Venerdì 24 Giugno 2016 il sole fermerà nuovamente il suo corso; gonfio di tutta la sua benevolenza s’arresterà sulla quieta Vallesina, illuminando la giornata-tipo del tipico Jesino, tinteggiandola color miele, sotto le chiome degli alberi l’aroma delle ciliegie.
Incrociamo le dita.
E così il quinto capitolo si terrà di venerdì, a voi il sacro sabato.
Cinque band in una staffetta tra due palchi, ma prima il pacchetto 2x1 di Andy Borotalco e Supermelodia, insieme, che romperanno le prime corde della serata. Quindi sei band. Sette. Sei e mezzo.
Free Camping come per le edizioni passate, oggettistica varia nei luminosi mercatini, il festival è anche una piccola fiera; le distro sempre bellissime, la ciccia e la verdura, la grigliata per le belve, poi la birra, la birra.
Ed ora gli altri musici della serata:
Marmore
Ludmilla Spleen
Hartal!
The Great Saunites
Paperoga
Terminati i concerti il festival si spezzerà in due, e ognuno potrà testare la propria ubriachezza come più sente opportuno: mettendo alla prova la propria coordinazione con il dj set firmato BloodySound Fucktory, strimpellando qualche strumento nella specialissima Jam Session marchio di Agatha Speaks. Stavolta ci saranno chitarre e basso, congas e djembe, schiamazzi: una cosa più delicata del nostro solito, ma neanche troppo.
Si apre alle 19:00, Osteria del Ciliegio.
Si entra versando un piccolo contributo per la serata.
Ad accogliere il vostro imperioso ingresso i vinili senza età di Stroccamix.
Poi niente: la notte è vostra.
Le braccine di Agatha hanno aiutato il Collettivo Sonar nell’organizzare tutto questo, le tante voci di che parliamo sono di Icore Produzioni, BloodySound Fucktory, The New-Noise e Cavalca-via.
Link all’evento:
https://www.facebook.com/events/1098749640168102/
Ci siamo svegliati domenica mattina che era di martedì.
"Faccia di merda!". Il mio gatto, Isidoro, è di nuovo entrato dove non avrebbe dovuto. E' un'espressione coniata appositamente per determinate situazioni: il fatto che si usi "faccia" al posto di "muso", sta ad indicare una parità di doveri e diritti all'essere umano. Un uomo solitamente non caga nei letti altrui, ed è proprio quello che fa Isidoro quando subisce un torto. Magari potessi farlo anch'io! Arrovellandomi e tirando madonne di cemento al mio super-io, m'appresto ad andare. Mezz'ora alle cinque: sole violento, maniche corte.
Il pallone volava alto nell'azzurro cielo rosso sangue, osservando placidamente il parcheggio attorno al TNT. Guardavamo il pallone con un'aria innocente e fanciullesca, sognando la sera. Rimbalzava e tornava su, rimbalzava, sbatteva contro i muri, contro i volti. Di lì a poco la figura del pallone sarebbe stata sostituita dal nostro cervello. Su e giù, di lato, contro il muro! Dov'è il pallone? Ce l'hanno i Cartavetro. Ma dov'è il pallone? Non ne ho idea.
Arrivata la sera, arrivati i gruppi e cibo bel bello sui piatti, il venditore di edizionifighedilibriapocoprezzo si fuma una sigaretta dietro l'altra. Cazzo, mi prendo Dickens con la copertina barocca. So che non lo leggerò mai ma, accidenti, la faccia di chi viene in camera mia è impagabile. Solo tre euro? Proprio così, amico. Odore d'erba in sottofondo.
…
Incontro Ale sotto palco, mi passa la parola. Ma cazzo, ho già la macchinetta fotografica in mano, occhio impegnato, non so se posso. Dannazione. Ci sono gli Edible Woman nell’obbiettivo, formazione ridotta, ammetto di non averli mai visti prima. Accendono i primi fuochi del Madreselva, divampano in un beat elettronico, serrato ed esotico, quattro quarti fatto per forgiare due natiche così. Stringo la presa sulla camera, voglio esser gli occhi della serata. Non so nulla in fatto di fotografia, so appena come si tenga in mano sto coso, ma di non esser capace ora me lo son dimenticato: il chitarrista ha il palco tutto per sé, lo sa bene e vuol farlo sapere pure a me, lo seguo nel display e mi sento un maledettissimo Harold Edgerton che tenta di immortalare un proiettile nell’esatto istante in cui fa esplodere una mela. Inizio col botto, mi volto e le facce son consenzienti. I Taras Bul’ba sono in tre. No sono in sei. No, è un solo tizio. L’esperienza parla chiaro, parla forte, vent’anni di musica alle spalle e queste rocce franano sul pubblico, sono sepolto. E’ psych, non so nient’altro. Suonato con maestria, precisione, destrezza, musica che marcia drittissima e muscoli distesi. E’ roba saggia. Ho pure preso il bassista che violento pesta sul basso, una posa che sembra stia sfondando il palco, un’aura potentissima: vai Harold, spacca tutto.
Respira... Sollievo, sollievo per un attimo, prima dei Crtvtr. Ho promesso al bassista di scattarne una montagna di foto, ma la macchinetta m’abbandona. Questa è quella buona, poi ne ho un’altra, una che fa solo scatti sfocati. Prestami il cellulare. Mi piacciono i Cartavetro, mi piacciono e non ho voglia di far foto, così la mia testa riesce a sviarmi dall’incarico. Mezzo concerto seduto a terra, stordito. “Perché state seduti?” Erano loro che l’ultima volta ce l’avevano chiesto? Non ricordo. Ma hey, dov’è il pallone? Chiudono il concerto come chiude il loro ultimo disco, la mia salma è diventata una meta turistica, i Gnoomes possono usarmi come gradino per salire sul palco. Giungono dal lontano est, ci portano la fredda Russia ed ora è un freddo bestiale qui al TNT. Devo dare il cambio all’ingresso, trascinatemi via per favore. Son tre ragazzi ben messi, pelle bianca, tratti freddi come la loro provenienza, l’impresa più ardua è guardarli negli occhi. Non ci provo, ma li ascolto con piacere dalla mia gelida posizione. Fanno largo uso di suoni elettronici, strutture dritte, ripetitive, ossessive, fluide, azzurre poi gialle, colori vivaci, di quando in quando morbidi, teneri, poi più ruvidi, sporchi, sotto le mie palpebre succede il finimondo, se chiudo gli occhi non li apro più.
Ale, Ale dove sei, prendi la parola, Ale tocca a te.
Eccomi, scusa. Gli Gnoomes mi hanno pietrificato talmente tanto da scordarmi completamente che in realtà sono seduto davanti ad un pc. Cristo, ho una voglia matta di sussurrare al chitarrista "delitto e castigo" nell'orecchio. Finiti i concerti, siamo stati attirati da un singolare tappeto sonoro che proveniva dall'altra stanza. Un percorso di fotografie nerastre e ben definite abbracciava le sue mura, vibranti.
Angeli scavati nella pietra, pellicole ossidate, polvere, costruzioni, buddismo.
Appena il corpo si posò a terra, i pensieri in testa volteggiavano e producevano bollicine come pesci in un acquario. C'era il pensiero rosso, quello giallo più tropicale ed infine quello blu, il più liquido di tutti. Sarà stata la stanchezza, sarà stato l'alcol, sarà stato semplicemente il fatto che la situazione era orchestrata ad hoc, ma difficilmente sono rimasto così coinvolto da una performance drone come quella sera. Il sogno si staccò all'improvviso, ricordandomi di essere effettivamente in un luogo munito di strafottutissima elettricità.
Un grazie speciale ad Alessandro Fiordelmondo aka Drugo aka Pensieri di un Cane per essere la calda culla dei nostri viaggi post-serata. Grazie.
Ma prima dei ringraziamenti, ci scoliamo una birra all’interno degli Spazi (Contro)versi di Jacopo Luchetti. Ci abbiamo messo un’ora a tentare di standardizzare quello spazio, ma niente da fare. Posizionato all’ingresso della performance audio-visiva del Drugo e della mostra di fotografie nerastre di Stefano Santaroni, ne è stato in qualche modo il guardiano.
Grazie, dicevo. Grazie a tutti per aver reso una sera una delle sere da ricordare. Grazie all'organizzazione, grazie alle band. Grazie alla pasta, grazie alle luci. Grazie al cemento, ai rumori, alle automobili.
Il pianeta dovrà aspettare a morire, grazie a tutti.
Ci siamo svegliati la domenica mattina che era di martedì, ed abbiamo ritrovato il pallone.
(2016, To Lose La Track / Already Dead Tapes / QSQDR)
Son tornati i Magi e han portato del tritolo al buon Gesù!
In disco il pienone, zeppo così di credenti, le prevendite son bruciate in meno d’una giornata e ancor prima che la notizia esplodesse per i canali mediatici. Mai visto una cosa simile? Parlano di noi anche in America, s’intasano le stazioni di tutt’Europa, è il più gran pellegrinaggio! Ma dov’è il nascituro? Non vedo, non vedo! Scansatevi idioti, lasciate passare, c’è chi vuol vedere, il pargolo non è solo vostro! O Madonna, ooops, scusi - cattive abitudini - è arrivato il Papa, è arrivato il Papa! HEY!! HEY!! Ma che fate, che fate? Lasciatelo passare! Attento, attento!! Ma Cristo dico io, un po’ di giudizio, il bambino piange, il bimbo è in lacrime mi dicono! Fatemi vedere, OH, vuoi lasciar passare brutto imbecille? Ma… muori! Hey tu, quella è una foto del nascituro? Ma piange, davvero piange? Fammela vedere – e abbassate ‘sta musica, possibile che tocca urlare? Hey, hai scattato una foto? Oi, oi stronzo! Vieni qua che ti strappo quel buco che ti ritrovi al posto della faccia! Fa vedere, fa vedere. Questa è la foto? Ma c’è anche la tua faccia, c’è solo la tua faccia, il bambino si vede appena, sembra una macchia nera sullo schermo!
Nel mentre i buttafuori tiravano pedate agl’infedeli e le madri ai figli dispettosi, promettevano la pena eterna. Nei tribunali si gridava lode al salvatore, non c’è più legge ora, l’imputato “son colpevole” diceva, ma colpevole di cosa? L’avvocato terminò con le sue arringhe, poteva protegger solo dalla legge. Il giudice lasciò la postazione piè veloce attraverso la sala, cadde a terra, scivolò come su d’una buccia di banana.
Tornate, son tornate! Ma come cosa? Le spugne in CARTAVETRO, le uniche adatte a scrostarti pelle e orecchie dopo un’accidentale serata in discoteca! Con la saponetta non ci fai nulla, butta via, ma che sei un carcerato? Ma fammi il piacere… Queste. Ora son tutto quello di cui hai bisogno. Una doccia e ti purificano, trentasette minuti e ne esci nuovo, guarda che pelle. Tocca, su, tocca! Non essere timido, senti che pelle. Ma ti pare? Dimmi se non ne vuoi già una, prova a dirlo. Non ci riesci? E ti credo! Vedi bene che non ti sbagli, guarda che pelle!
(Ora di pranzo).
Tornati, son tornati con un nuovo lavoro e l’attendevamo come s’attende l’avvento. Anche stavolta l’aria è tanto quella d’un canto collettivo, d’uno strillar tutti insieme, forte. Il biscottone di Streamo è stato inzuppato nel lattoso post-rock che tutti fa felice, ma con qualche venatura di vero caffè arabico che sul disco precedente no, non c’era.
Insomma è un cappuccino. Una tazza dalle giuste dimensioni, molto piacevole e non troppo scuro.
Da una certa carica.
Motivazionale, direi.
E con poca schiuma.
Zrzrzr crcr tutto al suo posto. L'ho sistemato io. Sì, ho fatto tutto da solo, li sopra.
Ma guarda che bello! Sì, troppo precisino. Ma guardalo bene; poi diamine sono o non sono una melolontha. Non fissarmi in quel modo, quale madre non farebbe ciò.
Crcrcr zrzrzr che fastidio. Mi piace il suono del pianoforte. No davvero, mi piace. Sì, vabè non mi stai ascoltando: insopportabile è quello che ci si siede sopra.
Dicevo, mi piace il suono del pianoforte, ma da brava melolontha, come mio padre mi ripeteva sempre, non devo arrendermi. Prima o poi, da qualche parte, si sbuca.
Certo, storie come quella di mio cugino sono cazzate. Non ho scritto "trapassare" insomma.
Poi lo sanno tutti che i cugini raccontano solo stronzate.
Ti confido che "zrzr crcr" lo dico solo per farmi comprender meglio. E lo so che non stai capendo lo stesso.
Ma è tutto così bello!
Anche se, effettivamente, ho appena perso il lavoro di settimane.
Quindi dovrei piangere.
Che poi lavoro io non lo chiamerei, è amore. Anche le melolonthe hanno sentimenti.
Quindi dovrei piangere.
Ma non è caldo li dentro?
Dai vieni quì. Possibile che non mi senti?!
E spat sbat ancora e ancora.
"Ric quindi scriverai qualcosa su i La Macchina di Von Neumann?"
"Sì."
"Grande, meritano."
Anche ad Ale son piaciuti.
Buona Musica! è un sette pollici contenente quattro canzoni.
Mi piacciono i lacrimoni rock che insaporiscono La Supposizione è la Madre di Tutte le Cazzate, e mi piace il rullante del batterista. Con Il finale storto e spigoloso di Bistecca, la mia preferita, si beccano il bollino "matti-belli". Mi piace un po' di meno Ecco, appunto. L'esplosione rumorosa di Segmentation Fault non me l'aspettavo, figa.
Buona Musica! è una torta salata.
Ce le abbiamo vegane e onnivore. Sulle vegane ci sono zucchine, peperoni e post rock, sulle onnivore ci sono spinaci, salsiccia e noise.
Ti piacciono le torte salate? No?
Allora ti piaceranno sicuramente i formaggi magri, bianchi, candidi. Pasquali.
I propositi del nuovo anno dicevano nuovo anno = miglior anno, un piccolo cedimento non sarà nulla. E’ solo un attimo, solo per quest’attimo! E’ come recuperare un aeroplanino origami dopo che sia stato aperto e stropicciato, cercare le pieghe che in precedenza erano state fatte, in mezzo al caos, in mezzo al caos, poi vola di nuovo. E ad anno chiuso tiro le somme, metto tutto sulla bilancia, stendo un bel resoconto e chiudo tutto, mi attacco su, magari. Raggiungo il mondo delle idee sul mio aeroplanino di carta e dico che è stato tutto molto bello, che nuovo anno = miglior anno è una tautologia, basta volerlo intensamente, ma che son stanco di provarci, una volta ce l’ho fatta e può bastare, magari il prossimo anno mi farà ricredere e perciò meglio finirla ora, così, per sicurezza. Taglio il filo col bel sorriso, chiudo tutto con un ricco fiocchetto, la bilancia penderà tutta dalla mia parte e dirò d’averla avuta vinta contro la vita, d’avergliela fatta grossa stavolta. Io 1 – Vita 0. Vita zero. La palla affanculo.
Il discorso è terminato dove l’altra volta, e l’altra volta ancora, e tutte le altre volte prima, ecco il fatto. E non me ne sono accorto. Mi sono stropicciato gli occhi, ho lasciato un respiro, leggero, poggiato le mani al volante, abbandonato le braccia; ho guidato fino a casa in piena rilassatezza fisica. Poi? Passati tre giorni, muscoli tesi come corde, nuovamente, ma di questo neanche mi sono accorto, se non fino a poco fa, come anche la questione del discorso. Gli occhi non mettono bene a fuoco, il campo visivo si fa timido e ristretto, così da non notare nemmeno il tizio che nella macchina accanto, al semaforo, mi insulta. Ma sarà per noia, ricerca d’una distrazione, inerzia, che giro la testa e lo vedo. Così scendo dall’auto e gli rigo lo sportello. E nel frattempo si fa verde, qualcuno in coda preme sul clacson, le pecore lo seguono. Rompo lo specchietto.
Non sono mica l’unico malato, qui. Esteriormente non si direbbe nulla di me, voglio dire: a osservarmi cose se ne trarrebbe? Cos’ho? Nulla: son sano, in forma, normale, nei ranghi. Morbi non mi consumano il corpo, malfunzionamenti non ne ho di gravi, piccolezze nella norma; la testa è a posto, non l’ho battuta tanto gravemente da perderne le funzionalità, le possibilità d’un buon utilizzo. E non sono solo. Sto bene, perciò. Ho solo tendenze strane. Il mio pensare le ha. Penso stranamente.
…agisco stranamente, ma solo a volte. Nella norma.
Non mi piscio più addosso da un pezzo (o forse no), prego un dio, senza riflettere su quale, per evitare che mi capiti; prima di andare a dormire, quando sono a casa di amici. “Speriamo che…”, penso solo questo, la speranza è un’ottima preghiera. Tutt’ora mi esce (ed ora che l’ho scritto ancor di più), ma sono sdraiato, sul letto, il pc sulle gambe piegate, sto scrivendo, e non mi alzerò fin quando non avrò terminato. Scrivo al computer perché odio la mia calligrafia, parto col presupposto che dovrò cancellare (per le lettere sbilenche, per lo stile insipido), e odio tirar linee sulle mie frasi. Però cazzo, mi scappa. Mi fa male, mi fa proprio male. Potrei alzarmi e risolverla per sempre, ma non tornerei più qui, se mi alzassi sarebbe definitiva, metterei il punto a questa marea… questa marea… Il bagno è di bianche mattonelle, come il coperchio della tazza, come le lenzuola del mio letto.
Che succede, che succede? Cos’è?!
“La danza della pioggia è una danza cerimoniale praticata da gruppi umani per provocare la pioggia.” – Wikipedia (ci offre sapientemente la sua conoscenza).
Sabato 28 Luglio 2012 ero ancora più pischello di adesso, sedici anni. Suonavo già da un po’, avevo il mio gruppo e giravo per serate, seguivo l’esempio; ascoltavo cosa i più grandi avessero da insegnarmi, apprendevo il mestiere: “Che vai in discoteca? Ma va a vedere i Melvins!”, e così in disco non ci andavo. Non ero un gran conoscitore dell’ambiente, non frequentavo assiduamente nessun locale e non facevo parte di alcun “giro”, perciò se quella sera mi ritrovai lì, fu (come in ogni altra occasione) per una serie fortuita di eventi; ci venni trascinato, bello e inconsapevole. Non dai Melvins, dai Putiferio.
Il contesto era una certa fanghiglia sotto le suole, due file di bancarelle coperte da un tetto di alberi e bestemmie. I manifesti portavano il nome di Vibes From The Hill, ma quanto fosse importante questo dettaglio io ancora non sapevo; si sa che non ebbi più modo di riviverlo. Eppure non è questo l’unico rammarico, difatti in altro ancora arrivai troppo tardi, e per poco così.
Perché i Putiferio non mi piacquero. Per niente, dico.
Mi piacque invece la loro maglia, t-shirt, grafica d’effetto e bei colori, e la tentazione di prenderla mi rosicò a lungo la testa, ma pur sempre alla fine me ne uscii con quel no categorico, no-di-principio. Abbandonai, la lasciai lì, non me lo perdonai. E ancora oggi il mio armadio ne piange, ed il mio cuore con lui, ma per essermi perso quel concerto. L’ultimo che potessi vedere.
…poiché i Putiferio non esistono, non più!!! O così credo, e non trovo informazioni che diano prova della loro attuale esistenza, concerti foto parole nulla. Ed ora mi fotto, perché potevo rifletterci per tempo, perché quando li avevo lì davanti ho chiuso le orecchie, tappato i timpani. Ed ora Padova piange, e c’è siccità, e le uniche gocce son proprio le lacrime della città. Ed ora a consolarmi solo quel loro ATE e quel loro LOV, originali, silenziosi, lì sulla mensola accanto al mio letto. Piango un po’ anche io, e scrivo. Scrivo perché non c’è più acqua, scrivo per chiedere al gruppo di stillare qualche nuova goccia, scrivo come anche danzo.
E faccio appello a loro, ai Putiferio, nella piena ignoranza di ogni avvenimento:
“Che fine avete fatto?”
Io la chiamo teoria del cielo infelice, o anche complesso del cielo infelice. Perché di questo si tratta, niente meno che una speculazione psicologica. Il presupposto è il legame di fondo tra l'uomo e il cielo, indissolubile e imprescindibile. Ovviamente so che molti grandi menti hanno rinnegato questa connessione, ma dubito fortemente che anche il più dionisiaco di tutti non abbia mai rivolto gli occhi al cielo in cerca di risposte; è nella natura d'essere dell'uomo. Non stiamo parlando di teologia, sia chiaro, non voglio dire che gli uomini contemplino l'infinità della volta celeste perché vi cerchino Dio. O meglio, alcuni lo fanno, ma cio è dovuto a una loro scelta di fede e può essere più o meno opinabile. Non è questo che mi interessa. Quando l'uomo alza lo sguardo al cielo, è spinto da un innato desiderio. E cos'è il desiderio se non il sentimento di mancare di qualcosa? Questa sensazione lo accompagna per tutta la vita, si può dire che sia il suo principio esistenziale, ciò che lo muove e lo anima. Il suo scopo è proprio riempire questo vuoto dato dalla mancanza di qualcosa di fondamentale e dunque “realizzarsi”. Ognuno interpreterà tale desiderio in modo diverso, chi con la fede, chi con l'amore, chi con lo studio, questo non mi interessa. Ciò che voglio sottolineare è questo bisogno comune a tutti gli uomini di ricercare qualcosa nel cielo, in quanto solo nella sua infinità possiamo trovare ciò che stiamo cercando.
Per questo mi trovo a concludere che i cambiamenti della volta celeste influiscano decisivamente sulla vita degli uomini. Non mi guardi con quegli occhi, non sono mica un astrologo. Già abbiamo prova, nei paesi dell'estremo Nord, di come la mancanza del sole possa provocare psicosi e disturbi emotivi. Intendo dire che l'uomo può perdere sé stesso se gli viene sottratta l'infinità del cielo. Non è forse quello che è successo nel corso degli ultimi anni? L'aumento di problemi come depressione e malattie mentali è andato di pari passo con le emissioni sempre più massicce di sostanze inquinanti che hanno lentamente coperto la superficie terrestre. Non a caso, i problemi più gravi si presentano maggiormente nelle città più grandi e sporche: i fumi dell'industria hanno sbiadito il cielo infinito, rendendolo una cupola grigia.
Certo, non sto dicendo che questa sia l'unica causa dell'appiattimento culturale dei nostri tempi, ma sicuramente ha contribuito a un'importante perdita di speranze.
Infondo, tutto ciò non è altro che uno scherzoso approccio romantico alla questione.
A Castelfidardo le stelle si vedono bene.
La mattinata degli Atom Made Earth si apre con le voci spensierate dei bambini di Noil e subito si evolve in riffoni stoner ed effetti spaziali con Think. Poi una post-doccia di delay e tremolo picking e siamo pronti per tuffarci nelle sonorità più prog, kraut e acide.
La traccia più interessante è StaC, che si presenta divisa in due parti esilmente collegate da un intermezzo drone: il movimento e la nevrosi ritmica della prima parte si contrappongono alla quiete e alla psichedelia più rilassata e “stoned” della seconda.
Infine, Lamps Like An African Sun conclude il disco con una campanella che riporta alla realtà non solo noi, ma anche i bambini della traccia d'apertura.
Nel complesso Morning Glory è interessante e godibile, con elementi classici ma anche la sua buona dose di originalità e inventiva, testimonianza che c'è ancora qualcosa da mungere dalla vacca della psichedelia.
Vi ricordate del Madreselva 2015? No?
Non siete venuti? Troppo ubriachi per rimembrare qualcosa?
Potrei raccontarvi come è stato, ma poco importa. Perché quest’anno si rivivrà tutto da capo, e sarà una bomba.
Eh sì, perché al Madreselva Festival dopo che a soqquadrare il palco sono state band del calibro di Lucertulas e Tetuan, il testimone non poteva esser passato meglio; quattro gruppi super belli e super psichedelici.
GNOOMES (Rus) Stargaze/Psychedelic/Kraut-Rock
TARAS BUL'BA (It) Heavy Groove/Sperimentale
CRTVTR (It) Post-Rock/Hypnotic Post-Hardcore
EDIBLE WOMAN (It/Uk) Psych/Kraut-Rock
Un momento, cliccatore impaziente! Togli il mouse da quella crocetta rossa e attendi qualche secondo, perché non è ancora tutto.
Per questo secondo atto del Madreselva ci saranno banchetti colmi di distro e autoproduzioni; ma sopratutto due esposizioni, La Figura Bianca Incontra il Nero, mostra fotografica di Stefano Santaroni e Spazi Contro(versi) un installazione di Jacopo Luchetti.
A seguire i concerti ci sarà il lento rilascio del mistico Pensieri di un Cane con il suo electro ambient, e la selezione musicale più downtown-voodoo della BloodySound: tutti in pista con BloodySound System.
La natura è più colorata del solito.
Agatha Speaks è il piedistallo di questo evento insieme al Collettivo Sonar e i padroni di casa dello S.c.a Tnt.
The New Noise, BloodySound Fucktory, Icore Produzioni, Grind On The Road e Cavalca-via sono i messaggeri di questa primavera in anticipo.
Love, Agatha
Garmonbozia.
Questo è il tavolo di fòrmica.
Verde è il suo colore.
Cè una grossa colonna di china. La fabbrica va in fiamme.
Friggono mille pustole in schiumanti crateri e al tempo di sincopati scoppiettii brillano fino a detonare. Arde la plastica!
Com'è tossico Black Body Radiation.
L'abilità di Franz Rosati sta nel dosare chirurgicamente pozioni. Un cucchiaio alla volta, per non avvelenare.
In quei sonni febbrili Transition Metal (Slowlight) e Zero-point Energy sono immagini aspre, Angular Distortion è sudore. Quintessence il limbo.
Questo sbriciolare e grattare e polverizzare dell'artista audio-visivo romano è il comporsi di un mosaico dai tasselli ghiacciati.
Acuminato, insussistente.
Ma la notte,umida e tenera di sonno
lascia spazio al meriggio
il meriggio atroce,sceso da un cielo concavo
che stilla polvere e sudore
un dolore umano,sotto le catene del sole
unisce le mani nodose in preghiera
Ma il fuoco non purifica,arde
e l'uomo non è
che carne e sangue
Un bel giorno, Franz Kafka disse che il suo principio guida fosse proprio la piena consapevolezza che il senso di colpa sia assolutamente fuor di dubbio.
Gran parte degli uomini rantola in tutti gli angoli del cosmo cercando, in qualche modo, di espiare questo famigerato senso di colpa, ricorrendo ai modi più simpatici e disparati, come ad esempio la carità, la preghiera, un caloroso saluto al giornalaio la mattina. Tutto ciò porta ad una breve ma intensa soddisfazione, quella sensazione che si prova quando pensiamo di aver fatto del bene.
Ma, dopo aver costruito un castello ridente circondato da verdi prati assolati, si ripiomba nel dubbio. La ricerca del bene continua, e continua, portando sempre agli stessi risultati.
Si potrebbe presupporre un senso di colpa supremo, ancestrale, e si potrebbe ancora farlo risalire al mito del peccato originale. L'uomo nasce e muore con il groppo del peccato in gola. Come fare per riparare quell'inammissibile torto a Dio? Cagando con la porta spalancata, direbbe Kundera.
Oppure? Esorcizzare questa colpa attraverso l'arte, come hanno fatto i Father Murphy, ovvero Federico Zanatta e Chiara Lee. Sono il cavallo di battaglia musicale veneziano dei nostri tempi, escludendo i piccioni di piazza San Marco. Lamentations è il loro terzo disco rilasciato nel 2015, assieme a Croce e Calvary, trittico concepito come una trilogia della sofferenza.
La band vaga al crepuscolo per lande desolate con un'enorme croce di pietra sulle spalle recitando litanie orfiche, sperando che arrivi qualcosa o qualcuno a salvarli.
Lamentations è composto da due tracce. La prima, Mercy and Truth, si apre con una piccola sinfonia di sghembe percussioni metalliche, scandendo, come un orologio, il tempo all'ascoltatore.
Successivamente i lamenti fanno capolino e le percussioni si riducono. Lo squillo di tromba da l'idea che il sole stia per sorgere.
E' notte fonda quando Lamentations, la seconda ed ultima traccia, inizia con qualcosa di soffocato, forse una voce, molto simile a Something dei Coil. Un loop fumoso di fisarmonica fa da sfondo ai lamenti, che culminano nell'alba, ovvero l'esplosione infuocata di una chitarra distorta. Un nuovo giorno è iniziato, e ricomincia tutto da capo. Finché non avremo espiato la colpa.
CAPITOLO I, CONSIDERAZIONI AFFETTUOSE: il freddo, il Dong, Tommaso Palmieri
Siamo certamente nel periodo più freddo dell'anno.
Questo freddo, questo ospite inquietante, pare proprio che si rifletta non solo all'esterno, ma anche all'interno delle persone. I nasi rossi e le mani praticamente defunte si accompagnano a sguardi arcigni e considerazioni, appunto, fredde. In un periodo in cui gran parte delle cose sulla terra sta in letargo, l'uomo si fa avanti attraverso il vento cercando a tutti i costi di non sembrare una vecchia tomba. L'ozio ed il letto paiono proprio essere, in questi casi, i migliori confidenti; in un periodo in cui il sole si palesa appena appena con il solo scopo di mostrarci il suo arzillo dito medio.
C'è da dire però che, da qualche parte nelle sempre uguali campagne marchigiane, ci sono gruppi di persone a cui tutto questo non va giù. Proprio per niente. E difatti, se guardiamo attentamente nel particolare, scopriamo che queste colline non sono sempre uguali. Ci sono là individui che, come moderni vichinghi, cavalcano il freddo a proprio favore, infondendo lo stesso spirito di positività a chi sta loro attorno. Una cosa bellissima e micidiale allo stesso tempo.
Si tratta proprio del Circolo Dong e dei suoi ragazzi. Pur organizzando eventi memorabili anche nei periodi più caldi, l'atmosfera che si riesce a creare a temperature bassissime ha, non so, qualcosa di veramente speciale. Questo sabato 16 gennaio c'abbiamo lasciato le orecchie, ma soprattutto il cuore. Il freddo apocalittico, denominatore comune di tutto ciò, ha fatto sì che all'interno della casa si creasse una caldissima familiarità, accompagnata da risate e bevute a profusione.
Così ha proprio da essere: mentre fuori è scuro, gelido e l'unica cosa vagamente visibile è la luce della fiamma dell'accendino, all'interno del circolo è estremamente caldo, anzi si suda. Due facce della stessa medaglia, in perfetto equilibrio.
Il Collettivo Sonar ha organizzato un atto coi fiocchi, squisitamente anarchico. Ha resistito, anzi, se n'è sbattuto proprio, delle impraticabili condizioni esterne creando un impareggiabile calore all'interno. Chi altro l'avrebbe fatto?
CAPITOLO II, L'EVENTO: Yo Sbraito, Carnero, Lambs, LVTHN, DJ Stronal
Perdersi in improbabili digressioni è forse la cosa più divertente al mondo, lo sto facendo addirittura ora. Ma basta con le premesse, passiamo direttamente all'atto.
I primi a giungere sul luogo sono stati gli Yo Sbraito, da Falconara, armati di tanta lana addosso e buone maniere. A seguire, direttamente dalla Capitale, i LVTHN, per poi accogliere infine i Carnero ed i Lambs. Check, medi-bassi da sistemare, cena, partenza.
Sono esattamente le 22.30.
Pur non avendo grande affluenza di pubblico, gli Yo Sbraito sono riusciti comunque a dare una prima grande scossa sismica alla struttura, presentando nuovo materiale in costante miglioramento.
La loro presenza scenica è a dir poco coinvolgente: il cantante, sbraitando, si fa largo in mezzo ai presenti, come se avesse da urlare qualcosa direttamente a noi. Il loro potenziale si esprime in canzoni di brevissima durata, uno o due minuti, lo stesso tempo impiegato da una rivista di gossip a bruciare completamente.
Altra carne al fuoco è stata messa dai Carnero, bruciandola completamente.
Dai fumi di queste braci, sono apparsi i Lambs, tirando fuori urla infernali ed un divertentissimo pogo alla fine. Il risultato? Tanto sudore, jack intrecciati e spiccioli per terra, ancora caldi caldi.
A chiudere il pandemonio sono stati i LVTHN. Cospargendosi dalle ceneri lasciate dai compagni precedenti, hanno tirato fuori melodie nerissime, con giri di basso da incidente stradale. Si arriva finalmente a quel punto in cui nessuno sa più che ora sia. Potrebbero essere state le due di notte, o il giorno di Pasqua, poco importa. Con le orecchie ancora fischianti ed un gran sorrisone stampato in faccia, abbiamo assistito ad uno dei più simpatici ed umani Dj set di sempre.
Stronal, con le sue valigie cariche di memoria e nostalgia, ha fatto muovere le chiappe sulla pista fino a tarda nottata. A tutti, ma proprio a tutti. David Bowie, Neu, Can, Eric Clapton e… sfigato chi è stato fermo.
Gli vogliamo un gran bene.
CAPITOLO ULTIMO, I POSTUMI: siamo realmente tornati a casa?
Dopo svariate sessioni di divani, vino e disegnini allucinati, fu il momento di tornare a casa.
Data la buonanotte ai gruppi e alle poche persone rimaste, ci siamo trascinati a forza verso la macchina, con il fisico che si stava smontando piano piano, lasciando pezzi ovunque. Giuro di aver visto un braccio e svariati orecchi sparsi qua e là. Ma non preoccupatevi, questa non è affatto una conclusione, anzi un vero e proprio inizio: di serate come queste se ne faranno ancora, ancora ed ancora. In tempo relativamente brevissimo.
Siamo realmente tornati a casa? No, affatto.
Finché ci saranno persone pronte e disponibili a supportare tutto ciò, la nostra casa sarà ovunque.
(2015, Tief in Marcellos Schuld Records / Désordre Ordonné Records)
Anche se sapeva del suo arrivo, non potè che esserne stupito, quasi impaurito.
Si muoveva e danzava nella notte, ricordando un passato che ormai non gli apparteneva più.
Un, due, tre; un, due tre.
I suoi piedi tastavano il terreno con un'innata sicurezza. I muscoli stanchi si contraevano spasmodicamente, mentre cercava di mantenere l'equilibrio. Le pupille sbiadite dall'età e dal dolore scrutavano audacemente il buio, come l'ultimo sguardo di un capitano senza ciurma di fronte alle onde che presto divoreranno la sua nave.
Un, due, tre; un, due, tre.
“Esaudisci le mie preghiere:
Spogliami di queste vesti.”
Un, due, tre; un, due, tre.
Con le labbra corrucciate, come a voler baciare l'oscurità, si tuffava dolcemente in un abbraccio tantrico con le tenebre e abbandonava le sue membra a quella sensazione, così inebriante e soffocante al tempo stesso.
“Esaudisci le mie preghiere:
Lasciami riposare sul tuo giaciglio.”
E lentamente scompariva, inghiottito avidamente dalla notte.
I romanacci LVTHN. hanno valicato le Alpi con questo nuovo 4-way split, collaborando con tre band tedesche: Kratzer, Paan e rha. (nell'impresa hanno anche perso le vocali). Ritornano dopo due anni dall'ultimo lavoro e sono più incazzati di prima. Riff aggressivi e corposi si rincorrono senza fiato su un tappetto di piatti affilati e taglienti. La voce, a squarciagola e abrasiva, infligge stilettate ai timpani, mentre tutto brucia, avvolto da fredde fiamme grigiastre. Due canzoni da poco più di 5 minuti, cupe e violente, che corrispondono soltanto ad un quarto dell'intero split, ma si impongono e si fanno valere. Sicuramente un passo avanti rispetto ai loro vecchi lavori, sia per la qualità dei suoni, sia per come si sviluppano ed evolvono.
C’era quel tizio e affogava nei vestiti, nei suoi.
E Il bimbo qui accanto andava di broom broom e grandi accelerate, ma con una vocina flebile che certo non rendevano giustizia a quel bolide tutto plastica. Chissà se fosse caldo, certo era che il tizio annaspava e boccheggiava, come effettivamente v’affogasse in quei panni, e il gozzo sgonfio e rigonfio lo accostavano all’immagine d’un rospo ingordo. Non un atomo d’ossigeno sembrava entrare nella voragine del suo viso. La voce del bimbo di quando in quando s’inceppava, come un’imitazione cinese o un cellulare vinto con i punti del benzinaio, e partivano fischi stentati da quella golicina, rapidi a crescere e subito soffocati. Asma, forse. Sicuro doveva far una certa fatica a mantener basso il tono di voce, e sembrava staccar certi fischi come se quelli volessero fuggirgli di bocca, stridevano e grattavano la gola persi in quel buco nero nerissimo su di un visino che più dolce non si può, una bocca, o un qualche bugigattolo pieno di lamentosi gatti in amore. Era una fatica non urlare, era davvero un grande sforzo, perché in un istante ecco che lo si vedeva invermigliarsi d’un tono satanico in tutto il viso. Intanto il tizio s’era pressoché sciolto del tutto, crollato su se stesso. Esalava grondanti vapori che s’appiccicavano alle finestre e alle pareti, e la stanza tutta veniva divorata da un’ingorda nebbia che quasi pareva un bagno turco. Non un battito di palpebra, lo scricchiolo d’una sedia, tutti godevamo di certi invisibili benefici e attendevamo, col bimbo-diavolo ora perso nei vapori e nelle macerie d’un quarantenne ormai squagliato. Fuori il sole era oro nel cielo, si affacciava alle gran finestre, ed il medico tardava ad arrivare. Non ero stanco per l’attesa, sorridevo, e tutti lì con me.
Ivan Tonelli ci racconta qualche piccola storia, lo fa su tappeti di chitarre elettriche dalle distorsioni cupe e smussate, per poi lasciarsi andare, di tanto in tanto, a qualche luminosa corda acustica. La voce del menestrello riminese è sottile e piacevole, levita sugli strumenti senza mai toccarli e dona al tutto un’aurea di beatitudine, in un panorama già sospeso di suo dalla quasi totale assenza di sezione ritmica (che fa capolino nelle ultime due tracce). Persona è semplice e leggero, spensierato e dal bel sorriso; un po’ plastico e dall’emozionalità ostentata, devo dire, ma comunque piacevole all’ascolto, adatto ad accompagnare il nostro sguardo su ciò che ci capita intorno in una giornata primaverile.
Si dice che Agatha stia frequentando uno strano tipo del Collettivo Sonar.
“Il Collettivo Sonar?”
Eeesaattoo.
E quale miglior occasione per inaugurare questa unione di muscoli e menti, se non una serata devota ad un impetuoso e decadente post hardcore?
Primo capitolo del Sonar Fest 2016, ospitato e supportato dai mirabili ragazzi del Circolo Dong. Sì, torniamo di nuovo qui. Perché è casa, perché ci piace.
Evento facebook qui! ∼ PREMICI, CLICCACI
Si inizia alle ore 22:00.
LVTHN (post hardcore/post metal/crust da Roma)
Pelle contro pelle sull’ abrasiva scorza del leviatano.
Dal 6 ottobre i Lvthn sono fuori con uno split a quattro da non perdere!
Split Leviathan/Kratzer/Rha./Paan by LVTHN
LAMBS (post hardcore/black metal da Cesena)
Strappa viscere! Sarà difficile non piegarsi di fronte ai muri di acredine.
Betrayed from birth è fuori via Drowning Within Records, assaporatene tutti.
Betrayed from birth by Lambs
CARNERO (hardcore/math punk da Forlì)
Con membri di Lambs, Abaton e LeTormenta, i Carnero suonano un hardcore a metà tra la vecchia e la nuova scuola: rapidi e affilati nei modi, gravi e frenetici nei timbri.
Carnero by CARNERO
YO SBRAITO (screamo/emo violence da Ancona)
Al 2010 risale lo Sbraitocore, senza glutine e addittivi artificiali.
Yo Sbraito, tu sbraiti, egli sbraita.
Voi sbraitate. Sotto il palco.
Abbiamo Tutti Perso by Yo Sbraito
Prima e dopo i concerti Dj Stronal accompagnerà birra e ciarlare con una selezione vinilica di kraut, psych e classic rock.
Non mancheranno distro, banchetti e autoproduzioni; oltre che un bar fornitissimo di cibo, bibite e un sacco di...
...
Si entra con tessera AICS e un contributo di 4 €.
(...ed un GRAN SORRISO!)
Agatha Speaks e Collettivo Sonar sono felici di supportare realtà come questa, spalla spalla con Icore Produzioni, The New Noise e Cavalca-via.
La signora Rosa fissava l'orologio. Aveva un cinturino di cuoio consunto, e la lancetta dei secondi era ferma già da prima che sua madre glielo regalasse.
- Dodici minuti di ritardo. - disse.
- Sarà quì a momenti - borbottò Caterina aggiustandosi le pieghe della gonna.
Era una ragazza minuta, graziosa, con delle mani particolarmente belle e curate, nonostante il duro lavoro che svolgeva. Sua madre l'aveva portata da Letizia, sua cugina, per farle imparare il mestiere, e Caterina, sveglia e pratica, aveva subito appreso il lavoro.
Fu alla bottega di Letizia, che Matteo incontrò Caterina.
Matteo era un ragazzo robusto, remissivo, poco più grande di Caterina. Era cieco da un occhio.
Non era un ritardatario, e in quei dodici minuti, l'aria della cucina si riempì di paranoie.
Rosa continuava a mangiarsi le unghie.
- Il figlio di un oste! Pavido imbecille.
- Basta! Basta! - strillò Caterina portandosi le mani ai capelli.
Qualcuno bussò alla porta, Rosa volò a rispondere.
- Quel cane schifoso non è ancora arrivato?!
Caterina scoppiò a piangere, mentre suo fratello entrava bestemmiando.
- Smettetela! Smettetela, basta!
Sul culmine di imprecazioni e pianti, le voci si inerruppero in sincrono tutto d'un tratto.
Dal corridoio provenivano dei timidi singhiozzi.
Caterina scattò dalla sedia e si diresse di corsa in camera.
Dentro la culla, il bambino rideva, portando le manine al cielo, verso quella giostrina di legno e stoffa che girava, e girava.
Odore di umidità.
Di una cantina, o di una vecchia manufatturiera. Forse di stoffe, o magari un laboratorio di giocattoli. Quell'odore di legno e bulloni. Poi la polvere, la polvere che mangia tutto!
Questo D20 è un po' come un bancone di lavoro, quelli di legno pesanti, con una morsa da falegname sul lato e un sacco di scatole contenenti cerniere e chiodi, di tutte le dimensioni e forme.
Poi ci sono quei strumenti, di cui non ne hai mai capito la funzionalità, e al primo "a che serve questo?" vieni liquidato con un "è troppo complicato" oppure "si fanno dei bei lavoretti con questo".
Vincenzo Scalabrino è il nostro artigiano, con le mani consumate, con qualche macchia d'olio magari. Il primo gennaio ci verranno regalate tre tracce, dai suoni leggeri e le ritmiche delicate.
Martello e scalpello alla mano; avete la colonna sonora per un lavoro di precisione!
Eh!? No, sono caduto.
“Si ricorda come è successo?”
Più o meno. Stavo in bici, e non so. Erano le una, forse. Sicuramente era dopo la mezzanotte, perché i semafori erano spenti. È così in questa città, ci aveva mai fatto caso? Dopo mezzanotte i semafori o sono spenti, o lampeggiano. Beh forse lei non è di qua. Immaginavo. Insomma, era buio e stavo andando in bici. E niente, sono caduto.
“Ma in che modo è caduto, non se lo ricorda?”
Credo di aver visto un'ombra. Non so, sembrava familiare. Sì sì. Mi ha spaventato perché aveva due occhi luminosissimi.
“Un ombra con gli occhi le ha attraversato la strada?”
Sì. Forse erano luci lungo la strada. Ma non so, so che mi ha terrorizzato, e così ho sterzato bruscamente a sinistra e sono finito fuori strada. Credo di essere andato a sbattere contro una colonna del loggiato. Una di quelle belle grosse. Poi non so altro.
“E, mi dica, quella sera aveva fatto uso di alcol o, insomma, sostanze stupefacenti?”
No. Beh, non in maniera eccessiva. Solo un po', ma molto prima.
“Le abbiamo già fatto un esame tossicologico. Volevo solo sapere se mi stesse dicendo la verità. Perchè, vede, nella sua storia manca un particolare. O forse ce n'è uno di troppo. Lei ha effettivamente sterzato all'improvviso, ma così facendo ha investito un uomo.”
Oh dio. Un uomo? E adesso come sta?
“In questo caso credo si tratti di omicidio colposo.”
Cosa?
“Beh, potrebbero darle un'aggravante per guida sotto effetto di stupefacenti.”
Oh cristo. Lei mi sta dicendo che ho ucciso un uomo! E me lo sta dicendo cosi!? Io mi sono appena svegliato, e... lei...
“Mi dispiace dirglielo, ma qua la colpa è solo sua. Avrebbe dovuto pensarci due volte prima di prendere la bici in quelle condizioni.”
Io... mi dispiace...
“Vi ho mai raccontato di quando ho investito un uomo con la bici?”
Sono quasi certo che il self-titled dei Futbolín sia nato così... più o meno.
Uno schianto frontale con la realtà. “Memorie d'infanzia, piccole vittorie e piccoli fallimenti, colori che oramai sono incrostati.” Così si definiscono, descrivendo a pieno l'anima di questo disco. Una macchia passata, un'incisione sui vecchi banchi di scuola.
Non potrebbe essere altrimenti, con chitarra, batteria e una tastiera giocattolo. Un mix di post-punk, emo, screamo e core vari: lista della spesa letale.
Senza parlare della follia con cui urla la voce.
Futbolìn 1 – Taz 0
I Futbolín mettono piede in una scena musicale già di per sé affollata, ma lo fanno con un'originalità e una voglia tali da spazzare via tutto: un inizio niente male.
Ora ne vogliamo di più, e lo vogliamo più lungo. Il prossimo disco.
E’ qui con noi, proverà a raccontarvi ciò che ha visto, perciò prestatevi all’ascolto.
Presa considerazione delle acque dov’egli ha navigato, non è certo la ricchezza di dettagli ciò che potremo esigere.
Tuttavia spingeremo per una certa chiarezza.
E’ questo il buon esempio di uno smarrimento, caso di un uomo che si è perso.
Abbiamo a che fare con un vagante della nebbia, uomo che ha ceduto ad una (ahimé) triste spiacevolezza: si è proteso all’abbraccio criminoso di una sicurezza artificiale, artefatta direi, volutamente prodotta al fine di fuggire il vuoto; all’insegna di una verità infondata, prodotta in maniera del tutto non legittima, egli ha innalzato un santuario dalle mura granitiche, tanto instabile quanto vergognosamente pretenzioso di potersi permettere il cielo.
E ora che battono le intemperie su quelle mura, batte lui la ritirata.
Lo fa qui da noi, miei signori, e a noi racconterà ogni cosa, porgete perciò l’orecchio a certe umide parole che san di nebbia.
Una volta ch’egli avrà finito, solo allora potrete porgli le vostre domande.
E chissà che non vedrete ogni vostro dubbio dissipato.
…
Peccatore di contenuto, per le sue convinzioni basate sul nulla.
Peccatore di forma, per averle ostentate in maniera cieca ed irresponsabile.
Richiamo il silenzio e l’attenzione.
Stiamo per bombardare un uomo.
E’ qui punito il tradimento che uccide la fiducia. Cocito è l’immenso lago divenuto ghiaccio sotto l’eterno batter d’ali di Lucifero, qui immobili i traditori muoiono per l’eternità tutta. Questo è come il disco si presenta, le prime acque dove bagnarsi sono ostili, il vento è una mano che preme sulla nuca, “guarda basso” ti dice, “o ti cecherai”. Nono è il cerchio, la sezione dove siamo ora confinati, sono invece i Nono Cerchio a rivestire il ruolo del contrappasso.
Ghiaccio alla base, un basso che spinge da sotto. Stringe sulle nostre forme, presente e immobile su di noi, non schiaccia e non trascina, limita il movimento. E’ ciò che sempre è vero, ciò che ci confina qui.
Vento solido come percussioni, non suonano, precipitano. Sul viso, sugli occhi serrati e le labbra spaccate, a volte un vento troppo forte colpisce. Sferza eterno e irregolare, la batteria disegna un flusso di crescendo e diminuendo.
Pianto degli eterni dannati, la chitarra fredda e schiva, riverbero di urla lontane ma che vengono da ogni parte. Suono acquoso che scivola alla presa, esistente solo al di fuori di noi. All’aumentare del vento i peccatori gridano più che mai.
Ombre è un panorama contorto. Post-rock macchiato di un peccato che non può esser nascosto, psichedelia velenosa e metallica, e nei momenti di massima tensione mai si ascende: qui tutto è discesa. Chitarra e basso color Nero Di Marte si sciolgono come droni su una batteria lasciata a briglia libera.
Francesco D’Adamo e Andrea Burgio incontrano Jonathan Sanfilippo (Caffè Dei Treni Persi), ne esce fuori una calligrafia tempestosa e confusa, curvilinea ed eterna.
Potrebbe sì risultar difficoltoso e pesante, forze inestricabile, ma il contrappasso non è certo cosa per tutti.
- Prendila da sotto! - diceva L. mentre R. maneggiava sventatamente la scala.
- Gesù sto sudando come un maiale.
- Non è così difficile, sei difficile tu - fece L. sarcasticamente - che imbranato. Sollevala verso di me - la scala rimase a mezz'aria dopo una dubbia manovra sforzata - più forte perdiana! Dobbiamo poggiare due gambe in terra, e le altre due sul muro - urlò L. girando gli occhi.
R. sembrava prender fuoco: aveva le guance porpora e le braccia, così gonfie, sembravano asfissiare sotto i nervi contratti.
- Non riesco, non riesco! - biascicò R. mentre sfumava in un rosso sempre più incandescente - rimettiamola a terra, altrimenti ci cadrà addosso.
R. fece per chinare entrambi gli staggi, ma come una trota fuor d’acqua, la scala fuggì dai palmi. Il botto ferroso si mischiò a uno strillo soffocato.
- Cristo santo sui miei piedi! Che male, che male! Sei maldestro come pochi - gemeva L. con un tono prima grave poi strozzato.
- Perdonami! Non l'ho fatto apposta. Sono le mie mani, le mie mani son sudate, guarda. Porterò del ghiaccio, scusami! Aspetta qui.
R. fece le scale del suo appartamento a due a due e giunse fino in cucina dove scivolò verso il congelatore. Fagioli, prezzemolo, poi due bistecche, una confezione di macinato già aperta.
- Ah! Carne andata a male, senti che odore! Sarò imbranato, ma almeno ricordo le cose che lascio nel freezer - pensava R. mentre il suo avambraccio affondava sempre più tra pacchetti dal contenuto ignoto e pezzi di ghiaccio sgretolato.
- Sbrigati, o il mio piede esploderà! R. muoviti! - si sentiva sbraitare dalla finestra.
- Preso! - pensò R. - ho trovato il ghiaccio! L. sto arrivando, solo un momento, arrivo! - esclamò allungando il collo verso il davanzale che dava sul cortile.
Non appena fu per tirar fuori il braccio dal marasma dell'elettrodomestico, R. si sentì tirare dal suo interno. Due strattoni forti, secchi, e fu dentro.
R. urlava come mai aveva fatto in vita sua, era dentro quella confezione di filetti di platessa che recitava orgogliosa “CONTIENE VITAMINA B12!”.
- L. aiuto! L. tirami fuori, aiutatemi! - batteva forte i pugni all'altezza della scadenza - fa freddo, si gela. Vi prego, qualcuno mi sente!? - si sgolava balzando tra l'ammonimento “500g” e l'insegna “PESCATO NEL MAR BALTICO”.
Nessuno avrebbe sentito R. da quella confezione di filetti di platessa.
L. non avrebbe mai aperto quella confezione di filetti di platessa.
A L. il pesce non piace.
Quella confezione di filetti di platessa sarebbe scaduta il 4 dicembre 2024.
A nessuno piacciono i filetti di platessa.
Dieci giorni fa scorrevo la casella di posta elettronica.
“Ah! Del pesante funk-stoner. Se sanno anche cucinare il coniglio arrosto come lo faceva mia nonna, avranno un antro tutto loro nel mio cuore.”
Dal pianeta Brugherio, L'Era del Bantha è un trio strumentale. Fin qui tutto ok, direte. E invece no, dato che sono completamente fuori di testa.
Il loro è un doom da discoteca, ballabile, sciolto e groovy as fuck.
L'ascolto non è mai noioso o piatto, gli attimi si fanno tragicomici, ora tocchi e cromatismi jazzy, da riff heavy a parti pulite psichedeliche.
La chitarra sembra essere un po' troppo presente e troppo poco fisica: la sei corde, sommersa da litri e litri di gain, prende forse tropo campo, e fa sfumare la sessione ritmica in secondo piano nelle parti più martellanti.
In conclusione EP. I è un ascolto divertente e non complicato, sia per palati già devoti al fuzz che per i meno avvezzi al genere come il sottoscritto.
Tracce preferite: Yoda Eats Tofu e Darkside Of The Force.
Voto: molto/10