La “Paranoia d’assenza galleristica”
“Da me quelli non ci vengono più”. Oppure, “quelli da me non ci sono mai venuti”. Si comincia con frasi uguali o simili. Ci si sente perseguitati, persone ordiscono piani misteriosi o mettono in giro voci, per screditarci. Immagini riunioni carbonare, rapporti impossibili tra gli artisti, i curatori e la stampa per limitare le tue possibilità. Io la chiamo “Paranoia d’assenza galleristica” e si manifesta con ragionamenti appena citati e con un atteggiamento scostante, al limite della reclusione. Si evitano contatti con l’esterno, i pochi che eludono le difese, vengono guardati con sospetto e gli si parla poco, per evitare che altre informazioni arrivino al pubblico. C’è un atteggiamento simile all’ipocondria, con l’idea o l’attesa stessa che succeda un fatto chiarificatore, un segno. Tale si manifesta con un assenza delle persone a cui tu tributi un senso totemico. Si parte con sparuti gruppi e si arriva a trovare in tutti una logica, che gli viene donata per merito di congetture architettate dalla nostra mente. Prove, indizi sono facili da reperire e s’incastrano alla perfezione dentro ad un piano per danneggiarci. Questo fenomeno assai comune, colpisce tutti i galleristi, almeno una volta nella vita. I casi cronici non guariscono mai, si avvelenano l’anima, al punto tale da escludere qualsiasi possibilità di casualità, dietro a determinati ragionamenti. Si chiudono a riccio, hanno sfoghi, sovente privati, dove manifestano un insofferenza all’ambiente esterno, che con il passare del tempo si trasforma in conflitto ed infine odio radicato. Alcuni arrivano addirittura ad andarsene, cambiare aria, altri chiudono, portandosi sulle spalle un fagotto d’incomprensioni. È una malattia subdola, strisciante quanto basta per farti affermare che tu non ne sei mai stato affetto. L’accomuni ad una certa cattiveria di spirito, ti convinci che non è il tuo caso. Personalmente l’ho provata, dunque da paziente posso affermare che non è guaribile. È una sorta d’influenza, ritorna con i periodi complessi. Ho preso l’abitudine di attuare un modesto stratagemma, di poco tempo. Prendo un foglio di carta e scrivo ogni singolo mio ragionamento sull’accaduto. Non escludo nessun dettaglio, anche il più insignificante. Cerco di tracciare un identikit dell’accaduto e come nel caso di una scena del crimine, prendo il soggetto, l’ambiente, chi ha detto cosa, le supposizioni su come si stia sviluppando la vicenda. Riporto il movente, non mancando di segnare i luoghi dove ho rintracciato i possibili colpevoli o complici. Dopo, appena mi sembra di aver riportato davvero tutto, rileggo lentamente, soffermandomi sui punti. Ci può voler anche del tempo, il cervello deve convincersi che i suoi piani hanno delle falle. Nel complesso calcolo i tempi, le impossibili incognite. Giungo al termine con la conclusione che tutti i miei calcoli sono sbagliati. Niente nel mio pensiero, ha un senso logico. I modi e la modalità sono sbagliati. Non posso che concludere di aver ancora una volta preso una cantonata. Strappo il foglio e lo getto. Con esso le paranoie, le ossessioni ricorrenti, se ne vanno. Un piccolo trucco di magia. Il carnefice può diventare anche la vittima. Dunque nella lettura di questo breve scritto, qualcuno potrebbe vederci rimandi, riferimenti chiari. Il cervello elabora dati e l’imposta sulla nuova patologia corrente. Suggerisco a tale soggetto di provare con l’umile metodo appena proposto. Per il resto la paranoia tornerà, ma appresa la sua natura, sarà vista come un piacevole diversivo.











