Egregio Sancio Governatore d’Isole,
ripropongo l’articolo pubblicato da L’Unione Sarda il 10-1-2012 dal titolo: “In sala tra ricordi, emozioni, pensieri”. E’ il nostro omaggio a Ivano Fossati, che se ne va, ma mica gli puoi dire nulla. Che anche grazie a lui la nostra Isola di nuvole e’ piena.
Le semplice lettera di “Settembre” si chiude senza retorica, ricamata nelle note morbide del piano e nella lingua essenziale dell’ultimo Fossati, il decadancing. Al ragazzo nella seconda loggia, avra’ 30 anni, ricorda il destino di un altro ligure, Montale, che solo in vecchiaia abbandono’ i sogni di tenore, assottigliandosi in versi ossuti, sinceri.
Ma non c’e tempo per gli alambicchi delle similitudini: dal palco decolla “Lindberg”. Era il 1992, nell’album anche “Notturno delle tre”, “Mio fratello che guardi il mondo”, “La canzone popolare”, gracchiata per strada nelle elezioni del ’96. Da allora Fossati non la ripropone dal vivo. I suoni sintetici e la banalita’ dei temi dell’epoca non toccano l’artigiano genovese. Lindberg e’ un viaggio celeste e il ragazzo della seconda loggia si perde negli arabeschi del soffitto del Teatro Lirico.
Non e’ un caso se alle disilluse riflessioni di “Cara democrazia” (L’arcangelo, 2006) segue “La crisi”. La signora in platea, 60 anni (ma portati per bene), tiene il tempo sul bracciolo, divertita. Era il 1979, l’epoca dell’oro era finita in silenzio e l’occidente cominciava quel declino invisibile che oggi balla sulle labbra delle masse. Fossati usciva con “La mia banda suona il rock”: dentro anche “Vola” e “Di tanto amore”, scritta per Mia Martini, musa e compagna per tanti anni. Malinconia eterna. Quando Fossati, a sopresa, ne innesca gli accordi, le rughe della signora in platea perdono il sorriso, arricciandosi in un broncio.
La viola raschia il cuore all’uomo della prima loggia. L’idillio metafisico di “C’e’ tempo” pervade la sala. E’ “Lampo viaggiatore” (2003), l’album della piena maturita’. Fossati evade dalle sofisticazioni barocche dei tardi anni ’90. “Io sono un uomo libero” gentilmente prestata al re degli ingnoranti Celentano, “Ombre e luce”, capolavoro sognante in bilico fra cinema e realta’, la lirica lieve de “Il bacio sulla bocca”: l’uomo della prima loggia sa che l’intellettuale e l’artigiano si sono incontrati in un luogo cosi’ alto che la musica, per quanto leggera, stentera’ a rimetterci piede. E si rammarica.
E’ il momento dei bis: passano rapide “Una notte in Italia” (“La canzone a cui tengo di piu’, se mi puntate una pistola alle tempie”), le visioni viaggianti de “La pianta del te’”, “La costruzione di un amore”, passione digrignata della giovinezza. Ma il consiglio d’apertura, “Divertiamoci, non ci pensate”, non serve. La ragazza della seconda loggia piange quando il flauto onirico de “I treni a vapore” comincia a fischiare. Sa bene che i sogni sono cosa rara, che il coraggio di viaggiare e la necessita’ di svanire in silenzio sono il dramma, il segreto dei poeti. Il trucco viene via in neri rigagnoli sulle gote. Ma i treni continuano a sbuffare, il vapore a confondersi con le nuvole.