Dawn Jeffory, who played Tania, a high school friend of Lindsay Blaisdel’s, was featured in a Season 1 episode of Hotel.

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Dawn Jeffory, who played Tania, a high school friend of Lindsay Blaisdel’s, was featured in a Season 1 episode of Hotel.
Tourist Trap (1979)
Tourist Trap (1979)
Horror Puppet (David Schmoeller, 1979)
C’è un gruppo di ragazzi che sta andando in gita da qualche parte nella campagna americana. Si buca una ruota e uno di loro è costretto ad andare in cerca di qualcuno che li aiuti. Vede una casa, nel mezzo degli alberi. Decide di andare a chiedere. La porta è aperta e sembra non esserci nessuno. C’è una strana atmosfera. E' l’incipit giusto. Proprio quello di uno slasher anni ’70. Il ragazzo è entrato nella casa abbandonata e noi sappiamo benissimo che adesso arriverà il maniaco che lo farà a fettine sotto ai nostri occhi. E invece no. Perché Horror Puppet ovvero Tourist Trap è un film che vive dentro le regole del genere sapendo destreggiarsi a sufficienza tra i clichè e arrivando anche ad essere sufficientemente originale.
Tutto ruota attorno al personaggio di Mr. Slausen che è un campagnolo dall’aria solare nelle sembianze ultra yankee di Chuck Connors. Il Nostro amico se ne sta tutto da solo nel mezzo del bosco americano, con un negozietto di souvenir chiamato "Mr. Slausen Lost Oasis" (la trappola per turisti del titolo…) che è pieno di manichini e automi vari, di quelli che vedi nei musei delle cere e nei parchi a tema. Il tipo ha l’aria ok, ma non è tutto come sembra e nella casa adiacente al negozietto vive il fratello, che sembra avere qualche problema di troppo con i manichini. Si sa, la curiosità è femmina e per scoprire l’arcano le sciacquette in gita ci rimetteranno la pelle una ad una.
Horror Puppet è una delle prime produzioni, se non proprio la prima, di Charles Band. Uno che nel corso degli anni ha dimostrato di avere una certa tendenza ossessiva vero i pupazzi e bambole. Qui prende la sceneggiatura scritta da David Schmoeller insieme a J. Larry Carroll e affida al primo l’incarico di dirigere con pochi mezzi e tanta fantasia questo strano horror a base di manichini e pupazzi. Il risultato finale è un piccolo classico pieno di inventiva, che per uno strano scherzo del destino fa fiasco al botteghino salvo poi diventare, nel corso degli anni, un oggetto di culto per i giovani spettatori televisivi. Spettatori che se lo trovano programmato a tutte le ore, anche di pomeriggio, forte del fatto che la commissione censura lo valutò con un PG-13, salvo poi, molto tempo dopo, passarlo ad un Rated-R. E che il film facesse paura ai piccoli spettatori dell’epoca ci sono pochi dubbi, visto che ancora oggi sa regalare brividi e tensioni.
Merito soprattutto del reparto trucchi e in primis dei magnifici e macabri manichini che affollano tutte le inquadrature o quasi del film. Il responsabile numero uno del loro design è Robert A. Burns, un piccolo e attivo art director del settore, che qualche anno fa si è suicidato avvelenandosi. A lui si deve anche l’aspetto esteriore del maniaco, che da un lato ricorda Leatherface e dall’altro Michael Myers. Una sorta di ibrido, che dà la giusta inquietudine, salvo poi perdere gran parte della propria credibilità per colpa dell’assurda voce (sia in originale che doppiato in italiano) che restituisce più che altro, una certa apparenza grottesca al tutto. Del resto sono passati un bel po’ di anni e non si può reprimere il sopracciglio destro dall’incurvarsi al cospetto della sequenza di mummificazione con gesso, quando il nostro maniaco ricopre la faccia della ragazza di materia gelatinosa biancastra e recita la descrizione dell’abominio: “La cosa strana del gesso è che quando comincia a seccare diventa così caldo che quasi brucia la pelle. Il panico verrà quando ti sigillerò la bocca. E ora gli occhi. La tua pelle sta bruciando, vero? E' il gesso che comincia a tirare; ora sei in un mondo di tenebre e non vedrai mai più la luce”. E cosi sia! Va comunque dato atto a Schmoeller di sapersi muovere con la giusta dose di verve in mezzo ad una foresta di rimandi e suggestioni.
Che il maniaco richiami Lethearface non è un mistero, tanto più che tutto il film respira un’evidente aria da primo Tobe Hooper. E poi ovviamente ci sono rimandi a La Maschera di Cera, a Psycho, a Carrie. L’atmosfera poi è stranissima, a tratti molto inquietante, a tratti molto simile ad un telefilm americano dell’epoca. La prima sequenza che gioca con il ragazzo come il gatto con il topo fa il suo effetto ancora oggi, e anche il finale ha un colpo di scena notevole e un final shot di quelli inquietanti ed intelligenti. Per il resto è un b-movie datato 1979 che presenta tutti i pregi e i difetti dell’epoca, con un gruppo di attori da sufficienza sindacale. Attorno ad un bravo Chuck Connors si muovono gli assai più amatoriali Jon Van Ness, Robin Sherwood, Dawn Jeffory e una Tanya Roberts, pre Charlie’s Angels, già notevole nel suo abitino azzurro stretto stretto. A musicare il tutto un Pino Donaggio che qui si mantiene sul classico, ottenendo uno score moscio e anonimo.