ROBERTO OTTAVIANO-ETERNAL LOVE: “PEOPLE” (parte I)
Ho incominciato ad ascoltare “At the Wheel Well”, brano che apre “People”, dell’ensemble “Eternal Love” di Roberto Ottaviano, senza leggere il comunicato stampa che accompagna il disco che esce il 16 gennaio prossimo; questo brano potrebbe addirittura sembrare una marcia funebre laica, con il suo andamento solennemente lento ed intimo. Ho scoperto poi che il brano è stato composto da Nikos Kypourgos ed è tratto dal film "The Cistern" di Hristos Dimas, un film del 2002 ambientato nella Grecia dei colonnelli. È strano come quel periodo di “stasi sociale”, come lo definisce Roberto Ottaviano, mi ricordi, grazie a quella composizione malinconica, anche il periodo che stiamo vivendo qui e adesso. Per fortuna, il disco è un contenitore di tante emozioni e tante vibrazioni, non solo grevi, come quelle del primo comunque bellissimo pezzo. Ecco allora “Mong’s Speakin’ “, omaggio al trombettista sudafricano Mongezi Fesa, autore di questo brano travolgente che strizza l’occhio al Free Jazz, ma che si può collocare a ponte su tanti generi musicali, tanto da non appartenere completamente a nessuno. “Hariprasad” è invece dedicato al flautista indiano Hariprasad Chaurasia: si tratta di un brano corposo e lieve, dove a giocare la parte del flauto sono in realtà i due straordinari fiati del gruppo, il sax soprano di Ottaviano e il clarinetto basso di Marco Colonna. Se mi posso permettere il paragone, irriverente ma non troppo, e parafrasando Raymond Roussel, “Hariprasad”, dà una “Impression d’Inde”, con tutte quelle sonorità che, benché prodotte da strumenti “occidentali”, ci restituiscono appieno una impressione d’India che penetra nel profondo. Il progetto dell’ensemble “Eternal Love” è un lavoro poliedrico, e quell’amore a cui si fa riferimento nel titolo è da intendersi un po’ come l’Hallelujah di Leonard Cohen, ovvero è un amore che assomiglia molto al termine “passione”. L’alto e il basso, la non violenza e la lotta, il sublime e il diabolico, insomma questo “amore” è la dialettica della vita. Ed è con questa convinzione che credo vada ascoltato questo straordinario lavoro rigoroso, ma anche così vario. Si arriva così, con questa metodica degli accostamenti apparentemente distanti, a “Callas”, per ricordare Maria Callas, artista immensa e complessa. Il compito di introdurla è lasciato al pianoforte dialogante di Alexander Hawkins, quasi sostenuto dal contrabbasso di Giovanni Maier e anche se, nella parte centrale è ancora Marco Colonna a sussurrare quegli aspetti più introspettivi della personalità della Divina, la parte conclusiva sembra una polifonia tutta “Sturm und Drang” che si addice molto al grande soprano. Inconsueto, ma non certo inaspettato in un disco e in un progetto di questo respiro, l’omaggio-ricordo a un grande sportivo quale fu Niki Lauda. Sarebbe quasi una banalità dire che questa “ode alla velocità”, più umana che futurista, è una composizione che scorre veloce, scandita dal ticchettio delle punte delle bacchette di Zeno De Rossi alla batteria. (continua)
Le fotografie che accompagnano questo post sono di Žiga Koritnik .










