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Eolico saturo?
di Mario Pagliaro
Non è appassionante il dibattito movimentista sull'eolico degli ultimi anni. A chi dimostra la sua necessità nella lotta alla energia fossile e alla costruzione di un sistema globale eco-compatibile, viene risposto che è “brutto”, “rumoroso” e “selvaggio”. Ogni insistenza sulla necessità di attivarsi per una normativa di sistema, che vada oltre la singola pala, piantata nel singolo comune, è stata vana, Nonostante appaiano discutibili i metri di giudizio estetico, le personali sensibilità uditive o le patologie percepite per stabilire l'esistenza di invasività di impianto eolico nel paesaggio. Molto più utile, invece, sarebbe esigere un dato oggettivo a cui appellarsi, richiedere che Comuni, Province e Regione si attivassero, non per demagogiche moratorie ma per rendere le Linee Guida varate nel 2009, dalla Giunta Bassolino, un vero Piano Energetico Ambientale Regionale, con norme e regole attuative.
Dopo la stasi dell'epoca Caldoro, con la giunta De Luca e il comitato tecnico regionale costituito nel luglio scorso, finalmente, iniziamo ad avere normative oggettive da applicare nella programmazione territoriale e magari da analizzare per migliorarne gli obbiettivi.
Con la Legge Regionale 6/2016, la Delibera 533 del 4/10/2016, che ha approvato i “Criteri per l'individuazione delle aree non idonee all'installazione di impianti eolici con potenza superiore a 20 kW”, lo scorso 8 dicembre, è stato pubblicato anche l'elenco dei comuni dichiarati “saturi”, ovvero, nei quali, per la salvaguardia delle risorse paesaggistiche, culturali, territoriali ed ambientali, non sarà più possibile realizzare nuovi impianti eolici.
In Campania sono ventidue, di cui dieci in Irpinia: Andretta, Bisaccia, Casalbore, Greci, Lacedonia, Montaguto, Savignano, Scampitella, Vallata e Vallesaccarda. Insieme, una potenza installata di 579,5 MW, il 47% della potenza regionale.
In questi comuni, infatti, è stata già superata la “Soglia di Saturazione” (SdS), ovvero, il limite massimo individuato dalla delibera regionale di ottobre. Questo, è il dato oggettivo che si aspettava dal 2010, da quando le Linee Guida Nazionali, per accelerare la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili, ritenuti strategici, chiese alle Regioni di procedere, con propri atti di programmazione, ad indicare le aree non idonee alla installazione di specifiche tipologie di impianti energetici.
La nuova normativa regionale, infatti, ha assunto quale parametro per il calcolo della soglia limite il “Carico insediativo medio” (CIM), il rapporto tra la potenza “eolica” complessivamente istallata e la superficie territoriale d'interesse, ponendo a confronto i dati comunali con quello regionale. Il “CIM comunale”, non potrà essere superiore a cinque volte il ”CIM regionale”.
Il metodo stabilito per il calcolo della soglia limite, pur salutandolo come l'unico intervento in grado di superare la troppa spontaneità dei comitati e gli ostacoli dell'ambientalismo opportunista, si presta, comunque, ad alcune osservazioni.
Il tema “eolico selvaggio”, sia chiaro, non è da imputare, come quasi sempre accade con i temi ambientali, ad eteree presenze malefiche che calano, nottetempo, mostruosità ecologiche o distorsioni paesaggistiche di fronte le nostre finestre. Più sinceramente, anche il proliferare di pale eoliche nelle nostre montagne, non è il frutto di una rinnovata coscienza energetica, più che altro, la stratificazione di decenni di opportunità private che hanno spinto perché la politica, approssimando i suoi obblighi di programmazione, le garantisse o quanto meno, tollerasse. Un business opaco che ha coinvolto, con alterne fortune, tutti: semplici cittadini, imprenditori ed amministratori. Fino a quando l'evidenza non ha raggiunto livelli non più occultabili ma, soprattutto, fino a quando le royalty, parola magica che ha guidato tante comunità nella non-programmazione del proprio territorio, non sono più risultate convenienti come preventivato o addirittura nulle. E' proprio in coincidenza di questo momento che è scattata la grande ondata massimalista del “No eolico”.
Il proliferare senza regole degli impianti, è stato sicuramente dovuto all'assenza di una normativa regionale, ma anche ad una mancanza di volontà dei singoli comuni a gestire il business iniziale, coordinandosi con le comunità limitrofe. Anzi, ogni comune, negli anni d'oro delle promesse di ristoro ambientale, entrava in concorrenza con quelli confinanti, pur di prevedere in bilancio somme da poter spendere in programmi elettorali.
Stante la costanza di questo atteggiamento di scarsa capacità alla condivisione territoriale, il metodo di calcolo della “Soglia di Saturazione”, appare come una nuova concessione alla “autarchia di comunità”.
Analizzando le soglie raggiunte dai “Comuni Saturi” dell'Irpinia, si nota che lo sforamento del limite massimo è sempre molto alto. A Scampitella, il Carico Insediativo Medio comunale è oltre 4,5 volte la Soglia di Saturazione, quindi 24 volte il CIM regionale. A Montaguto e Savignano il CIM comunale è 4, 5 volte il limite, 22 volte il valore regionale, a Bisaccia la SdS è superata 3,5 volte, 18 volte oltre il CIM regionale.
La nuova normativa non è retroattiva, quindi, quanto già esiste non è in discussione, saranno solo le nuove licenze a essere vietate. Se l'analisi si fermasse alla geografia comunale, quindi, ci si potrebbe accontentare. Quello che è stato rimane ma si è fermata l'ulteriore avanzata degli impianti sul singolo territorio. Avremmo, però, anche soddisfatto lo stesso comportamento “isolazionista” che, troppo spesso, ha portato le comunità verso le emergenze ambientali.
Una valutazione degli impatti, infatti, non ha senso se composta su singoli frammenti. Essa acquisisce oggettività quanto più la scala di analisi si allarga.
Insieme, Savignano, Greci e Montaguto, superano la Soglia di Saturazione oltre 12 volte e 62 volte il dato regionale. Numeri che testimoniano, una concentrazione di impianti eolici già altissima ma ancora parziale. Infatti, allargando lo sguardo ai territori confinanti, nella stessa vista d'insieme, scopriamo i “comuni saturi” di Casalbore, Ginestra degli Schiavoni, Foiano e Montefalcone di Val Fortore, San Giorgio la Molara e Molinara. Un insieme di limiti raggiunti pari a circa 34 volte il limite di saturazione, 166 volte il dato regionale. L'aver dichiarato “satura” questa selva, però, non impedirà che Ariano, Zungoli, Montecalvo o Castelfranco in Miscano, non ancora saturi, malgrado la rovinosa situazione al contorno, possano continuare nelle loro singole, legittime, crescite. Ognuno fino alla propria SdS. Contribuendo, così, a completare quell'invasione del paesaggio che la norma, invece, vorrebbe arrestare.
Stessa analisi vale per la Valle Ufita o il Formicoso, dove, sebbene si sia bloccato il proliferare degli impianti di Lacedonia, Bisaccia e Andretta, in teoria, nulla vieterebbe che Calitri, Aquilonia e Monteverde completino l'opera di saturazione “eolica” dell'altopiano.
I limiti di questa nuova normativa, quindi, sono nella ripetizione di una visione del territorio, quale “somma di totali” e non quale “risultato d’insieme”, una prassi che da tempo denuncia i suoi fallimenti, con l'insistenza a non obbligare alla corresponsabilità ed al coordinamento le singole comunità. Eppure, siamo nei tempi delle Unioni di Comuni, delle Aree Vaste. Ecco, queste già potrebbero essere scale di valutazione accettabili, per disegnare una più credibile geografia dei limiti.
In questa corsa, anche giustificata, a rispondere al diffuso allarme lanciato dal “No eolico”, quello che ancora si attende, però, è la programmazione di sistema, che non si esaurisce nella emanazione di divieti.
Dal Piano Energetico Ambientale Regionale, si aspetta soprattutto un atto di indirizzo e programmazione dello sviluppo ed efficientamento dell'intero sistema energetico campano, considerando il deficit, ancora alto, tra consumi e produzione e la volontà diffusa di impedire, sotto il ricatto delle emergenze, ennesime derive fossili.
Quante possibilità ci sono di fermare davvero lo scempio se questa battaglia, partecipata e sentita si fonda su basi estetiche? Se ci si limita a definire le pale brutte o deturpanti, una mera minaccia allo splendore dei paesaggi, allora è probabile che l’impostazione dell’intera questione sia errata. Ne abbiamo parlato con Mario Pagliaro