-- Tutti noi vorremmo arrivare a novant’anni in buona salute, lucidi con la testa e magari pieni di voglia di tenere in mano la macchina fotografica. Purtroppo non sempre succede così ma Gianni Berengo-Gardin l’ha fatto; il 2020 è l’anno del suo novantesimo compleanno con oltre 66 anni di carriera come fotografo, con oltre un milione di scatti archiviati.
Ha cominciato presto a fotografare, a 24 anni in una Venezia dove è cresciuto e dove da pochi anni c’era il Circolo Fotografico La Gondola che avrebbe lasciato un segno nella storia della fotografia internazionale. Un circolo questo frequentato allora da personaggi di spessore come Paolo Monti, Italo Zannier, Sergio Del Pero, Elio Ciol, Toni Del Tin, Carlo Bevilacqua, solo per citarne alcuni; ma frequentato anche dal nostro Gustavo Millozzi con il quale Berengo Gardin, quasi coetaneo, stringe una solida amicizia che durerà fino ad oggi. Entrambi, di lì a poco, lasciano Venezia, uno per trasferirsi per lavoro a Padova e l’altro a Milano per intraprendere la professione di fotografo. E’ in virtù di questo sodalizio che Berengo Gardin avrà un legame particolare con la città di Padova; ad esempio quando Gustavo realizzerà Fotopadova, una kermesse annuale tutta dedicata alla fotografia (1993-2003), Gianni sarà presente. Diversi sono stati poi gli incontri con il pubblico padovano, ne ricordiamo uno del 2015 in un affollato Centro Culturale San Gaetano nel quale il fotografo era stato presentato dallo stesso Millozzi; i due più volte hanno ricordato episodi del loro passato fotografico attestando in tal modo la loro profonda amicizia.
In quell’occasione Berengo Gardin aveva rifiutato l’attribuzione di artista conferitagli dalla critica, sostenendo che si è sempre sentito un artigiano: “l’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile. L’importanza della fotografia è il documento, il racconto di un’immagine, di qualcosa che abbia un significato. Non è fare un mazzo di fiori scimmiottando la pittura.”
La sua fotografia ha risentito molto del lavoro di Henri Cartier-Bresson, come degli altri fotografi umanisti francesi anche se agli inizi il suo interesse per la fotografia è nato dalla fotografia americana del Novecento; lui stesso ci raccontava quando negli anni ’50 riceveva da un parente emigrato all’estero i numeri di Popular Photography e che avidamente leggeva facendo tesoro degli insegnamenti dei grandi della fotografia mondiale. Ancora oggi ritiene un vanto una dedica in cui Henri Cartier-Bresson scrive: “A Gianni Berengo Gardin con simpatia e ammirazione”: il massimo – dice – poi si può anche morire in pace.
Nel corso della sua professione si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentato le fasi di realizzazione dei suoi progetti architettonici.
Restano memorabili molti dei suoi lavori, come Morire di classe, un’indagine sui manicomi prima della legge Basaglia del 1978. Fu per l’Italia un vero choc. La fotografia entrava di prepotenza all’interno di strutture proverbialmente chiuse e faceva luce su condizioni e situazioni che fino a quel momento non dovevano essere mostrate. In uno scritto recente Berengo Gardin così ricorda quegli anni: “Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati.” E forse ha contribuito al varo della legge sulla chiusura dei manicomi, diremmo noi adesso.
Tutta la sua opera è stata un continuo interrogarsi sulla condizione umana, anche quando ha voluto mostrare una città come Venezia attraversata quotidianamente dalle grandi navi con seri rischi per la sicurezza e con evidenti danni all’ecosistema. Non si è mai piegato agli interessi del potere e anche quest’ultimo lavoro dava fastidio, tanto che proprio a Venezia gli è stato negato uno spazio espositivo per realizzare una mostra con quelle foto.
Un suo lavoro del 1994 sulla vita dei gitani, ritratti in quanto uomini con le loro tradizioni e la loro cultura, ha avuto minor eco ma la causa è da ascrivere al periodo di pubblicazione di quel lavoro, un periodo quando non c’era ancora nessun bullo con la ruspa che facesse del tema un problema sociale e quando l’odio e la paura per il diverso erano minori.
Non è il caso di elencare qui la sua produzione, talmente vasta da avergli consentito di pubblicare oltre 200 libri di fotografia. Ci interessa invece ricordare l’impegno civile di Berengo Gardin messo in atto con la fotografia, un impegno schierato dalla parte dei più deboli, un impegno dedito a dar voce alla gente comune quando non sono gli emarginati. Un senso dato alla fotografia che va oltre l’estetica e la poesia senza rinunciarvi.
Auguri Gianni, ci aspettiamo ancora nuovi lavori per tanti anni sperando che il tuo esempio sia di scuola per molti.
ci siamo appena lasciati alle spalle l’ottobre di questo 2023, la temperatura va calando ed alla fine di novembre entreremo nell’inverno che ci auguriamo sia clemente. Quanto da ormai da troppo tempo con sempre più frequenza avviene in tante parti di questo mondo, anche non molto lontano da noi, certo non ci lascia molto tranquilli e pertanto speriamo che almeno parte (tutti sarebbe purtroppo un’utopia!) i venti di guerra finalmente si calmino.
Abbiamo appena completato la nostra Rassegna stampa/web dell’appena concluso mese di ottobre, decimo del nostro sedicesimo anno di vita, ed ora ve la inviamo come è nostra consuetudine: potrete infatti scaricarla usufruendo del seguente link:
Rassegna Stampa/web di Fotografia - anno XVI n.10, ottobre 2023
Proseguiamo da parte nostra l’impegno che, sin dal lontano 2008 abbiamo assunto con la speranza che possiate trovare sempre sulle pagine di questo nostro sito e tra i nuovi articoli che abbiamo scritto o selezionato per voi in questa Rassegna, quache argomento che desti il vostro interesse ed offrirvi qualche ora di piacevole distensione: sarà per noi il miglior riconoscimento per il nostro lavoro.
Come sempre non può mancare il nostro più cordiale amichevole saluto con il miglior augurio di tanta salute per voi e per i vostri cari e per quanto è nei vostri desideri.
--- Ogni anno, dalla sua nascita e fino al 2015, ho visitato MIA Foto Fair, la Fiera Internazionale d'Arte di Milano dedicata alla Fotografia e all'Immagine in movimento, utile aggiornamento sullo stato della Fotografia in Italia e soprattutto sul suo mercato. In edizioni recenti ne ho riferito in Fotopadova (2015: 4 Luglio, 19 Maggio, 18 Aprile; 2014: 2 Agosto, 8 Giugno). Soltanto nel 2016 ho dovuto rinunciare all'appuntamento. Ne sentivo la mancanza, perciò il 10 marzo scorso, giorno dell'apertura, mi sono precipitato a Milano. Ma me ne sono presto disamorato. Presto, vorrebbe dire nel tempo di 40 e più minuti passati in coda alla biglietteria assieme a una quarantina di visitatori, compresi i prenotati, in attesa che i terminali di distribuzione dei biglietti tornassero a funzionare, mentre gli addetti (probabilmente voucheristi di dubbia esperienza) non sapevano che pesci pigliare e gli organizzatori sembravano assenti o disinteressati.
Perciò nel primo giro degli stand ho cercato qualcosa su cui sfogare il mio risentimento. E l'ho trovato con soddisfazione in un soggetto che si imponeva per la frequenza, (ma molto di rado per l'eleganza): il lato B, femminile ma non solo, con annessi e connessi. Di cui la prima figura presenta la sintesi in un eterogeneo collage. (Nota 1)
FIGURA 1. Il trionfo del Lato B.
Non mi ha mai emozionato l'esplicito sadomasochismo di Araki, del quale era presente una serie di Polaroid (nel centro della figura 1), né entusiasmato l'abilissimo e ricercatissimo semiporno del ceco Saudek (in figura 1 alla destra di Araki). E quanto a certe chiappe, molte tutt'altro che fresche (terza età "sdoganata"?) trovo più significativo e più attraente per l'occhio e perfino per i sensi un peperone di Edward Weston. Sembra quasi che lo studio del corpo umano e delle sue lusinghe formali abbia fatto il suo tempo, e che ormai si cerchi soprattutto ciò che può bene o male essere un pugno sullo stomaco. Si veda per esempio quella specie di preview del FEPN (Festival Européen de la Photo de Nu) che compare sulle pagine di Réponses Photo del maggio corrente.
Poi per fortuna mi sono rifatto l'occhio, rasserenato l'umore e rassicurato che la giornata non fosse persa trovando a un banco di libri fotografici da collezione quella serie di volumi di nudi birichini che negli anni '60 rese famoso Sam Haskins e portò un soffio d'aria fresca nel genere: Cow Boy Kate, November Girl, e soprattutto il primo (1962), Five Girls. Di questo c'era una copia non perfetta ma in buone condizioni a un prezzo accessibile: l'ho subito comprata. C'è da imparare, ragazzi-click! Avrei comprato anche gli altri due, ma il mio modesto borsellino era in esaurimento per l'edizione originale di Feste religiose in Sicilia di Ferdinando ("Fernando" su quel titolo) Scianna.
Nelle poche ore a disposizione fra due Frecciabianca, per di più ridotte dal tempo perso a calpestare il pavimento della biglietteria, non è stato semplice selezionare gli stand da visitare e gli artisti a cui prestare attenzione. Il mio criterio si è basato su una mia suddivisione in tre categorie, più istintiva che intenzionale.
Fotografia verità. Fotografia "bella" come intesa da Robert Adams (Nota 2), somma di coerenza formale e verità sostanziale.
Fotografia sensazionale. Dell'artista era "il fin la meraviglia" già ai tempi dell'arte barocca. Oggi, la presunta "originalità" del nuovo a tutti i costi è diventata banalità. Se ai tempi del Dadaismo "épater le bourgeois" aveva un senso "rivoluzionario", oggi i "nuovi" oggetti d'arte che dovrebbero stupire, impressionare, colpire allo stomaco, scandalizzare, non fanno che ripetere atti vecchi di cent'anni - e sono quelli più ricercati, più venduti e più pagati.
Fotografia oltre. Altera profondamente l'immagine fotografica restituita dall'ottica e dal sensore (chimico o elettronico che sia), o addirittura prescinde dallo "scatto" personale dell'autore: per esempio, sintetizzando digitalmente l'immagine finale; combinando la tecnica fotografica con altre tecniche o con strutture materialmente diverse; sfruttandola per scopi diversi (come mettendola al servizio delle performances, delle quali senza fotografia o filmato non resterebbe memoria); prelevando l'immagine dalla rete, anche senza alterarla, nel qual caso l'autorialità del fotografo poggia sulla selezione; e chi più ne ha più ne metta. Già oltre la fotografia erano non solo i surrealisti coi loro collages di ritagli, ma ancor prima quei pittoricisti che ritoccavano le stampe o direttamente le lastre con pennellate radicali, e quegli altri che realizzavano scenette faticosamente composte da scatti diversi. Sulla stessa strada si potrebbe considerare Man Ray con rayogrammi e solarizzazioni.
Confesso che la mia preferenza nella visita è andata alla prima categoria, forse anche perché mentalmente più "riposante"; dalla seconda rifuggivo, mentre opere classificabili come oltre spesso mi interessavano o per lo meno incuriosivano. A meno che l'oltre non fosse, come spesso succede, puramente al servizio del sensazionale.
FIGURA 2. Brownyn Katz, Grond_Herinnering
Prendendo in considerazione le opere oggetto dei numerosi premi messi in palio da vari sponsor (non ancora annunciati al momento della visita, ma ora disponibili sul sito del MIA) si può dire che se ne trovano in tutte e tre le categorie sopra definite. II premio BNL, il principale e più ricco, è andato all’opera di Claudio Gobbi Ural Studies, "un paesaggio romantico e nostalgico" che rientra a pieno titolo nella Fotografia verità senza puzzare di stantio. Al genere Oltre la Fotografia appartiene invece il trascinante video della quattordicenne (!) sudafricana Brownyn Katz campionato nella Figura 2, assieme alle fotografie di fantasiose e coloratissime "installazioni in una stanza" della coreana Jee Young Lee (autrice non nuovissima alle cronache fotografiche), ambedue premiate dalla giuria della BNL con menzioni speciali.
Nella categoria che amo meno classifico invece le immagini laureate dal premio RAM-Sarteano. Gli autori sono due. Marshall Vernet altera profondamente con esagerati interventi di postproduzione (HDR e altro) fotografie di soggetti che trovo piuttosto insignificanti per renderli, immagino, nuovi e sorprendenti.
FIGURA 3. Marshall Vernet.
Raffaele Montepaone, già pluripremiato altrove, se la prende qui con inermi vecchiette esagerando i segni del tempo e delle intemperie della vita sui loro volti e corpi. Mi sono chiesto: a che pro dare un aspetto falso a immagini che altrimenti avrebbero avuto un alto contenuto di verità? dobbiamo pensare che Lee Jeffries sia diventato (forse immeritatamente) un cattivo compagno/maestro per troppi fotografi in cerca di foto sensazionali? Mi sarebbe piaciuto poter confermare la mia convinzione che avrei apprezzato molto di più le sue immagini al loro stato originale, ma sarebbe stato impossibile recuperare quello stato anche colla più spinta rielaborazione. E allora ho fatto l'esperimento inverso: ho rubato a Walker Evans un'immagine di un soggetto simile e l'ho rielaborata "à la Jeffries". L'originale e il mio risultato si vedono in Figura 4. Alzi la mano chi preferisce il secondo.
FIGURA 4. Walker Evans, da Let Us Now Praise Famous Men, figura 17; prima e dopo una cosmesi digitale "à la Jeffries".
Una sezione del MIA che purtroppo non ha comportato l'esposizione delle opere partecipanti è stata il premio CODICE MIA. Concorrevano i portfolio di 45 fotografi selezionati fra numerosi candidati, per essere valutati da collezionisti, art advisor e curatori di collezioni private e istituzionali provenienti da tutti i settori del mercato mondiale d'arte fotografica. Il primo premio è stato assegnato a Davide Monteleone, già vincitore di tre World Press Award. Meno nota, ma già affermata, è l'anglo-egiziana Laura El-Tantawy, assegnataria del secondo premio per il progetto In the Shadow of the Pyramids (oggetto di un libro autoprodotto nel 2015): intense immagini riprese nelle piazze e nelle vie del Cairo durante le sommosse contro il regime di Mubarak. Immagini comunemente e banalmente commentate come "impressioniste" perché sfruttano espressivamente il mosso e lo sfuocato (ma l'Impressionismo è tutt'altra cosa). L'atmosfera figurativa è, a colori, quella inventata alla fine degli anni '30 da Alex Brodovitch, mitico art director di Harper's Bazaar, colla sua serie "Ballet" (foto di scena del Balletto Russo), ritenuta "un avvenimento nella storia della fotografia, una sfida lanciata alla tecnica ed una nuova strada aperta ai fotografi" (CAMERA anno 46° #2, febbraio 1968. pp. 6-14) per il nuovo, efficace impiego delle pellicole in bianco/nero (alla bassissima sensibilità che possedevano otto decenni fa) a rappresentare l'emozione del movimento. Lontano dall'affermare che le foto di Laura El-Tantawy sappiano di "vecchio", riscontro che non occorre il nuovo a tutti i costi per creare attuale verità (e bellezza). E riconosco che il mezzo tecnico e stilistico buono ottant'anni fa per ricreare figurativamente il dramma simulato del balletto esprime altrettanto fedelmente il dramma reale e attuale dei movimenti di piazza tanto nelle fotografie dei dettagli (Figura 5) quanto in quelle (per le quali qui non c'è spazio) degli scenari più ampi.
FIGURA 5. A sin., Laura El-Tantawy, 2015, Il velo. A ds., Alex Brodovitch, 1939, da Ballet.
Ora dovrei raccontare quanto d'altro, oltre alle opere consacrate dai premi, ho ritenuto meritevole d'attenzione fra ciò che veniva proposto in una Fiera che, in quanto tale, fa l'interesse del mercato almeno quanto dell'Arte. Ma mi accorgo che ho già parlato troppo e, purtroppo più che del MIA, delle MIE idee sulla fotografia in quanto Arte. Sarà. forse, per un'altra volta.
Nota 1. Gli scherzi dell'illuminazione e i riflessi sui vetri che le proteggevano fanno torto alle opere, buone o cattive, sia nella visone che nelle loro fotografie fatte, come queste, in mostra (grazie a chi si fida a esporre senza vetri). Una visione accurata si a con la visita virtuale del MIA (possibile per un anno, fino alla prossima edizione) consultando il catalogo on-line).
Nota 2. Robert Adams. Beauty in Photography. Essays in Defense of Traditional Values. Aperture, 1981. 2a ed., 1996. La bellezza in fotografia. Bollati Boringhieri, 2012, 2016
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Qualcuno si chiederà il perché della nascita di questo sito e la ragione del suo nome e logo.
Senza dubbio molteplici sono i temi che tratteremo, quelli che dominano oggi e che domineranno assieme a nuovi altri in futuro. Sarà anche presa in considerazione, secondo la specifica personalità degli autori ai quali ci dedicheremo, la fotografia di soggetti concreti ed anche astratti. E quando parliamo di autori non intendiamo certamente solo gli affermati, ma il nostro interesse sarà rivolto principalmente, senza distinzione di età, a chi avrà dimostrato di avere nuove interessanti idee e susciterà motivo di discussione, in quanto discussione e confronto sono il maggior stimolo alla creatività e al rinnovamento.
Non mancheranno articoli sulla storia della fotografia e sugli aspetti del suo linguaggio in quanto riteniamo importante la conoscenza di chi ha - nei quasi ormai due secoli dalla sua nascita - segnato dei punti fermi in tale lungo percorso e di come il linguaggio fotografico si sia declinato in differenti forme.
Ma quello che ci interessa maggiormente, ed auspichiamo veramente, è il coinvolgimento dei lettori, la nascita e la crescita di un sito che dovrà, non solo nella nostra regione, suscitare e vivacizzare uno spirito critico indispensabile ad una “crescita”, affinare la conoscenza di questo grande linguaggio che è la fotografia, in un percorso di conoscenza che mai si esaurisce né deve esaurirsi. Pubblicheremo su queste pagine le considerazioni sulle mostre che visiteremo, sulle nuove pubblicazioni - anche in internet - di argomento fotografico riportando le motivazioni sia di commento positivo, sia di critica che dovrà essere però formulata con il dovuto rispetto che ogni opera originata da uno sforzo creativo deve meritare.
Ed abbiamo chiamato “Fotopadova” questo sito ricordando – e ricollegandoci idealmente ai suoi intenti - la grande manifestazione che, nata nel 1993, per ben dodici anni si è interessata alla cultura fotografica ospitando grandi nomi, grandi mostre ed interessanti dibattiti e che ha fatto confluire ogni anno nella nostra città decine di migliaia di appassionati d’ogni parte d’Italia, e non solo.
Dai padiglioni dell’Ente Padova Fiere Fotopadova rinasce sul web e ci auguriamo un largo consenso auspicando non solo l’intervento e la parola delle autorevoli personalità della cultura fotografica che allora avevano voluto condividerne l’esperienza, ma anche di chi vorrà sottoporre il proprio contributo con articoli ed osservazioni.
Non osserveremo una periodicità stabilita per cui vi invitiamo a visitare il sito con frequenza e vi ricordiamo che potrete sempre trovare gli articoli pubblicati sia cercando nell “archivio”, negli “old post” ed anche come “tag”.