Alcalà De Henares, Madrid-Espana, 12 marzo 2014.
Ci sono così tante cicogne sui tetti di Alcalà De Henares che viene da pensare che abitino una città parallela a quella degli uomini in basso, una città che si estende sui tetti tra campanili, croci di pietra, pennacchi di ferro battuto, tegole e antenne, una città le cui abitazioni sono nidi grossi come capanne di rami intrecciati di una tribù piumata. Chissà allora com’è organizzata la comunità delle cicogne di Alcalà, chissà come sono regolati i rapporti di vicinato, di quante persone sono composte le famiglie e se ci sono cerchie di amici o conoscenti che si allargano sopra i tetti. Chissà di che parlano tra loro, se li vedono oppure no, gli uomini giù in basso. Chissà se un giorno si porteranno in cielo il teatro Corral de Comedias, che sembra un galeone piovuto da chissà dove e incastrato tra le case basse di piazza Cervantes. E chissà dove lo porterebbero via, se in un’altra città, oppure sul tetto d’alberi di un bosco fitto fitto e chi lo prenderebbe in cura lì, se anche lì sarebbe usato come teatro o come nave pirata per bimbi sperduti o se magari lo poserebbero di nuovo sul mare, se è da lì viene, al largo ad aspettare un refolo, una corrente di mare che lo porti di nuovo lontano.
Ieri giornata strana per tutti: per me che ho vissuto la replica più difficile fatta fino ad ora, a La Cabrera, con ragazzi che avevano solo voglia di fare casino e divertirsi tra loro come succede a volte in Italia e allora la lingua e gli errori di pronuncia diventano un pretesto, come altri, per ridere e far ridere i compagni fino ad intimidire me, la storia e la foresta che ora tocca ritrovare, per Francesco che è andato via e dice che l’Italia non mette proprio di buon umore, per Chiara, lontana, che mi scrive di una giornata difficile e infinita, per la mia famiglia che a volte sembra una barchetta che beccheggia, oscilla tra pensieri e conte dei denari, dei giorni e delle felicità che oggi mi invadono la testa seduto alle panchine di Piazza Cervantes.
Non ci fu tempo per avvisare parenti o conoscenti di venire a vedere il miracolo tanto successe tutto così in fretta. Eppure Miguel, da vecchio uomo di campagna, l’aveva detto che a lui, che tutte le cicogne della città da un po’ di giorni si fossero spostate insieme sul tetto del teatro non sembrava cosa tanto normale. Qualcuno, sicuramente più per non darla vinta al vecchio, aveva detto che era colpa delle mezze stagioni che non ci sono più e che, se stordiscono gli uomini, figuriamoci cosa possono combinare a dei pennuti.
Non ci fu nemmeno il rumore, la polvere o il fracasso che uno dopo avrebbe potuto anche immaginare, successe semplicemente che le cicogne all’improvviso si alzarono tutte insieme in un gran silenzio ampio di ali e tirando le corde tra i becchi sollevarono il teatro poco a poco: prima uno spiraglio, poi una mano e all’improvviso sfilava via in silenzio tra le altre case come il mattoncino di una costruzione, come se i bravi tecnici del teatro avessero mantenuto ben oliati cardini e carrucole del teatro per questo gran finale e non per altri piccoli spettacoli di passaggio. Solo allora fu chiaro a tutti definitivamente perché quel teatro sembrasse un galeone, solo quando davanti a loro prese il volo quell’enorme prodigio di legni e corde e passamano intrecciati come i nidi delle cicogne, solo un po’ più slanciato verso…il cielo?! come un galeone, appunto, mosso al posto delle vele da quella che da lontano doveva apparire come una gigantesca mongolfiera piumata, bianca con fregi neri e arancio vivo, composta da così tante cicogne che sembrava si fossero date raduno per l’occasione quelle di mezza Spagna.
Gli abitanti, quelli che passavano lì per caso e quelli che furono raggiunti dal pacato e rispettoso passaparola della funzione, si strinsero nella piazza in silenzio e almeno per un poco non c’erano pensieri della fine del mese, ma solo teste che sembravano attraversate dalle nuvole o forse, questo, era solo un desiderio.
Fatto stà che il teatro-galeone si sollevò dritto in verticale di almeno cento metri, le cicogne più in alto di almeno altri dieci, in mezzo corde infinite. Poi arrivò un refolo, un sorriso sereno attraversò i volti di tutti, grandi e bambini, e il teatro era un puntino e già non c’era più.
Se non fosse per il pianto improvviso di una bambina, chissà quanto tempo sarebbe durato quel silenzio e quel sorriso. La folla di disperse lentamente e in silenzio così come si era radunata. Ancora per un po’ di giorni si parlò del fatto. Poi niente più. Lo spazio del teatro rimase vuoto e tutti passavano a vedere, ma soli e di nascosto, quando erano sicuri di non farsi scoprire imbambolati a mirare il vuoto.
Poi un giorno tornarono anche le cicogne. Tutte insieme e come se nulla fosse, ripresero le posizioni sparse e ben distribuite su tutti i tetti. Ricominciarono a battere becco contro becco, ad amoreggiare e a tagliare il cielo di Alcalà.
Al posto del teatro non vi costruirono più nulla. Lasciarono il vuoto senza nemmeno una targa. Sarà che piace agli abitanti ogni tanto andare lì e sorridere, che sembra ancora di sentirlo quel refolo fresco di mari del sud.
Scorrendo le foto:
1, 2, 3, 4 - cicogne sui tetti di Alcalà
5, 6, 7 - il teatro-galeone Corral de Comedias a Alcalà De Henares
8 - il pubblico di oggi
9 - ieri era il decimo anniversario dell'attentato di Atocha
10 - il centro culturale di La Cabrera