Dal discorso di insediamento del nuovo Arcivescovo di Pastrufazio, mons. Delpini
«Non parlate male di nessun figlio d’uomo, non disperate di voi stessi, dei giovani e dell’umanità. Lasciatevi trasfigurare dalla gloria di Dio».
È un’esortazione. E come ogni formulazione retorica applica registri nei quali convivono e si mescolano i topoi abituali dell’omiletica sacerdotale assieme a richiami più o meno concreti alla realtà attuale. Il «non parlar male» vale per la confidenza che le «bizzocchere» della «devotio moderna» mostravano tra loro e la facilità con cui si rimproveravano le reciproche mancanze, quanto per coloro che frequentando da vicino la vita parrocchiale spesso si concedono alla maldicenza, anche qui reciproca. Ma la precisazione: «nessun figlio d’uomo», estende la portata dell’esortazione all’universalità.
Il non disperare, poi, è una conseguenza immediata: se non si parla male degli altri non si può neppure essere preda della disperazione che, in un crescendo di circolarità influenti, parte da sé stessi, raggiunge i giovani e si espande all’umanità tutta.
La sorpresa, però, almeno per me, viene dalla brusca irruzione nell’esortazione dei caratteri positivi di coloro che non parlando male di nessuno e non disperando di sé, come degli altri, vicini o lontani che siano, devono lasciarsi «trasfigurare dalla gloria di Dio». Il salto sembra davvero eccessivo, sproporzionato, in qualche modo incongruo. Come, la Gloria di Dio, nel suo intervenire tra gli uomini, si limiterebbe a impedire la maldicenza e la disperazione? Ma a rileggerla con attenzione vien da pensare che la trasfigurazione della Gloria di Dio non ha altro segno che la modifica profonda delle relazioni tra gli uomini.
Mi domando, da semi-credente quale sono: non è che la fede, che si trascina nel mondo, non riesca più a individuare un posto reale per la Gloria di Dio che sia diverso dalla matassa spesso putrida e ammalorata dei rapporti umani? Certo, io sono un disperato, ma la Gloria di Dio, la Gloria, come nel romanzo di Graham Greene, dove risiede? Forse proprio in quel salto che anche la retorica sacerdotale, per quanto ben utilizzata, non riesce a occultare, o, forse, e qui Delpini dimostrerebbe sin dall’inizio qualità non secondarie nel suo appena iniziato magistero, non vuole più nascondere, fosse pure perché non può.