Nello e le abitudini del PD
di Mario Pagliaro
Nello ha perso. Nello ha vinto. Soltanto avendo la capacità di cercare nella tristezza spunti di un riavvio è possibile testimoniare che nessuna azione può portare al nulla.
Una persona stupenda come Nello Pizza, da sola, non poteva ribaltare, negli avellinesi, la percezione negativa della politica locale degli ultimi trent'anni (almeno). Anche se, quella vissuta, è sempre stata una politica che gli avellinesi hanno voluto, costruito e votato e sempre con convinzioni bulgare. Salvo a lamentarsene col senno “di poi” ma rivotarla col senno del “casomai...”
Sono trent'anni, infatti, che cambiamo sindaci ma, è dagli stessi trent'anni che abbiamo gli stessi consiglieri comunali. Posizionati sempre su fronti ondivaghi, concentrati solo sulla esaltazione del proprio “super io” e caratterizzati da una efficacia elettorale pari solo alla loro evanescenza post elettorale.
Nello, aveva perso già al primo turno, tradito dalla solita pletora di opportunisti capaci di far votare le proprie promesse ma non le altrui capacità. 43% al candidato sindaco e 51% ai candidati consiglieri non è un sintomo, è una patologia, che ad Avellino si chiama “capipolo”.
Il capopolo è quell'essere metà uomo e metà consenso che, dal proprio posto di potere presunto, gestisce un serbatoio di voti più o meno grande per quanto diffusa è la percezione del potere detenuto (verbo non aggettivo). Insomma, il classico “cane che si morde la coda”.
Avellino è piena di capipopolo, dai colletti bianchi, ai guanti sporchi e, ognuno di loro, tra una elezione e l'altra, garantisce attenzione esclusivamente a se stesso e alla sua possibilità di allargare il proprio potere e i propri voti. Praticamente, promette l'impossibile per raggiungere il nulla. Ovvero, se stesso.
Anche questa volta, in tutte le liste, sono questi i soggetti a cui è stato affidato il compito di vincere le elezioni. Perché questo è il vero obbiettivo comune, sicuramente non il saper amministrare una comunità. Quello, è un utile superfluo. La vera necessità è il raggiungimento delle premesse, non il conseguimento degli obbiettivi.
In Irpinia, esiste solo una conseguenza oggettiva, invariabile, di una vittoria elettorale: conservare il “Sistema”. Il Sistema è quell'insieme di poltrone che garantiscono la continuazione del solito potere presunto attraverso minime condivisioni dello stesso. Un po’ a te, un po’ a me e ognuno può sentirsi protagonista nel mercimonio degli appalti, delle consulenze, delle sponsorizzazioni, dei posti fissi e occasionali, delle influenze. Tutti strumenti fondamentali per rinsaldare il legame tra il capopolo ed il suo serbatoio di banalità. Quindi, chiudere il circolo viziato.
Vincere il primo premio alla gara per il Sindaco di Avellino, è fondamentale per conservare o inventare un nuovo Sistema.
Se questo è vero per tutto il panorama partitocratico e civico italiano, a me interessa analizzarne uno specifico. Il centro destra è annullabile, il “grullismo” è nullo, quindi, a me interessa intervenire sul Partito Democratico ed in particolare, essendo appassionato delle cose marginali, su quello irpino.
Il Partito Democratico irpino, è stato fondato sui capipopolo. Dinosauri e neo-dinosauri, a cui un paese normale non riconoscerebbe nemmeno il ruolo di “assaggiatori di caciocavalli”, da noi corriamo il rischio di ritrovarli anche nel nome delle strade in cui passeggeranno i nostri nipoti.
Personaggi convinti e in grado di convincere, che la Politica sia “dare risposte ai bisogni della gente”. Ovviamente, “gente” in quanto singoli, in quanto singola riga di un'agenda consunta a cui associare il bisogno individuale e la specifica soluzione trovata. Personaggi che, peggio di loro, solo i loro epigoni, ancora meno dotati di capacità visionarie, di ottiche di sistema, ancora più deprimenti nella autoreferenzialità e nella banale applicazione del potere per il potere.
Sono trent'anni (almeno), che le varie declinazioni del Partito Democratico irpino, pur di conservare il Sistema, lasciano che la propria comunità sia gestita in nome dell'opportunismo. Proliferano le bancarelle, le concessioni agli amici, le forniture sconclusionate, le opere pubbliche approssimate, le feste di piazza, gli accordi potere, le attività criminogene, soprattutto, i progetti in cui il finanziamento è l'obbiettivo e non uno strumento.
Nello ha perso, perché c'era questo prima di lui e troppi nelle sue liste hanno creduto che questo dovesse continuare ad essere. Così, hanno dedicato la propria capacità di lievitazione dei voti personali a questo obbiettivo. Esclusivamente a questo. Anche nel Partito Democratico. Anzi, dentro ma con la concreta intenzione di lasciarlo fuori.
Essere parte di una comunità, infatti, dovrebbe lasciar supporre la voglia di condividere un percorso trasparente, invece, troppi di quelli che sono stati Partito Democratico in Irpinia, in questi anni, lo hanno gestito nella convinzione che la “comunità partito” sia uno strumento attraverso il quale privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Il “caos progettato” della ultima fase congressuale irpina, preceduta dalle idiosincrasie dei tesseramenti 2016 e 2017, ne è la prova.
Eppure, in questa depressione, il Partito Democratico, resta la “cosa politica” più probabile. Lo strumento più pragmaticamente funzionale ad operare. Anche se diviso in tre realtà: gli iscritti che si rifugiano, gli iscritti che non ci credono e l’elettorato. Più ci si allontana dalla prima categoria e più ci si avvicina allo Statuto del PD. Storicamente, al primo stadio si ferma chi crede fondamentale gestire il potere. Alla seconda categoria appartengono coloro che credono nella politica, molto meno (o per niente) ai politicanti e riconoscono quanto sarebbe peggio chiudersi nei ghetti dei “duri e puri” o nei bar dell’uomo qualunque. La terza componente del PD, l’elettorato, purtroppo, è quella che non si interessa allo stoicismo del secondo girone, è più attenta alle azioni dei leader o con maggiore probabilità, dei loro antagonisti. La sua attenzione sarà massima nel periodo elettorale, quando dovendo individuare i propri parametri di voto, sorvoleranno sulla visione delle azioni locali, concentrandosi sulla percezione della negatività degli antagonisti da rotocalco.
Il distacco tra elettorato e politica locale nasce dall'idea o meglio, dalla rassegnazione trasmessa dal PD dei dirigenti irpini per cui “politica” è, al massimo, capacità di sedere in prima fila a convegni il cui titolo non corrisponde mai a quello di cui si parlerà, preceduti da estenuanti riunioni telefoniche sui nomi e simboli da mettere su manifesti dalla grafica abominevole, a cui vengono chiamati ad intervenire “personaggetti” che gareggiano in gare di visibilità e conclusi da soloni che esordendo con un “sarò breve”, rassicurano che anche questa volta annoieranno con improbabili citazioni rubate a Moro o a chiunque altro gli hanno raccontato sia stato importante.
Unico obbiettivo (dichiarato) di questi consessi è la “prova di forza”, la conta dei presenti, unico parametro in grado di determinare il successo dell'evento, ovvero, quanta capacità di coinvolgere truppe cammellate ha l'organizzatore del simposio. Non meraviglia, quindi, se questi incontri, oramai, si sono ridotti a scambi di reciproche presenze. “Io vengo da te, tu vieni da me”.
Manifesto di questa inerzia presenzialista è stata la campagna referendaria del dicembre 2016. Una miriade di eventi autoreferenziali, organizzati, esclusivamente, perché qualche riferimento nazionale potesse constatare quanta gente sapesse coinvolgere il ras di turno, nel proprio territorio e quindi, nella speranza dell'organizzatore di aver dimostrato quanto fosse importante per il Partito. La triste fine di quel Referendum e le conseguenti candidature delle ultime parlamentari, hanno dimostrato che anche in questo sbagliavano.
Conseguenza di questa corsa al ribasso è la pletora di figuranti che, a seconda delle ombre sotto le quali vegetano, interpretano il loro ruolo di militanti, riempiendo l'universo “social” con rivendicazioni di “purezze” mai possedute o con esempi che mai hanno saputo dare. Coerentemente oppositori degli establishment a cui fino a ieri hanno mendicato ruoli di comparsa.
Questo è il PD irpino. Questo non è il PD irpino.
La crisi che ci lega non è politica, è forse culturale, sicuramente antropologica ma, tutta, a livello di dirigenza. Tutta, cioè, tra coloro che non vincono mai per KO ma sopravvivono per abbandono dell'avversario che, solitamente, sta tra quelle persone che, pur facendo politica, hanno una vita e non una rendita, una passione e non un interesse (privato), una coscienza e non un compromesso, dei contenuti e non demagogie.
Oltre quello che sembra apparire, in alternativa a quelli che consumano il proprio tempo a rispondere sul giornale amico, all'attacco mediatico trasmesso dal giornale nemico, esiste tanto Partito Democratico che saprebbe essere molto più concreto, vero ed utile alle proprie comunità. Un mondo, però, volutamente frammentato in correnti, subcorrenti e ammennicoli vari, al fine di garantirne la vasectomia dei potenziali politici e culturali. Naturalmente antitetici ai giochi di potere per il potere. Un mondo positivo, potenziale, pur non esente da colpe, non foss'altro quella tutta italiana di anelare ad avere “un uomo sul balcone” che lo faccia essere protagonista. Un peccato comprensibile, se si considera l'involuzione di un partito chiuso nel culto a prescindere, degli amministratori, alfa ed omega del PD irpino.
Una filiera politica virtuosa, dovrebbe essere quella per cui, il Partito, attraverso la sua base, analizzi i processi sociali, individui le scelte più coerenti con la spinta riformista, social-liberale che il Pd dovrebbe incarnare e indichi i modi di realizzarle. Agli amministratori, andrebbe riconosciuto il fondamentale carisma di dare corpo, nel quotidiano, a quelle scelte.
Nella realtà, invece, la necessità supposta di celebrare gli “unti dal Signore” in quanto unici soggetti capaci, attraverso le loro performance elettorali, di conservare gli equilibri del Sistema, di rinnovare gli status quo, ha portato all'interruzione di qualsiasi relazione tra base, analisi, contenuti e loro realizzazione.
Una delle invenzioni più malsane, della politica contemporanea, infatti, è stata quella del “partito degli amministratori”, quella cosa che, dando valore assoluto al pragmatismo degli eletti, affida a questi il doppio ruolo di analisti ed esecutori, esclusivamente, delle proprie visioni. Con questa logica si è disseminato amministratori in qualsiasi ruolo politico di partito, esautorando di fatto la base, il militante vero, da qualunque utilità che non sia l'apporto di voti o l'acquisto di tessere e provocando la sua disaffezione.
Sorvolando che, sempre più spesso, specie nelle piccole comunità, l’amministratore è semplicemente chi ha più cugini e nipoti ed in quelle più grandi, chi è più vicino ad un capopolo, il suo ruolo vero sarebbe di rappresentare il legittimo compromesso tra l’utopia, il possibile ed il realizzabile.
Un amministratore è di tutti, deve parlare con tutti, deve essere garante di tutti, anche delle idee che non condividerebbe. L'amministratore non può essere “uomo di partito” ma sforzarsi di essere “istituzione”. Affidare a questa figura anche la creazione dei contenuti della politica, banalmente, significa abbandonare ogni possibilità di visione “altra”, di “lungo periodo”, impopolare.
L’amministratore-politico, non può assumere posizioni scomode nei confronti di un collega seppur avversario di idee. Anzi non lo deve fare. La Politica invece si! Deve fermarsi sui principi inderogabili, ha il dovere di pensare oltre gli equilibri. Altrimenti, cessa di essere filosofia di vita per diventare semplice lista della spesa.
Se questo è il PD irpino, questo non più essere il PD irpino. Se Nello ha perso, da Nello possiamo vincere.
Costruendo filiere politiche a partire dalla base, delegando ai riferimenti istituzionali il ruolo di ascolto e attuazione delle analisi della base e, soprattutto, concordando che le regole non si interpretano ma si applicano, esiste ancora la possibilità che una comunità-partito non resti il luogo delle convenienze ma il luogo della militanza, quella vera, dove, mentre si monta un gazebo, si ragiona di contenuti. Non quella per cui ad un post segue un articolo di giornale.
Così, diventa fondamentale che il PD irpino si caratterizzi secondo un modello altro rispetto al passato.
Mi rendo conto che, durante queste amministrative, sono iniziate anche le scaramucce per un posto al sole alle prossime regionali ma, oggi, dopo il 4 marzo avellinese, è dimostrato che anche i capipopolo perdono e che le patetiche riesumazioni di antichi poteri accelerano la sconfitta degli eletti e sopratutto delle idee.
Vincente può essere solo il superamento delle abitudini anche se statisticamente, pur dimostrando che mantenere l’abitudine è svantaggioso, 2 persone su 3 sceglieranno di mantenerla.
Per cambiare non basta una immagine smart o accennate derive digitali e, forse, non serve nemmeno realizzarlo, il cambiamento. Occorrono persone che sappiano esserlo.












