E ci sentiamo superfighi anche noi, ci sentiamo M E G A W O W
Eravamo bravissimi a sbriciolare ciò che costruivavamo, e le date di scandenza erano sempre la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro ma la felicità non può essere imbustata che quando cala l’effetto non si può fumare per farla tornare all’apice, e non possiamo farci le autoplastiche al cuore e alla psiche, e per poter restistere a certi sbalzi emotivi bisogna essere come quei manichini dei commercianti che vivono di commercio e danaro, cosi troppo “normale” e cosi poco “normale” allo stesso momento, perché la normalità è un concetto non unanime. E nemmeno la musica folk ci aiuterà a scambiarci i numeri di telefono, a farci incontrare, a meritare le nostre attenzioni esplosive, a c c e c a n t i come i flash mentre pensiamo a rebloggare ogni paesaggio o immagine superfiga su Tumblr ‘e ci sentiamo superfighi anche noi, ci sentiamo M E G A W O W’, extraterrestri provenienti da campagne spaziali, in alte radure filofosiche e artistiche, nel nostro mondo fluttuante col sentimento da cielo senza nuvole, per guardarne almeno le stelle che non sono tutte satelliti o gioielli perduti dagli astronauti. Discutevamo sugli abbracci e le occhiate magnetiche, rughe e borsoni della decathlon sotto gli occhi mentre tu sei un effetto fotoelettrico che resta impresso nel foro al centro dell’iride, vieni indirizzata direttamente all’ippocampo, ammorbidendo i muscoli dopo alcuni bagni alle fonti termali di Enna, e sorridevi tra frasi retoriche e conoscenti anemiche, mi facevi sentire cosi aereodinamico da girovagare in mongolfiera tutte le costellazioni del firmamento scolorito, come le tshirts dei gruppi più indie che abbiamo comprato durante la nostra esistenza travagliata, tartassata, conquistata.
E anche domani a buttarmi giù dal letto sarà di nuovo un terremoto oppure i recettori del mio cervello.
E tu riesci a darmi talmente tante trepidazioni vulcaniche che mi vedrai eruttare bolle di sapone rosso cuore.
E le nostre mani avranno le iniziali dei nostri nomi, avranno i “ti amo”, avranno i palloncini, i fiori, le comete, i visi dei panda, le corna e gli occhi dei cervi, le nostre date più significative, ogni frase che ci siamo scritti o detti, ogni tragitto fatto insieme, i titoli delle nostre canzoni, i testi di quelle che abbiamo ascoltato mentre scopavamo anche dopo averle lavate con l’acido muriatico, anche dopo averle fatte tornare al naturale con del colorante color pelle.
Camminavi con me al centro storico e sapeva di noi, come ogni panchina che occupavamo, che sono diventate proprietà privata e ognuna di loro ha un tubo spara coriandoli colorati per le prossime volte che le invaderemo, mentre i tuoi capelli mi restavano attaccati alla felpa, alla barba, alle sinapsi e al cazzo, coi nostri baci che avvicinano la luna e la primavera, i mesi diventano bellissimi come tutti gli arcobaleni visti, e chissà cosa ne pensavano i cavernicoli ai tempi dell’inesistenza dei colori, per loro doveva essere straordinario milioni di volte in più. Ogni vero tramonto che abbiamo trascurato per colpa del ritmo circadiano che ci ha fatti diventare degli abitudinari, dicevi che mi avresti portato a vivere a Singapore ma le tue cosce hanno cambiato costituzione e partner, condannando a morte gli ideali, mentre i temporali ripulivano lo smog e le nostre facce al risveglio per l’ora di cena, e mancava l’acqua corrente e la corrente elettrica, senza persone vicine da mandare a fare in culo o lontane da poter mandare a fanculo su whatsapp, e vedo paracadutisti dalla mia finestra cadere dall’alto, venuti a salvare le nostre associazioni culturali per incivili, i nostri centri scommesse per ossessivi, le nostre assicurazioni sulla vita troppo invivibile solamente per una futura medaglia al valore che finirà ai compro oro per continuare a mangiare.
E quando mi guardi con la coda dell’occhio implodo dentro che se potessi sentirmi ascolteresti il tonfo delle bombe di Hiroshima e Nagasaki del ‘45.










