RECENSIONE / Fonokit- Fango e bugie
La Rivolta Records / 2014
Ascoltare Fango e bugie è come ricevere una secchiata di acqua gelida in piena faccia dopo una fase di torpore.
Il nome scelto dai tre musicisti (Marco Ancona a voce e chitarre; Ruggero Gallo al basso; Paolo Provenzano alla batteria), rubato al contesto poliziesco, sta ad identificare un metodo utilizzato dalle forze dell’ordine basato sul riconoscimento vocale (che i Fonokit si presentino con questo, come il giusto metro di giudizio per discernere il falso dal vero?).
Certo è che prima di quest’ultima prova in studio, la band salentina ne ha fatta, di strada: dall’esordio nel 2010 con Amore o purgatorio (da cui pubblicano ben cinque singoli con videoclip annessi) ai numerosi premi e successi nei media televisivi (MTV, Deejay TV), da tournée che li vedono esibirsi al fianco di artisti del calibro di Ligabue (2011) a collaborazioni in studio con altri non da meno come Caparezza (il brano È una sfida: ascoltare per credere).
Insomma, non c’è da stupirsi se quest’ultimo lavoro risulta decisamente ben riuscito, frutto di mani e menti che di inesperto non hanno più (almeno nel raggio di sperimentazione tracciato finora) nulla.
I Fonokit scuotono tutti noi poveri addormentati e imbelli di fronte alla schiavitù sociale, nella quale affoghiamo lentamente senza oramai accorgercene più. Quasi come se il fango e le bugie fossero ormai il pane che ogni giorno viene posato sulle nostre tavole, quel pane così marcio dentro, che noi addentiamo con così tanta facilità.
Il disco si sviluppa su otto tracce con, in cima alla lista, la title track Fango e bugie, primo singolo di preannuncio dell’uscita dell’album.
Una scaletta fatta di grida furiose: movimenti di plettro dritti e chiari, seppur su note distorte, e soli altrettanto espliciti e impulsivi; cantati di una voce graffiante e profonda, che non potrebbe esprimere nulla altrettanto bene come fa con certi sentimenti di rimprovero, con quel bollore radicato sotto lo strato di pelle che ci ricopre; metriche a tratti fuggevoli tra enjambements e ritorsioni, in un lavoro sui testi che dona il suo effetto di cantato alla Subsonica; bassi possenti e solidi a scandire le ritmiche di un insieme sostenuto a sua volta da percussioni salde e poderose. Il tutto sempre devoto alla semplicità, ben eseguita.
Un disco rivolto ad amanti di un rock tendente alla linearità e grinta di un punk la cui rabbia tuttavia, è frutto di un’osservazione ragionata, nata dal contesto in cui ci si viene a trovare. Un rock d’impatto tematico e stilistico: questo è il decadentismo dei Fonokit.