“ La perquisizione aveva avuto un risultato negativo, se non per un particolare che però nulla valeva come prova. Per quella perquisizione, i magistrati si erano avvalsi dei carabinieri: precauzione che fu sempre di quei magistrati che volevano segreti e di esatta esecuzione i loro provvedimenti. E i carabinieri tanto esattamente eseguirono quello, che contarono le finestre del palazzo Sant’Elia prima da dentro e poi da fuori: e si accorsero che contate da dentro ne risultava una in meno, sicché facilmente ne dedussero che una camera era stata occultata. Si diedero, col calcio dei fucili, a percuotere le pareti interne, ad auscultarne - se sordo o vacuo - il suono; a spostare mobili. E finalmente scoprirono, dietro un armadio, un muro di fresca fattura che era stato levato in luogo di una porta. Lo demolirono: e si trovarono ad una visione da pittura metafisica. Una grande stanza, con delle sedie disposte come per uno spettacolo: e di fronte a quelle sedie era un manichino da cui pendevano campanellini e con infisso alla schiena un pugnale somigliante a quello che era rimasto al Di Marzo tra la prima e la seconda vertebra dorsale. Non parve ai magistrati (e non pare a noi), di concluderne che il principe, per usare l’espressione che il Mattania gli attribuiva, fosse tanto coglione da portarsi in casa le reclute alle pugnalazioni per esercitarle. Forse (e qui ci richiamiamo alla notizia del De Cesare) quella stanza e quel manichino erano una volta serviti alle esercitazioni di scherma (e i campanellini servivano probabilmente a segnalare la toccata: benché, a nostra cognizione, l’uso dei manichini con sonagli fosse più da scuola di borseggio che di scherma). Ma quel pugnale, ma quella porta murata? I magistrati vanamente ci si arrovellarono; né potevano chiedere spiegazioni al principe, sdegnosamente chiuso nell’immunità che gli veniva dall’essere senatore. Avevano potuto perquisirgli la casa aggirando ogni divieto con la motivazione del pericolo imminente nel ritardo: pericolo che da un momento all’altro degli elementi di prova potessero essere occultati o distrutti; ma non potevano né arrestarlo né interrogarlo, senza ordine espresso del Senato. Quest’ordine non venne mai; e anzi vennero, per i due magistrati, richieste di giustificare il loro operato, rimproveri, accuse. “
Leonardo Sciascia, I pugnalatori, Einaudi (collana Nuovi Coralli n° 168), 1976¹; pp. 47-49.


















