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Scopri Mostar, una città che unisce passato e presente sulle rive del fiume Neretva, con il suo storico Stari Most e l'eredità ottomana
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Il tabacco raccontato con garbo in un libro di Salvatore Colazzo
Spongano (ph Giuseppe Corvaglia)
di Giuseppe Corvaglia
Per uomini e donne della mia età l’infanzia e l’adolescenza, in estate, si riempivano di frutti della terra succulenti e saporiti: fichi, meloni, uva, angurie, cucummarazzi, pomodori, persichi , albicocche… c’era però un frutto che frutto non era, anche se ugualmente una risorsa importante per le non brillanti economie salentine: il tabacco.
Il tabacco nel nostro vissuto era amico, o almeno conoscente, tiranno, ma anche speranza (quanti motorini per gli adolescenti dipendevano dalla stagione), levatacce alle quattro di mattina e mani sporche di unto amarognolo che si puliva a fatica dalle pieghe della pelle. D’estate diventava cornice alla vita del paese. In ogni angolo c’erano talaretti con le file di tabacco infilato.
Per raccoglierlo al mattino bisognava alzarsi prestissimo e quando il sole saliva nel cielo, ci si sedeva per terra all’ombra delle limese e si trafiggevano le larghe foglie con le acuceddhre per fare le file da stendere al sole. Era davvero una compagnia discreta, uno di famiglia ormai, piacesse o no, da gestire, ma anche da coccolare, da proteggere da quattru nziddhri di pioggia fugace come dalla muntura della notte.
Contadine mettono a dimora le piantine di tabacco (ph Oronzo “Oro” Rizzello)
All’epoca non avremmo pensato che sarebbe scomparso dal Salento. Molte famiglie lo producevano e molte si spostavano nel Tavoliere delle Puglie o nel Metapontino per coltivarlo.
A quei tempi la sigaretta era un piacere, un sollievo facile da ottenere per gli adulti, e un modo per sentirsi grandi, una sottile ribellione per i ragazzi.
Anche gli attori fumavano nei film, come nei caroselli pubblicitari, i vecchi e il sigaro sembravano una cosa sola e inscindibile e le bionde sigarette erano anch’esse irrinunciabili.
Gli emigrati al ritorno per le feste portavano cioccolate per i piccoli e sigarette per i grandi. Dalla Francia le sigarette erano le famose Gauloise e dalla Svizzera le Marlboro e le Muratti della Philips Morris molto diffuse anche con il contrabbando.
A raccontarlo oggi non sembra neanche vero, direbbe Francesco De Gregori, invece oggi le sigarette non sono più uno status symbol, un segno distintivo di prestigio, di sicurezza, di classe, sono viste con sospetto: sono indice di vizio, provocano ictus, malformazioni neonatali, infarti, forse anche la “guerra atomica”. In realtà è ben noto come il tabacco crei dipendenza ed è ben noto come il fumo nuoccia alla salute specie quando finisce di essere piacere occasionale e diventa ossessione, vizio, perché, come dicevano gli antichi, “Bacco, Tabacco e Venere / riducon l’uomo in cenere”.
Oggi non si fuma più nei locali pubblici, non si fuma nemmeno nei parchi, ma nemmeno in casa o in macchina. Per fumare si esce sul balcone, ci si ferma alla piazzola di sosta… l’unico posto rimasto tradizionalmente “affumicato” è il bagno delle scuole. Anche l’ONU ha istituito la Giornata senza tabacco che si celebra il 31 maggio
Da alcuni anni Tabacco nel Salento non se ne coltiva più. Non perché lo vieti il monopolio, ma perché non ne vale più la pena.
Ogni tanto qualcuno ne parla con nostalgia dimenticando cosa significava lavorarlo, quali fatiche, quali impegni comportasse, ma a me è rimasta sempre la curiosità di saperne di più, di andare oltre le cose che avevo visto con i miei occhi di ragazzo. (sappiamo che curiosità deriva dal latino “cur”, perchè)
Molti di questi perché ce li spiega un libro davvero molto interessante “I tabacchi orientali del Salento- Quattro storie e loro dintorni.” (Giorgiani Editori – Novembre 2017- 157 pag. 10 €) di Salvatore Colazzo, un agronomo di Collepasso, che con passione racconta la storia del Tabacco, dalla sua scoperta nelle Americhe al Novecent,o con l’interessante ed efficace presentazione di Mario Toma, che inquadra il fenomeno del tabacco dal punto di vista sociologico.
Il libro non è il solito libro che parla degli aspetti della coltivazione, della vita che menavano i contadini, della fatica, dei disagi e delle oppressioni, ben noti ormai, ma ci apre un mondo e ci fa conoscere il tabacco come storia, come pianta, come fenomeno di costume ed evento economico delle nostre terre e del mercato mondiale, come oggetto di desiderio e bene voluttuario.
Colazzo ce ne parla come se raccontasse la storia di un vecchio amico e nel raccontarla ci svela tanti particolari, non solo della pianta in sé, o delle fasi di lavorazione, ma anche di come si sia diffusa dal sedicesimo secolo nel mondo, del perché sia stata apprezzata e si sia diffusa in tutte le classi sociali, di come sia stata una risorsa capace di affossare o rialzare l’economia e di come la stessa pianta sia stata adattata dalla botanica e dalla genetica ai gusti delle persone.
Ci racconta storie di politica incapace che cede le armi a imprenditori avidi vampiri e storie di imprenditori coraggiosi capaci di fare scelte ardite, sicuramente utili alle proprie sostanze, ma pure capaci, con produzioni innovative, di dare pane e guadagno anche alle classi contadine.
La prima storia che ci racconta è quella di questa pianta che arriva in Europa e inizialmente viene utilizzata solo a scopi medicinali da frati erboristi per poi diventare genere voluttuario o ridotto in polvere e fiutato, o avvolto in sigari e fumato o anche appositamente acconciato e masticato.
Del tabacco si apprezza il rude sapore, ma anche il tono che dà (la nicotina è un alcaloide stimolante il sistema nervoso centrale già noto per queste virtù agli indigeni americani che lo usavano per raggiungere una condizione di trance).
Poi ci parla del tabacco salentino e si scopre che non era quel tabacco dai nomi esotici che conosciamo, ma un tabacco che si chiamava Cattaro riccio o Brasile salentino che nemmeno si fumava, ma era buono per ottenere delle ottime e pregiate polveri da fiuto, prodotto che, passando di moda il gusto per le tabacchiere, con la diffusione delle sigarette, manderà in crisi tutta la tabacchicoltura salentina.
Colazzo è molto bravo a raccontare della diffusione sempre maggiore del tabacco in tutto il mondo, dell’evoluzione dei gusti con il sopravanzare della preferenza per il fumo all’uso di tabacchi dal gusto meno forte e più gradevoli . Quindi ci racconta della grande produzione degli Stati Uniti, ma anche del progressivo affermarsi dei tabacchi prodotti nell’area dei Balcani, chiamati turchi o orientali, tali da surclassare il tabacco americano che pure aveva creato il mercato del fumo, così da essere richiesti per migliorare le miscele degli stessi prodotti americani (il primo a miscelarli fu proprio l’americano Philip Morris).
Racconta anche di come lo Stato Italiano fece propria questa produzione avocando a sé la gestione, la produzione e la vendita, creando la Privativa di Stato per il Monopolio di Sali e Tabacchi.
Ci racconta pure, però , di come col tempo lo Stato mostrò di non saper gestire bene la cosa e di come scelse di affidare a una società di imprenditori privati, chiamata Regia Cointeressata (1869), la produzione del tabacco mantenendo il monopolio della distribuzione e della vendita.
I privati cercarono di rendere efficiente la produzione combattendo il contrabbando, che per gli agricoltori era un mezzo per arrotondare i miseri guadagni, ma, essendo loro a stabilire il prezzo e la qualità del raccolto, lucrarono sul prodotto pagando il tabacco ai contadini come di seconda classe per poi usarlo nelle miscele dei sigari come di prima classe.
Questo portò un guadagno effimero perché, in realtà, fece distogliere i contadini dal produrlo e ben presto quegli stessi mezzi che dovevano portare a una maggior efficienza e guadagno diventarono la ragione di perdite per gli imprenditori stessi della Regia Cointeressata e per lo Stato, che aveva il monopolio e doveva produrre il tabacco per fare i sigari. Non disponendo della materia prima, dovette importare il prodotto dall’estero a discapito della bilancia commerciale. Come dire che a voler solo guadagnare speculando si va a perdere tutto: insomma chi troppo vuole nulla stringe.
A questo punto il Colazzo ci racconta due cose anch’esse molto didascaliche: una racconta come lo Stato riprese in mano anche la produzione rilevandola dai privati allo scadere della concessione, e di come, questa volta, investì nella scienza e nella sperimentazione affidandosi ad esperti come Orazio Comes e Angeloni, esperti e botanici di rango, che cercarono di trovare qualità più adatte alla produzione nazionale e al gusto del mercato compatibili con il nostro clima e la nostra terra.
La seconda storia parla di un pioniere deciso e lungimirante il Principe Gallone.
Con la crisi della tabacchicoltura si cercò di trovare delle nuove strade per uscirne. La Camera di Commercio di Lecce fu autorizzata a sperimentare sulla produzione di tabacco, ma si fissò sulle vecchie specie locali, finché un imprenditore illuminato, il Principe di Tricase Giuseppe Gallone, Senatore del Regno, ottenne il permesso di sperimentare nella tabacchicoltura e, collaborando con imprenditori di Salonicco, importò e produsse alcune varietà di tabacchi levantini che nel nostro Salento attecchivano bene, tanto poi da diventare colture pregiate e consentire al Monopolio di non importare più del dovuto tabacchi pregiati dall’estero e rilanciare la produzione del tabacco nel Salento. All’epoca Salonicco era un porto da dove passava quasi tutta la produzione dei tabacchi pregiati orientali perché vicino alla Erzegovina alle città come Xanti e Saluk e lì si poteva imparare la coltivazione di quelle piante e procurarsi le sementi di quelle varietà.
Sen. Giuseppe Gallone Principe di Tricase e Moliterno
L’esperimento riuscì e varietà come Erzegovina, Xanti Yaca, Perustitza e Sallucco, diventarono di casa.
Nel libro si parla ancora di altri pionieri che per migliorare la produzione ibridarono specie americane, come il Kentucky con le specie salentine contro le opinioni comuni, qualche volta irridenti, poi smentite dai risultati.
La storia si ferma alla fine dell’800. Continuare avrebbe richiesto un altro libro e questo probabilmente accadrà in un’altra pubblicazione che Colazzo saprà regalarci.
http://www.salogentis.it/2013/06/17/tabacco-e-tabacchine/
http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/01/la-coltivazione-del-tabacco-da-fiuto-sun-di-spagna-nel-salento/
https://issuu.com/salvy/docs/i_suoni_del_tabacco/10
https://www.youtube.com/watch?v=7KV0Lir4gMI min.1-min 7
https://carmiano.wordpress.com/2017/05/30/il-tabacco-attivita-produttiva-del-secolo-scorso-a-carmiano/
RINASCITA CROATA ho scattato questa foto passeggiando lungo il fiume Sava. Mi ha dato proprio l'idea di rinascita, libertà, ricostruzione. Durante la guerra di indipendenza i Croati ebbero quasi il doppio delle vittime nel cruento scontro coi Serbi di Milosevic, dal 1992 al 1995, ma riportarono una grande vittoria. Curiosità : In base al censimento del 1991 prima della guerra, la percentuale di coloro i quali si dichiaravano serbi era del 12%; il 78% della popolazione si dichiarava croato. Esiste un monumento vicino a Zagabria in onore della prima vittima croata della guerra. #zagreb #croatia #hrvatska #zagabria #sava #jugoslavija #serbia #milosevic #indipendence #croazia #360zagreb #tudman #bosnia #erzegovina #vukovar #federico #armand #aosta (presso Zagreb, Croatia)
Ex Jugoslavia, criminale di guerra si avvelena e muore in tribunale
#ExJugoslavia, #criminaledi guerra si avvelena e muore in tribunale
Dopo aver ascoltato il verdetto di colpevolezza ha bevuto un veleno ed è morto sul colpo.
L’episodio è accaduto oggi presso il Tribunale Penale Internazionale a L’Aja. Il suicida è Slobodan Praljak, uno dei sei ex leader politici e militari croati-bosniaci. L’uomo era apparso difronte alla Corte nel corso del processo di appello contro i crimini di guerra perpetrati nell’Ex Jugoslavia.…
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Spezzoni di vita salentina all’insegna del tabacco
di Rocco Boccadamo
Antefatto. Qualche giorno fa, mi è casualmente capitato di visionare, sul computer, un vecchio video in bianco e nero, realizzato dalla RAI nel 1953, dedicato alla coltivazione e alla lavorazione del tabacco nel Salento, a cura del mitico giornalista e inviato Ugo Zatterin, inconfondibile la sua voce, e comprensivo di una serie d’interviste ad abitanti, soprattutto donne, del Capo di Leuca.
Documento, a dir poco emozionante per uno come me, ragazzo di ieri dai radi capelli bianchi e soprattutto, in piccolo, già diretto spettatore, se non protagonista, di antiche sequenze di vita contadina, autentiche pagine di civiltà e di storia, scritte, con matita e tratti di dura fatica, dalla gente di questo Sud.
Ciò, accanto al ricordo ancora fresco delle vicende appena successive alla seconda guerra mondiale e, specialmente, della fase in cui si poneva inarrestabilmente avvio a una grande, radicale riscossa o rivincita.
Una mutazione, tale ultimo evento, affatto effimera e di facciata, accompagnata e enfatizzata, al solito, da proclami e discorsi di non disinteressati rappresentanti del popolo nelle istituzioni, di qualsivoglia schieramento, bensì reale, concreta, solida, progressiva, tanto da toccare, in un pugno di stagioni, sì o no un decennio, l’impensabile traguardo, riconosciuto al nostro Paese anche a livello internazionale, del cosiddetto e però autentico miracolo economico.
E, si badi bene, a ulteriore merito degli attori, all’epoca nessun regalo, nessuna congiuntura favorevole, nessuna fase di tassi o cambi o prezzi delle materie prime favorevoli, nessun influsso, insomma, di condizioni propiziatorie, cadute dall’alto o dal contesto globale.
Unicamente, un’immensa marea d’impegno civile e sociale, frutto di singole personali gocce di sudore, di fatiche intense e immani, d’impegno inconsueto, indescrivibile, una cascata di volontà e dedizione che non conosceva confini, né di orario lavorativo, né di luoghi, né di settori.
Per restare al tema narrativo odierno, il tabacco si appalesava con le sue diffusissime e onnipresenti gallerie di filari, esse stesse intrise di una forza naturale prodigiosamente eccezionale. Giacché i modesti germogli o piantine ricollocati dai vivai nel grembo delle rosse e/o di colore grigio bruno zolle, crescevano, si elevavano sino a raggiungere, talora, l’altezza delle creature umane, uomini, donne, anziani, ragazzi, ragazzini, adolescenti, uno schieramento senza età e senza tempo che accudiva le piantagioni con amore, a modo suo appassionato, dedicandosi, sperando e, nello stesso tempo, emanando interminabili rosari di stille di sudore.
La storia, o avventura, della coltivazione del tabacco, vengono a mente le sue varietà Erzegovina, Perustizza, Xanti yakà, prendeva abbrivio con l’assegnazione, da parte dei Monopoli di Stato, di un’area prestabilita su cui si poteva piantare, più o meno piccola, quando non sacrificata, a seconda delle dimensioni delle proprietà agricole dei richiedenti. Concessione diretta, oppure, nel caso di messa a dimora colturale da svolgersi in regime di mezzadria, indiretta, con la relativa pratica espletata, in tale ipotesi, a cura di grossi proprietari o latifondisti che, a loro volta, trasferivano i permessi ai loro coloni.
A seguire, la semina, con relativi vivai o ruddre contraddistinti anche dalla sistemazione, sui cordoli perimetrali di fertile terra concimata, di centinaia o migliaia di piantine di lattuga (insalata), che successivamente, per, alcuni mesi, avrebbero rappresentato un non trascurabile contributo per la gamma di pietanze delle povere mense contadine.
Poi, la piantagione vera e propria, la zappettatura e, finalmente, il graduale raccolto, partendo, giorno dopo giorno o a brevi intervalli, dalle foglie più basse rispetto al terreno (1^, 2^, 3^, 4^, 5^ raccolta).
Intanto si susseguivano le stagioni, arrivando ad abbracciare, fra semina e raccolto, una buona metà del calendario, ovvero l’arco da fine gennaio ai primi di agosto.
Non sembri retorica, ma, con nostalgia ed emozione, si potrebbe fare un accostamento approssimativo rispetto all’umana gestazione. In fondo, così come dal seme dei padri e dal grembo femminile si attendeva, come tuttora si attende, lo sbocciare e l’arrivo di una creatura sana e bella, parimenti dalla semina del tabacco si aspettava, con fiducia e ansia, il germoglio e la crescita di piante/foglie belle, sane, forti e fruttuose.
Un vero e proprio impegno a doppia ripresa, sempre all’insegna della fatica, consisteva nello stacco, di buon mattino, immediatamente dopo l’alba, delle foglie verdi e ancora umide di rugiada dagli steli delle piante, badando a rispettare rigorosamente la platea dei filari; quindi, da metà mattinata, nell’infilaggio delle medesime in lunghe, piccole lance (cuceddre) per la formazione di pesanti file/assemblaggi, che, appese man mano a rudimentali telai in legno (talaretti o tanaretti), sarebbero state a lungo fatte essiccare sotto il sole.
Non senza saltuari interventi delle persone accudenti, sotto forma di corse sfrenate, di fronte a pericoli o imminenza di acquazzoni, onde trasportare le anzidette attrezzature e i preziosi contenuti al coperto di capannoni o rifugi rurali.
Una volta, il prodotto, divenuto secco, con le file si formavano i chiuppi, per rendere l’idea una specie di grossi caschi di banane, tenuti appesi, per un’ulteriore maturazione o stagionatura del tabacco, ai soffitti dei locali.
E, alla fine, lo stivaggio del tutto in grosse casse di legno e la loro consegna, per la lavorazione finale delle foglie, alle “manifatture” o magazzini, in genere gestiti, dietro concessione da parte dei citati Monopoli di Stato, a cura di operatori abbienti, soprattutto proprietari terrieri, dei vari paesi.
All’interno dei magazzini, le donne, in certi casi a partire dalla giovanissima età e sino a raggiungere ragguardevoli carichi di primavere, dopo le fatiche richieste dalla coltivazione e dall’infilaggio delle foglie verdi, riprendevano a lavorare a giornata per due/tre mesi all’anno.
Così, fra una stagione del tabacco e la successiva, si procreavano figli, si stipulavano fidanzamenti e celebravano matrimoni, grazie anche ai nuovi “frabbichi” (case di abitazione), per i giovani maschi, e ai corredi, per le femmine, realizzati proprio mediante i sudati profitti che era dato di trarre dalla coltivazione e vendita del tabacco.
La scenografia dell’attività in parola era anch’essa ambivalente, nel senso che, talora, l’ambientazione rimaneva totalmente circoscritta in loco, nei paesi e nelle campagne del Salento, mentre, in altri e diffusi casi, si spandeva su plaghe distaccate e distanti, a partire dagli ultimi territori verso sud ovest della provincia di Taranto, sino a una lunga sequenza di località del Materano.
Nel secondo contesto, avevano luogo, mercé l’ausilio di grosse autovetture noleggiate con conducente, vere e proprie migrazioni temporanee di numerosi interi nuclei famigliari: dalla mente di chi scrive, giammai si cancellerà l’immagine delle considerevoli partenze di compaesani marittimesi, per il tabacco, nelle primissime ore del 29 aprile, il giorno immediatamente successivo alla festa patronale di S. Vitale.
Riprendendo l’antefatto al primo rigo delle presenti note, nel documentario di Zatterin, le sequenze erano girate interamente dalle mie parti.
Sennonché, ieri, nel compiere un viaggio in auto con i miei famigliari per una breve vacanza sul Tirreno, è stato per me come veder girare ancora un analogo documento, improntato a nostalgia e amore per il sano tempo lontano, che tanto mi ha dato e lasciato e, perciò, mi è fortemente caro.
Ciò, scivolando lungo la statale 106 Ionica e i primi tratti della 653 Sinnica, e scorrendo e leggendo le indicazioni segnaletiche di Castellaneta, Ginosa, Metaponto, Marconia, Scanzano, Bernalda, Marconia, Pisticci, Casinello, Policoro, Montalbano Ionico e via dicendo.
Non erano, almeno per il mio sentire, meri appellativi di paesi e contrade. Invece, generavano l’effetto di immagini palpitanti, con attori, non importa se in ruoli di protagonisti o di comparse, identificantisi nella mia gente di ieri e, in fondo, in me stesso.
Erzegovina, la strage di Siroki Brijeg http://www.diggita.it/v.php?id=1587822
Lasciate ogni pregiudizio, voi che visitate!
Alla scoperta della sorprendente #Bosnia con #iviaggidiluca
La domanda più frequente che mi veniva rivolta prima della mia partenza del mio viaggio in terra balcanica era “ma cosa ci vai a fare?”, oppure “ma sei matto?”. Beh, inutile dire che i timori erano tutti infondati. (more…)
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