giri ipnotici e mesmerici. Intanto la batteria si arrampica a mani nude su pareti rocciose e scarpate che si affacciano sul nulla. Insomma, se non avete i soldi per permettervi un giro in moto tra gli aridi paesaggi del Messico potete ascoltarvi questo disco e farvi trasportare là.