Lideranças perderam o cuidado e o recato
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Lideranças perderam o cuidado e o recato
Vita di Martino -- Il santo che difese i poveri dallo spietato fisco romano
Editore: Fede & Cultura
Prefazione: Giovanni Zenone
Pagine: 30
Collana Storica
Data di pubblicazione: Novembre 2013
In poche parole: Il santo che difese dallo spietato fisco romano. Una biografia di estrema attualità!
Descrizione: Perché sono state dedicate quattromila chiese a lui in Francia, e il suo nome dato a migliaia di paesi e villaggi? Anche in Italia e in altre parti d’Europa e nelle Americhe Martino è un santo sovranazionale. Forse tanto amore popolare gli deriva dal fatto che difese i poveri dalla voracità del fisco romano. Nasce in Pannonia (che si chiamerà poi Ungheria) da una famiglia pagana e viene istruito nella dottrina cristiana da ragazzo, senza però ricevere il battesimo. Figlio di un ufficiale dell’esercito romano, si arruola anch'egli nella cavalleria imperiale e presta servizio in Gallia. È in quest’epoca che si colloca il famoso episodio di Martino a cavallo che con la spada taglia in due il proprio mantello e lo offre a un mendicante infreddolito. Lasciato l’esercito nel 356, raggiunge a Poitiers il dotto e combattivo vescovo Ilario conosciuto pochi anni prima. Martino ha già ricevuto il battesimo (probabilmente ad Amiens) e Ilario lo ordina esorcista: un passo sulla via del sacerdozio. Per la sua posizione di prima fila nella lotta all’arianesimo, che aveva il sostegno della Corte, il vescovo Ilario viene esiliato in Frigia (Asia Minore); e quanto a Martino si fatica a seguirne la mobilità e l’attivismo, anche perché non tutte le notizie sono ben certe. Fa probabilmente un viaggio in Pannonia, e verso il 356 passa anche per Milano. Più tardi lo troviamo in solitudine alla Gallinaria, un isolotto roccioso davanti ad Albenga, già rifugio di cristiani al tempo delle persecuzioni. Di qui Martino torna poi in Gallia, dove riceve il sacerdozio dal vescovo Ilario, rimpatriato nel 360 dal suo esilio. Un anno dopo fonda a Ligugé (a dodici chilometri da Poitiers) una comunità di asceti, che è considerata il primo monastero databile in Europa. Nel 371 viene eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città, e chiamato Marmoutier. Di qui intraprende la sua missione, ultraventennale azione per cristianizzare le campagne: per esse Cristo è ancora "il Dio che si adora nelle città". Non ha la cultura di Ilario, e un po’ rimane il soldato sbrigativo che era, come quando abbatte edifici e simboli dei culti pagani, ispirando più risentimenti che adesioni. Ma l’evangelizzazione riesce perché l’impetuoso vescovo si fa protettore dei poveri contro lo spietato fisco romano, promuove la giustizia tra deboli e potenti. Con lui le plebi rurali rialzano la testa. Sapere che c’è lui fa coraggio. Questo spiega l’enorme popolarità in vita e la crescente venerazione successiva. Quando muore a Candes, verso la mezzanotte di una domenica, si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours. Questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire. La sua festa si celebrerà nell’anniversario della sepoltura, e la cittadina di Candes si chiamerà Candes-Saint-Martin.
Sileoni (Ibl): «Il nuovo redditometro è la summa della presunzione. Chi risparmia è considerato evasore»
Intervista al vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni: «L’Agenzia delle entrate pretende che tutti spendano quanto guadagnano. E gli acquisti importanti sono sospette».
di Massimo Giardina (06/08/2013)
Letta la circolare dell’Agenzia delle entrate che spiega le norme del nuovo redditometro, il vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni Serena Sileoni è rimasta preoccupata, visti i problemi che lo strumento del fisco potrebbe causare ai contribuenti. Serena Sileoni è avvocato e dottore di ricerca in diritto pubblico comparato, è attualmente assegnista in Diritto costituzionale alla Scuola superiore sant’Anna di Pisa. È stata consulente di istituzioni nazionali ed europee su vari temi di ambito pubblicistico ed è membro di diversi istituti e associazioni di ricerca del settore. Ha svolto periodi di studio all’estero, ad Alicante, Dublino e Parigi.
Dottoressa Sileoni, cosa la preoccupa di più dopo aver letto la circolare sul nuovo redditometro?
Il punto più scomodo è la totale cancellazione dell’idea che possa esistere un comportamento che ha salvato l’Italia: la propensione al risparmio. Il redditometro funziona come uno spesometro e presume che i soldi spesi durante l’anno corrispondano a quelli guadagnati nello stesso periodo, senza considerare il fatto che le spese importanti si fanno con i risparmi.
Ma non è difficile dimostrare che un’acquisto è stato fatto con i risparmi.
Il fatto che il cittadino debba essere scomodato dall’Agenzia delle entrate per giustificare un comportamento che è encomiabile e protetto dall’articolo 47 della Costituzione è una cosa da ancien régime. Si dice che si vuol dar tempo al nuovo redditometro per vedere come sarà utilizzato. Ma la realtà è un’altra e credo che ormai sia entrato nella testa delle persone che i metodi dell’amministrazione fiscale non siano propriamente associabili a quelli di uno Stato di diritto. Stiamo parlando di un sistema fiscale che è palesemente mal distribuito in termini di equità tra i due soggetti, Agenzia delle entrate e contribuenti.
E non è l’unico motivo di preoccupazione, a giudicare dall’editoriale pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni.
L’idea di spendere solo ciò che si guadagna durante l’anno e l’utilizzo a integrazione delle medie Istat è la summa della presunzione. Si pretende che il contribuente abbia speso quello che dice l’Istat rispetto a vari parametri: geografici, familiari, eccetera. E oltretutto si presumono i gusti e le preferenze di spesa individuali dei cittadini. Mi spiego con un esempio: se a me piacessero le auto a grossa cilindrata, non potrei in nessun modo comprarne una, anche se facessi sacrifici enormi e mangiassi pane e cipolla per anni. Per l’Agenzia delle entrate non rientra nel mio target di acquisti, ergo se ne compro una sono un evasore. Viene in questo modo fatto fuori il concetto di preferenza. Poi, a nostra difesa, si potranno dimostrare tutte le pene patite per l’agognato acquisto, ma dovrò sempre muovermi per giustificarmi e la buona fede non è mai considerata.
Patrimoniale? Una pessima idea
In campagna elettorale tornano i sostenitori della patrimoniale: un buon motivo per non votarli, perché si tratta di una tassa ingiusta che migliora il debito nel breve termine, ma che lo riaumenta nel medio deprimendo l'economia.
di Ettore Gotti Tedeschi (16-01-2013)
Poiché in clima pre-elettorale c’è chi promette di imporre nuove imposte patrimoniali per risanare l’economia, vale la pena spiegare ai lettori della Nuova Bussola Quotidiana perché l’imposta patrimoniale va scoraggiata e va penalizzato chi la propone.
Una imposta patrimoniale applicata nelle attuali specifiche condizioni economiche nel nostro paese, produrrebbe una illusione di riduzione del debito pubblico e del deficit (per minori oneri sul debito). È un illusione perché questi effetti, in un contesto di debolezza competitiva del paese, sarebbero solo temporaneanei, mentre a medio termine il debito pubblico e deficit sarebbero destinati a ri-crescere. Viene da domandarsi poi chi pensi di avvantaggiarsi con questo trasferimento iniquo di ricchezza: nuovi sprechi, clientelismo, evasori, politicanti, ...
Vediamo dieci punti per dissuadere, mentre in un successivo articolo cercheremo di spiegare come utilizzare le risorse per avviare una politica reale di sviluppo economico del paese. Purtroppo possiamo solo spiegarlo e suggerirlo...
1. Una patrimoniale permetterebbe solo, nelle condizioni attuali, senza alcuna strategia di crescita economica, di poter ri-aumentare spesa pubblica, debito pubblico e sprecare risorse preziose. Produrrebbe solo una diminuzione del debito e del deficit necessario a far fare bella figura al governante di turno, a breve e senza sforzi, senza progetti. Ma non sostenibile a medio termine.
2. Una patrimoniale produrrebbe immediatamente minori attività economiche tassabili. Che siano immobiliari o mobiliari, essendo trasferiti allo stato una tantum, verrebbero sottratti alle imposte ordinarie successive. Ergo la patrimoniale diminuirebbe a breve il deficit, per riaumentarlo a medio termine.
3. Una patrimoniale sottrarrebbe risorse per investimenti produttivi o miranti a far crescere la competitività. Ciò produrrebbe minor possibilità per i privati di realizzare progetti per la creazione di posti di lavoro, minor capitale per capitalizzare le imprese ed ottenere credito bancario,ecc. In pratica abbatterebbe la disponibilità di risorse utili alla crescita ed allo sviluppo, e persino alla tassazione del reddito prodotto. Ma non solo, le surrogherebbe con l’uso, forzato e improprio, delle stesse da parte del pubblico anziché del privato,
4. Una patrimoniale ridurrebbe necessariamente risorse per i consumi, concorrendo così a ridurre anche strumenti di ripresa economica.
5. Una patrimoniale produrrebbe un effetto sfiducia: paura e fuga di capitali, con conseguenze prevedibili.
6. Una patrimoniale sottrarrebbe risorse al sistema bancario concorrendo a ridurre risorse per le banche necessaria al credito ed al costo dello stesso. Ridurrebbe cioè la massa monetaria da intermediare e aumenterebbe il suo costo. Con immaginabile impatto sul credito alle imprese e ai consumi.
7. Una patrimoniale scoraggerebbe gli investimenti stranieri poiché equivarrebbe ad un annuncio di non volontà di risanare i conti, di non fare vero sviluppo, e di usare il solito strumento fiscale per mettere a posto le cose.
8. Non risolverebbe il problema del debito pubblico, che può essere ridimensionato solo con la crescita del PIL, e svantaggerebbe il paese verso gli altri, a partità di debito totale del paese.
9. Una patrimoniale produrrebbe una evidente nuova ingiustizia, colpendo chi dimostra in modo trasparente di aver prodotto ricchezza.
10. Una patrimoniale dimostrerebbe la pochezza di idee, iniziative, progettualità di chi la vuole promuovere. Questo è il solo effetto positivo, anche se lo sarebbe solo per le elezioni successive...
Conclusione: chi vuole una patrimoniale non vuole fare sviluppo economico, far crescere la produttività e l’occupazione. Vuole invece flettere ancor più l’economia del paese. Perché?
GRANDE FRATELLO (tratto dal libro di George Orwell) -- Per una realistica visione del radioso futuro.
Redditometro
di Annalena Benini
Non credo di essere in grado di giustificare quella manicure di troppo fatta nel 2009: gentile signor Fisco, lo so, non me la sarei potuta permettere, ma sono una contribuente imbranata e pigra, che non sa mettersi lo smalto da sola. E una viziosa, che compra troppi croccantini al gatto, non sa imporgli la giusta misura di cibo e finisce con lo sforare di molto anche le tabelle del supermercato. All’angoscia provocata dal redditometro, e dal controllo mensile delle proprie spese, per verificare che siano adeguate alle tabelle Istat e se sia opportuno iscriversi in palestra (non sarà considerato troppo arrogante come gesto? forse meglio una bocciofila, più sobria, o un corso di cucito, teso anche a dimostrare che le spese di abbigliamento sono limitate alle materie prime), si aggiunge la vergogna, il senso di peccato: se spendo sessantadue euro su Amazon per comprare il libro fotografico con l’intera storia di Kate Moss, invece che investire quel tesoretto in manutenzione di veicoli, sono una persona abietta?
E quando il Fisco, invertendo l’onere della prova, mi chiederà di spiegare per quale senso di irresponsabilità ho comprato Kate Moss se alla stessa cifra potevo avere un tostapane utile alla famiglia, non potrò mentire e giurare che no, era davvero un tostapane, Amazon vende anche piccoli elettrodomestici, perché Serpico (Servizio per le informazioni sul contribuente) ha registrato ogni prelievo con il Bancomat, ogni movimento della mia carta di credito, ogni ricevuta di Amazon a mio nome, e lì c’era scritto proprio: “Kate Moss The Book”, ho anche lasciato un feedback per lamentarmi che era arrivato con le pagine un po’ bagnate di pioggia e Serpico, che è un supercervellone, l’ha già aggiunto alla sua scheda. Nessuna ossessione, nessuna segreta debolezza è più al sicuro: una signora rispettabile che da due anni infilava in un maialino di coccio le monetine che le restavano dal parcheggio e dalla spesa, a un certo punto ha rotto il maialino e ha deciso di investirne il contenuto nel più famoso parrucchiere della città. E’ uscita felice, senza più orribili mèche striate, ma cosa dirà al Fisco? Crederanno alla storia del maialino? Avrebbe dovuto fotografare i cocci e le monetine, e conservare la documentazione, ma era il 2010, vivevamo ancora ignari, certi di avere la libertà di spendere mezzo stipendio in lenzuola di lino e poi vivere di tonno in scatola per un paio di mesi, senza che ci fosse niente di sospetto o di sbagliato.
E la pentola per fare il risotto non sembrava ancora un segno di evasione fiscale. Ora bisognerà conservare lo scontrino per anni e poi provare di averla acquistata con una piccola eredità, o con una vincita al Lotto. Oppure tornare al baratto, che a Serpico forse ancora sfugge: tu mi dai quella borsa che sogno da tutta la vita, ma che ho troppa paura di comprare, io do ripetizioni di greco a tuo figlio per un quadrimestre. Tu mi dai quattro pizze margherite con acciuga il sabato sera e io domenica lavo i piatti. Ci scambiamo i libri, le scarpe, le case e i passaggi in macchina, riscopriamo la solidarietà umana e costruiamo nuove soglie Istat: quelle della vita libera dal Grande Fratello.
Pressione fiscale illecita e immorale
L'introduzione del redditometro sta accelerando il fenomeno dell'esodo verso la Svizzera. E giustamente perché, in nome della lotta all'evasione, si stanno scardinando i princìpi giuridici di uno Stato di diritto. E senza peraltro recuperare grandi capitali.
di Robi Ronza (11-01-2013)
“Partito il redditometro? Parti anche tu”: se si inserisce la parola “redditometro” nei maggiori motori di ricerca, in questi giorni esce tra i primi questo titolo cui segue l’indirizzo di un’agenzia specializzata nell’assistenza al trasferimento di aziende dall’Italia alla Svizzera, compreso il trasferimento o la permuta di beni di lusso (prime fra tutte le auto di grossa cilindrata, motoscafi e altri beni di lusso che il redditometro prende di mira): trasferimenti che sono peraltro perfettamente legali.
Già da tempo era in corso l’esodo verso la Svizzera italiana di piccole e medie imprese lombarde e piemontesi in un Paese straniero vicinissimo dove si parla la stessa lingua, e dove la pubblica amministrazione è rapida ed efficiente, la pressione fiscale è inferiore di 20 punti alla nostra e l’IVA è all’8 per cento invece di essere al 21. Adesso l’esodo tende a trasformarsi in una fuga in massa. Per fortuna dello Stato italiano la Svizzera cisalpina e italofona è fisicamente troppo piccola per contenere tutta l’industria delle zone ad essa limitrofe del nostro Paese (che hanno complessivamente una popolazione pari a quella delle Marche e dell’Umbria messe insieme); altrimenti tale industria finirebbe per trasferirsi in massa oltre frontiera.
Si parla fin troppo nel nostro Paese del dovere morale del cittadino di pagare le imposte senza altrettanto sottolineare che ad esso corrisponde il dovere dello Stato di non depredarlo e di non sprecare le entrate fiscali raccolte. E in Italia c’è molta evasione ma anche molto saccheggio e spreco statale delle risorse della società civile. Quello che non si capisce o si finge di non capire - da parte di quel mondo di uomini dabbene di cui l’austero Mario Monti è campione e stendardo - è che i due doveri in questione implicano un certo equilibrio tra loro mancando il quale lo stringersi della morsa dei controlli di polizia fiscale non riesce comunque a ridurre l’evasione al minimo. In compenso deprime i consumi e schiaccia l’economia produttiva spingendo le imprese alla fuga dall’Italia verso altri Paesi dell’Unione Europea o anche altrove. Le imprese piccole e medie migrano verso Paesi vicini, come appunto la Svizzera, e le altre nelle più diverse parti di un mondo la cui economia è ormai globalizzata (come, se lo si vuol vedere, si vede benissimo nel caso della Fiat).
Una pressione fiscale smisurata, come quella che si registra in Italia, è tanto moralmente illecita quanto l’evasione. Sarebbe ora di cominciare a dirlo, e soprattutto di cominciare a tenerne conto. Nel tentativo, obiettivamente protervo, di combattere l’evasione senza ridurre la pressione fiscale entro limiti sostenibili, nel nostro Paese si sta montando una macchina che per vari aspetti viola principi di libertà anche di rilievo costituzionale. Principi la cui attuazione a suo tempo venne giustamente considerata come uno storico passo avanti sulla via della democrazia. Con la riforma fiscale passata alla storia con il suo nome, ed entrata in vigore nel 1951, il ministro Ezio Vanoni aveva sostituito al principio dell’accertamento dei redditi dei cittadini da parte dello Stato quello della denuncia dei redditi da parte dei cittadini. Con il “redditometro” viene invece reintrodotto surrettiziamente il principio dell’accertamento, che di natura sua è arbitrario, e per di più agendo non sul lato del reddito ma su quello dei consumi che, essendo nel loro insieme più che mai imponderabili, aprono più che mai la via all’arbitrio o comunque all’ingiustizia.
In linea generale, e non solo nel campo delle imposte, la principale vittima dei più recenti sviluppi della legislazione e della prassi giudiziaria italiana è poi quel fondamentale pilastro della civiltà giuridica che è l’incombenza su chi accusa dell’onere di provare le proprie accuse. Oggi siamo sempre più spesso di fronte a un ribaltamento dell’onere di prova sulle spalle di chi è accusato. Sarebbe ora di rendersi conto che un simile passo indietro è un pericolo per tutti, contro cui tutti quanti avremmo ottimi motivi per mobilitarci. Può far comodo (ma in ogni caso è un comodo illecito) a organi inquirenti ormai più abituati alla facile ricerca di “collaboratori di giustizia” e di ambigue intercettazioni telefoniche che all’ardua attività investigativa, ma diventa una spada di Damocle appesa sulla testa di chiunque venga preso di mira da un accusatore politicamente forte e con amicizie importanti nel mondo della stampa e della Tv.
Tracciabilità - Il "Grande fratello fiscale"
di Massimo Tosti su ItaliaOggi del 24-08-2012
L’invito rivolto la settimana scorsa ai giornalisti da Mario Monti a non definire più «furbi» gli evasori fiscali, ma a chiamarli «ladri», ha spinto Milena Gabanelli a suggerire (dalle autorevoli colonne del Corriere della sera) una soluzione impeccabile per debellare l’evasione.
Come? Abolendo il denaro contante: lo sterco del diavolo, come veniva chiamato nei secoli bui del Medioevo. Tutti gli italiani (ma proprio tutti, anche i bambini che lo usano per comperarsi un lecca-lecca) dovrebbero munirsi di carta di credito, giustificando così i loro conti spese.
Il meccanismo per giungere a questo risultato è semplicissimo (come l’uovo di Colombo): applicare una tassa fissa del 33 per cento su tutti i prelievi e i depositi di contante. Questa tassa verrebbe restituita come sgravio fiscale per i primi 150 euro al mese pro-capite (perché anche la conduttrice di Report ammette che un piccolo fondo spese: per pagare l’autobus, il giornale o il parcheggio, è indispensabile: non cita il bar, dove il cappuccino andrebbe pagato, evidentemente, facendo uso della carta di credito).
Si tratterebbe dunque di una tassa «che nasce per essere evitata, la cui ricaduta non può che essere l’emersione del sommerso», la cui applicazione condurrebbe a recuperare nei primi 12 mesi un centinaio dei 154 miliardi di evasione. «Ricordo», conclude Milena la talebana, «che solo tre categorie umane non possono fare a meno del contante: lo spacciatore, il delinquente, l’evasore. Categorie alle quali non sta certamente a cuore il futuro del paese nel quale vivono, ma che sono evidentemente molto ben protette».
Il ragionamento consente un’obiezione: chi può escludere che le tre categorie non riscoprano il sistema del baratto? Uno spacciatore potrebbe farsi pagare in natura: un prosciutto ogni tot dosi di cocaina; il delinquente potrebbe trattare con il ricettatore per farsi dare beni di prima necessità in cambio degli orologi rubati in gioielleria.
Ma non è questo il punto. Qui è in gioco il concetto stesso di libertà individuale, forma primordiale della cosiddetta privacy. Anche chi conduce una vita irreprensibile si sentirà osservato e spiato in ogni movimento. È già stato abbattuto il muro con la legge che impedisce di effettuare pagamenti sopra i mille euro in contanti.
Se la proposta della signora Gabanelli trovasse accoglienza presso il governo e il parlamento, ognuno di noi (salvo a pagare un’ulteriore tassa del 33 per cento) sarebbe spiato in ogni momento della sua vita sociale, dovendo render conto alla società di qualunque piccola spesa: un mazzo di fiori regalato a una segretaria in cambio della sua sollecitudine sul posto di lavoro; una camicia acquistata su una bancarella; un cinema strappato a un pomeriggio di noia.
E siamo sicuri che l’ortolano sarà disposto a strisciare la carta per un mazzetto di rosmarino o di basilico?
La «tracciabilità» è un vocabolo inquietante, anche per la gente per bene. Ognuno di noi aspira ogni tanto alla condizione di irrintracciabile (pur senza avere alcunché da nascondere).
Si va in vacanza in un luogo impervio, si staccano i telefoni, per conquistarsi un’oasi di pace. Ci si sente liberi, finalmente. Ci sono altri mezzi per combattere la sacrosanta battaglia contro gli evasori fiscali (che danneggiano tutti noi).
Non è prendendo a modello la società oppressiva descritta da George Orwell in 1984 (o l’applicazione che ne fecero gli Stati comunisti) che miglioreremo le nostre condizioni di vita. L’etica è una cosa; lo Stato etico è l’esatto opposto.