El Gran Bosque en La Herrería
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El Gran Bosque en La Herrería
Santiago-Chile, 15 gennaio 2015. Per un attimo si è cristallizzata un bel pò di Puglia qui a Santiago. Sono arrivate Giulia e Roberta. Per un attimo siamo stati felici davvero. Felici e spensierati. Gli altri sono andati a dormire. Io no. Sono ancora le undici di sera in sudAmerica e per me non si può. Io sono un bambino che non riesce a dormire il giorno prima della caccia. Per raccontare una storia in un paese lontano devo affondare nella loro lingua. Se avessi un compagno camminerei per Santiago fino all'alba. Succhierei il midollo di quest'ultima notte. E' arrivata la birra. Il posto è su Providencia. Oggi è stato un giorno caldo. Ora c'è un bel vento come è stato tante sere qui. Le cose succedono se devono succedere. Il testo in spagnolo sfuma a poco a poco nella testa. Il locale si chiama El emporio del barrio. Ha una porta vetrata rossa, di legno. La cameriera mi mette comunque il piatto e mi dice di dire che aspetto la mia ordinazione se qualcuno mi chiede. Non si può bere senza mangiare a quest'ora. Le ragazze ai quattro tavolini piccoli portano canottiere e sandali. Dall'Italia eravamo partiti che era capodanno e a Brindisi, dopo anni, aveva fatto un poco di neve. Chissà se il mio cane mi riconoscerà. Ora se ne avvicinato uno nero. Santiago è piena di cani soli per le strade. Lo accarezzo. Si stende accanto alla mia sedia. Dopo Andrè e Dorine credo che ci fermeremo un bel pò negli spettacoli cosiddetti per ragazzi. Più in là vedremo cosa succederà ancora. Queste parole vorrei strozzarle con la mano fino a farne una goccia. Quella goccia sarebbe poesia. Avrebbe l'odore di sera d'estate che mi ha investito appena fuori dal teatro finita la prima replica qui in Cile. Allora, come ora, mi commuoverebbe. Domani si torna in Italia. Yo soy un cuentacuentos.
Deserto di Acatama, Nord Chile-9 gen 2015. Suoni in viaggio. http://storie-di-amore-e-di-alberi.tumblr.com/post/107716339050/santiago-del-cile-cile-10-gennaio-2015-fine
Santiago del Cile-Cile, 7 gennaio 2015. Uscire dal teatro e sentire il profumo dell'estate mi scioglie. Il pubblico continua ad essere un abbraccio. Dicevamo con Francesco che qui sono orgogliosi di andare al teatro. Sembra davvero di partecipare ad una funcion sociale. Arrivano in teatro tutte le generazioni, si mettono in fila ordinati e aspettano con pazienza. In tanti rimangono fuori. Applaudono forte, si alzano in piedi e vengono verso il palco non per dire grazie, per abbracciarmi! No me pare de verdad. E' incredibile. Sono grati. Che pena come ci siamo ridotti depressi in Italia, che pena come si è ridotta la cultura, che pena i nostri politici. Oggi in prima fila c'era l'esercito! Ieri replica a La Granja. Teatro immenso. Sono le prime quattro foto. Io sono sempre più sicuro. Superata la prima replica in spagnolo a freddo, ora comincio a divertirmi. Fuori dal centro cultural (c'è quasi un centro culturale per Città, cazzo!) c'era la bandiera cilena e quella mapuche (i nativi del Cile). Oggi replica a San Felipe, ad un'ora e mezza da Santiago. Siamo arrivati che la piazza centrale era un forno (foto 5, 6, 7). Cani e anziani arrancavano all'ombra. Mi sono fermato a fotografare un cane che dormiva. Un signore mi ha visto, ha aspettato che finissi e dopo si è avvicinato al cane per accarezzarlo e chiamarlo. Il primo pensiero è stato che si fosse avvicinato per vedere se era ancora vivo tanto forte era il caldo. Le giostre di San Felipe sono biciclette-cavallo che avrebbero fatto impazzire le mie bambine, tutte e tre. Tra gli alberi c'era una slitta e le renne. Vedere alberi di Natale e decorazioni con questo caldo fa uno strano effetto. Quando siamo usciti dal teatro la piazza era accesa, renne e slitta comprese. La replica è stata la migliore. Lo spettacolo è stato creato di nuovo. Anche qui il sindaco ci ha lasciato un regalo. In teatro avevano passato la cera da poco e hanno spolverato il palco fino a mezz'ora dallo spettacolo. Prima di ogni spettacolo mandano un lungo annuncio registrato con le istruzioni di sicurezza in caso di emergenza, esattamente come sull'aereo. Ci dice Luciana che è per via dei terremoti. Ho scoperto che il Cile è terra altamente sismica in volo. Nel 1960 un terremoto ha causato 3000 vittime. E' stato uno dei più forti registrato al mondo. Ho trovato delle immagini del popolo Selknam (ultima foto). Mi affascinano. Sono divinità del cielo di un rito di iniziazione all'eta adulta dei giovani. Sono una serie, tutte dipinte, corpo e vestiti, di bianco e rosso. Mi incutono un mistero profondo. Ho iniziato a disegnarne una. Il popolo Selknam è oggi estinto ed era un popolo nativo della Terra del Fuoco, la punta estrema a Sud tra Cile e Argentina. Si chiama Terra del Fuoco perchè i primi esploratori descrivevano i fuochi del popolo Selknam che si vedevano dal mare. Chissà cosa doveva essere quella visione di notte. Sono stati sterminati, un vero e proprio genocidio, in nome dell'Oro, del progresso, della colonizzazione di europei e cristiani e dell'allevamento delle pecore! Prima della Terra del Fuoco c'è la Patagonia. Sono l'infinito di questo viaggio, quello che non raggiungerai mai, in questo viaggio e nella vita. Sono a tre ore di viaggio in macchina a Sud da dove scrivo ora. E' da un giorno che ha smesso di uscirmi sangue dal naso. Le forme che prendono le case, le strade, le porte, le cose dell'uomo e forse della natura stessa, è il paese che le genera? O forse più probabilmente l'energia e i fattori creativi del paese devono vedersela con i flussi, i tracciati dei viaggi, delle migrazioni, degli scambi, delle sottomissioni, delle servitù, delle influenze, come un grande albero che si ramifica per tutto il mondo ramificandosi miriadi di volte e dando vita alle miriadi di forme esistenti al mondo, un grande albero che nel bene come nel male origina forme, anime, felicità e tristezze dell'umanità intera. Se potessimo ripercorrere a ritroso le ramificazioni di quest'albero a poco a poco ci libereremmo di scorie e croste fino ad avvicinarci, almeno avvicinarci, all'origine, a quando quell'albero era giovane e poco ramificato e il mondo non ancora contaminato. Cosa c'era prima di quell'albero?, mi chiederebbe Giulietta. Fare arretrare le ramificazioni, se fosse possibile. Scoprire la terra che quel ramo ha coperto, sentire il terreno nativo sul quale ha attecchito. Luis Sepulveda, Francisco Coloane, Bolano, Neruda, Isabel Allende, Victor Jara (era un musicista di lotta, quando c'è stato il golpe di Pinochet l'hanno portato allo stadio dello sterminio, gli hanno spezzato le dita delle mani con le quali suonava la chitarra e l'hanno ucciso), Salvator Allende, Violetta Parra. I murales de La Brigada Ramona Parra. Ho visto un cuore che per metà diventava donna. Per metà cuore, per metà altro. Forse questo potrei disegnarlo.
Santiago del Cile-Cile, 3 gennaio 2015. Siamo in Cile. Da voi sono le 3:24 di notte. Qui poco più delle undici di sera. Non saprei dire velocemente quando siamo partiti. E' stata una giornata lunghissima di voli, attese, file, dogane, spostamenti. Brindisi-Roma-Madrid-Santiango. L'ultimo tratto è stato di tredici ore di dormiveglia. Accanto a noi nell'aereo grandissimo c'era un tipo che aveva prenotato quattro posti per potersi stendere a dormire. Si è avvolto nella coperta rossa come un bozzolo lasciando libero solo il naso per respirare. Mangiavi Kiwi piegato su stesso. Eravamo pronti a saltargli sopra al primo gesto sospetto. Il primo sudAmerica è stato montagne brune all'infinito. Senza alberi. In viaggio avevo letto dalla guida di Francesca che il Cile ora lotta con tutte le solite conseguenze dello sviluppo estremo, deforestazione compresa. Gran parte della lotta ambientalista si fa per bloccare i grandi progetti che minacciano popolazioni locali e foreste. El bosque chileno. La popolazione per metà è in pratica Europea, spagnoli, per l'altra metà, anzi molto meno, discendenti dei mapuches, i nativi di questa terra. Per strada sono spaccati. Gli uni e gli altri. Ora le mani sono nere del nero tavolo del Gran Bosque chileno. Arrivati alle dieci locali dopo il lungo giorno di viaggio (è stato solo un giorno?) qui c'era ancora un giorno intero davanti e siamo andati nella falegnameria dove si era cominciato a costruire il tavolo per questa tournée. Qui c'è Guillielmo. Sa il fatto suo. Il tavolo era pronto a metà. Domani avremo finito e dovremo preoccuparci solo di far riemergere il racconto. Per questa tournée il tavolo sfoggerà un nero completo che mi piacerebbe far virare nella visionarietà magica del sudAmerica. Se ci fosse Miguel gli chiederei di metterci mano. Luciana è l'angelo custode del Festival che ci accompagna e si prende cura di noi. Era all'aeroporto con il cartello GRUPO EL GRAN BOSCQUE. Francesca ha avuto conferma di tutti i suoi dubbi organizzativi. Ci siamo detti che ora desideriamo solo che sia serena. Mi fa tristezza che i centri delle grandi città del mondo, che sia Santiango, Roma, Valona, sembrino tutti uguali e in corsa verso chissà cosa. Francesco conosce la mappa della memoria civile di Santiago. In auto ci sfrecciavano case, lamiere, graffiti. Domani, forse, cominceremo a capirci qualcosa di più. Per ora è finito l'infinito giorno di viaggio.
Madrid-Spagna, 15 marzo 2014.
La vita non è che ombra, 'na marionetta che s'agita tanto, dentro al suo teatrino, poco meno de n'oretta... e poi? Ruggiè, l'hai detto: solo silenzio. Na storia piena de furia rumore e ossa rotte in cattiva rima narrata, da 'n deficiente che te racconta... cosa? poco più de gniente.
Ieri siamo tornati al Museo del Prado. Dalle diciotto alle venti l’entrata è libera e chissà quando ci ricapiterà di tornarci. I ragazzi di ieri mattina mi hanno chiesto quanto tempo ho impiegato a studiare il testo in spagnolo. Ho risposto otto mesi e ho aggiunto che la cosa incredibile è che, dopo tanto studio, ora, ancora qualche respiro, ed è tutto finito: buio. Va così il teatro. Ricordo che un giorno ne parlava Enzo con mio padre. Diceva Enzo che almeno un quadro rimane nel tempo, il teatro invece un soffio e nulla è mai successo. Silenzio. Ieri e oggi facciamo spettacolo a Leganés, poco fuori Madrid. E’ un teatro pequenito, come dice Angela, la signora che lo gestisce e si trova in una zona di frontiera, anche se dice subito che lei non si considera Leganés una frontiera. Credo che la sua casa sia arredata allo stesso modo del teatro, con le stesse poltrone di vimini, lo stesso servizio di tazze con le quali ci offre cordialmente ogni volta il caffè e i dolcetti, le stesse piume colorate del camerino. E in un certo senso sembra di stare a casa sua, punta fari e sposta cavi come se stesse sistemando una piega fuori posto del tappeto del salotto o spolverando un mobile troppo affollato di oggettini e chincaglierie. Il tecnico è buffo, sembra il parroco della chiesa di quartiere. Abbiamo riso a lungo: non ci aspettavamo questa situazione familiare e casalinga dopo i teatri monumentali e super tecnicamente assistiti dei giorni scorsi. La signora del teatro dice che i ragazzi che sono venuti ieri mattina a vedere lo spettacolo sono di una scuola speciale che si chiama Ciudad de los muchachos. Anche qui una Città dei ragazzi, come quella del Consiglio Comunale dei Ragazzi di Brindisi al centro dei messaggi con Daniela di questi giorni. Pare che fossero ragazzi difficili con situazioni di disagio e famiglie disgregate e la scuola se ne prende cura con progetti di circo e cittadinanza attiva: hanno proprie leggi, assemblee, vigili. Che strano averli incontrati proprio oggi dopo l’ultima mail di Daniela. “Come va?...” E’ stata una replica timida come lo sono state un po’ tutte in questi giorni di scolastiche, ma tranquilla. Non mi aspettavo che ragazzi così grandi volessero abbracciarmi. In tanti mi stringevano la mano e poi mi abbracciavano. L’ho vissuto con un po’ di imbarazzo. Non capivo. Le parole di Angela dopo lo spettacolo sulla Ciudad de los muchachos mi hanno in parte chiarito perché avessero tanto bisogno di contatto fisico e di parlare. Ieri sarebbe stato bello starci più tempo insieme. Angela ci ha detto che è meglio non pubblicare le foto che fatte insieme a fine spettacolo. C’è una stanza al Prado che al centro ha questo quadro di Joaquin Sorolla: chicos en la playa. E’ tutto fluido e sembra che il colore, come le onde del bagnasciuga, stiano per portarsi via i ragazzi da un momento all’altro.
Alcalà De Henares, Madrid-Espana, 12 marzo 2014. Ci sono così tante cicogne sui tetti di Alcalà De Henares che viene da pensare che abitino una città parallela a quella degli uomini in basso, una città che si estende sui tetti tra campanili, croci di pietra, pennacchi di ferro battuto, tegole e antenne, una città le cui abitazioni sono nidi grossi come capanne di rami intrecciati di una tribù piumata. Chissà allora com’è organizzata la comunità delle cicogne di Alcalà, chissà come sono regolati i rapporti di vicinato, di quante persone sono composte le famiglie e se ci sono cerchie di amici o conoscenti che si allargano sopra i tetti. Chissà di che parlano tra loro, se li vedono oppure no, gli uomini giù in basso. Chissà se un giorno si porteranno in cielo il teatro Corral de Comedias, che sembra un galeone piovuto da chissà dove e incastrato tra le case basse di piazza Cervantes. E chissà dove lo porterebbero via, se in un’altra città, oppure sul tetto d’alberi di un bosco fitto fitto e chi lo prenderebbe in cura lì, se anche lì sarebbe usato come teatro o come nave pirata per bimbi sperduti o se magari lo poserebbero di nuovo sul mare, se è da lì viene, al largo ad aspettare un refolo, una corrente di mare che lo porti di nuovo lontano.
Ieri giornata strana per tutti: per me che ho vissuto la replica più difficile fatta fino ad ora, a La Cabrera, con ragazzi che avevano solo voglia di fare casino e divertirsi tra loro come succede a volte in Italia e allora la lingua e gli errori di pronuncia diventano un pretesto, come altri, per ridere e far ridere i compagni fino ad intimidire me, la storia e la foresta che ora tocca ritrovare, per Francesco che è andato via e dice che l’Italia non mette proprio di buon umore, per Chiara, lontana, che mi scrive di una giornata difficile e infinita, per la mia famiglia che a volte sembra una barchetta che beccheggia, oscilla tra pensieri e conte dei denari, dei giorni e delle felicità che oggi mi invadono la testa seduto alle panchine di Piazza Cervantes.
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Non ci fu tempo per avvisare parenti o conoscenti di venire a vedere il miracolo tanto successe tutto così in fretta. Eppure Miguel, da vecchio uomo di campagna, l’aveva detto che a lui, che tutte le cicogne della città da un po’ di giorni si fossero spostate insieme sul tetto del teatro non sembrava cosa tanto normale. Qualcuno, sicuramente più per non darla vinta al vecchio, aveva detto che era colpa delle mezze stagioni che non ci sono più e che, se stordiscono gli uomini, figuriamoci cosa possono combinare a dei pennuti. Non ci fu nemmeno il rumore, la polvere o il fracasso che uno dopo avrebbe potuto anche immaginare, successe semplicemente che le cicogne all’improvviso si alzarono tutte insieme in un gran silenzio ampio di ali e tirando le corde tra i becchi sollevarono il teatro poco a poco: prima uno spiraglio, poi una mano e all’improvviso sfilava via in silenzio tra le altre case come il mattoncino di una costruzione, come se i bravi tecnici del teatro avessero mantenuto ben oliati cardini e carrucole del teatro per questo gran finale e non per altri piccoli spettacoli di passaggio. Solo allora fu chiaro a tutti definitivamente perché quel teatro sembrasse un galeone, solo quando davanti a loro prese il volo quell’enorme prodigio di legni e corde e passamano intrecciati come i nidi delle cicogne, solo un po’ più slanciato verso…il cielo?! come un galeone, appunto, mosso al posto delle vele da quella che da lontano doveva apparire come una gigantesca mongolfiera piumata, bianca con fregi neri e arancio vivo, composta da così tante cicogne che sembrava si fossero date raduno per l’occasione quelle di mezza Spagna. Gli abitanti, quelli che passavano lì per caso e quelli che furono raggiunti dal pacato e rispettoso passaparola della funzione, si strinsero nella piazza in silenzio e almeno per un poco non c’erano pensieri della fine del mese, ma solo teste che sembravano attraversate dalle nuvole o forse, questo, era solo un desiderio. Fatto stà che il teatro-galeone si sollevò dritto in verticale di almeno cento metri, le cicogne più in alto di almeno altri dieci, in mezzo corde infinite. Poi arrivò un refolo, un sorriso sereno attraversò i volti di tutti, grandi e bambini, e il teatro era un puntino e già non c’era più. Se non fosse per il pianto improvviso di una bambina, chissà quanto tempo sarebbe durato quel silenzio e quel sorriso. La folla di disperse lentamente e in silenzio così come si era radunata. Ancora per un po’ di giorni si parlò del fatto. Poi niente più. Lo spazio del teatro rimase vuoto e tutti passavano a vedere, ma soli e di nascosto, quando erano sicuri di non farsi scoprire imbambolati a mirare il vuoto. Poi un giorno tornarono anche le cicogne. Tutte insieme e come se nulla fosse, ripresero le posizioni sparse e ben distribuite su tutti i tetti. Ricominciarono a battere becco contro becco, ad amoreggiare e a tagliare il cielo di Alcalà. Al posto del teatro non vi costruirono più nulla. Lasciarono il vuoto senza nemmeno una targa. Sarà che piace agli abitanti ogni tanto andare lì e sorridere, che sembra ancora di sentirlo quel refolo fresco di mari del sud. Scorrendo le foto: 1, 2, 3, 4 - cicogne sui tetti di Alcalà 5, 6, 7 - il teatro-galeone Corral de Comedias a Alcalà De Henares 8 - il pubblico di oggi 9 - ieri era il decimo anniversario dell'attentato di Atocha 10 - il centro culturale di La Cabrera
La Cabrera, Madrid-Espana, 10 marzo 2014. Enhorabuena Siamo fermi a La Cabrera. Scrivo dal centro culturale dove faremo lo spettacolo domattina. C'è un angolo dove i bambini possono scrivere a terra. Famiglie, tavoli con riunioni, ragazzi che studiano, wii fii, mostre. Un centro culturale di quelli che a Brindisi con il cazzo che li fai. Oggi abbiamo ricevuto questa mail e questa in alto era la Gran Via a Madrid lo scorso otto marzo.
Oggetto: Enhorabuena Hola, Os escribo para felicitaros por la obra La grande floresta que hemos visto esta tarde en el teatro pradillo, en Madrid. Tanto a nosotros como a la niña ( tiene 10 años) nos ha encantado la obra. Es una historia llena de humanidad y de sencillez, con un mensaje muy profundo de amor a la naturaleza y de sabiduría. El montaje y el decorado son geniales, muy sencillos y muy sugerentes. Muchas gracias por compartir esta obra de teatro con nosotros, nos ha emocionado. Y gracias al actor por el esfuerzo de hablar en castellano. Esperamos veros de nuevo por aquí Un cariñoso saludo Marta, Alberto y Andrea