oggi parleremo di Codici napoletani viventi. Epistemologia del quotidiano
«Il linguaggio è la casa dell’essere» (Heidegger).
A Napoli, questa casa è costruita su fondamenta orali, plebee, antichissime: e tuttavia sorprendentemente attuali.
Qui, parlare non è mai solo parlare. È sopravvivere, schermarsi, sondare, esistere in bilico.
Tre espressioni della lingua napoletana – tene ’e rrecchie e pulicano, sciornia, comme fosse e comme nun fosse – vengono qui analizzate come strutture cognitive complesse. Non meri detti, ma unità di sapere: formule che contengono strategie esistenziali, dispositivi etici e strumenti interpretativi stratificati nei secoli.
Non siamo nel folklore. Siamo nella filosofia orale.
Una filosofia che – come direbbe De Martino – costituisce forme culturali di presenza al mondo, radicate nella pratica e aperte alla negoziazione del senso.
Come Wittgenstein nei suoi giochi linguistici, anche la lingua napoletana mostra che comprendere il mondo significa abitare le forme del dire: e i suoi codici viventi sono regole in movimento, situate, performative.
E come già intuiva Vico, il sapere vero nasce non dall’astrazione, ma dalla poiesis popolare: dalla parola che plasma, simula, istituisce.
Dalla figura del publicanus romano alla semantica urbana di Totò e del Gambrinus, passando per le soglie mobili dell’ascolto e della finzione, ciò che emerge è un’ontologia dell’ambiguità:
una metafisica del margine, tra essere e sembrare, tra intenzione e mascheramento.
La lingua napoletana non è uno strumento decorativo né un frammento del passato.
È un sistema filosofico operativo, una grammatica implicita della realtà, capace di pensare senza accademia, ma con rigore.