#giuseppevendetta @laioung #gggiovani #bros 🌹🏳️🌈🍊🚩🔥⭐️🕺🏾🍑 (presso Palermo, Buenos Aires)
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#giuseppevendetta @laioung #gggiovani #bros 🌹🏳️🌈🍊🚩🔥⭐️🕺🏾🍑 (presso Palermo, Buenos Aires)
Dopo una "splendida giornata" iniziata con una intensa pratica di #ashtangayoga e una lunghissima passeggiata al #parcodimonza con #Frida, sono morta! ☠️A voi carichi di energie #Gggiovani, auguro un buon Sabato sera a tutti! 💃🏻🕺🏻#thatslife #ilovesaturdays
Di sobrietà e altre minchiate
Tutto accade per una ragione. Bisogna prendere il buono di ogni cosa.
Ci sto provando.
Sono tre mesi senza te. E va bene così, davvero. Non voglio essere la solita volpe che, da lontano, guarda l’uva che non può avere. Io sono l’uva, e tu mi hai persa. Ed è un peccato, perché sarebbe bastato pazientare ancora un po’ e sarei caduta, matura, ai tuoi piedi. Ma va bene così. Adesso tu sei andato via e può raccogliermi il primo che passa, ma solo se lo vorrò io.
Ieri è stata una serata (nottata) strana. Tra tutte quelle persone, non mi importava di nessuno. Le osservavo. Ho provato a divertirmi, ho provato a farmi piacere qualcuno, ma non è lì il mio posto. Non so se sarà mai il mio posto. Forse perché mi sono ostinata a rimanere sobria -l’alcol fa ingrassare.
Le notti precedenti ti ho sognato, almeno due volte. Avverto un senso di irrisolto, ed è solo colpa tua, della tua codardia e del tuo egocentrismo. Mi dispiace, potevamo essere molto di più. E invece tra i due, la gigante, la matura, la saggia, adesso sono io. Che delusione. E pensare che affidavo a te tutta la mia vita. E pensare che pensavo che fossi tutto il mio mondo, che ero disposta a tutto per te. Stupida. Stupida.
Sono arrabbiata e delusa. E spero che questa rabbia, in qualche modo, svanisca. Mi manchi, è inutile negarlo. Ma non mi manchi nemmeno tu: mi manca l’idea che avevo di te, quell’idea di assoluta perfezione che pensavo di aver trovato. Gli unicorni non esistono, a volte sono solo asini con una carota in testa.
"Basta con la pippa retorica dei “gggiovani” garantiti dallo Stato!"
(...) il dire quanto sarebbero necessarie in Italia alcune “riforme incisive” (riforme di che e come, a vantaggio di chi e a danno di chi?), l’apologia delle “quote rosa” (il solo pensarle equivale a offendere le donne), e poi questa costante e insopportabile beatificazione dell’esser giovani, dei “gggiovani” che hanno tutti eguale diritto a una ciotola di riso garantita dallo Stato.
Sono stato anch’io giovane, qualche secolo fa, e ricordo quale frangente difficilissimo fosse e quanto fosse indispensabile avventarsi sul mondo a conquistarne qualche briciola. In un a recente trasmissione televisiva ho avuto accanto una “gggiovane” di professione, una che altra risorsa non aveva che quella d’esser giovane.
C’eravamo il professor Ferrarotti, “o’ ministro” Cirino Pomicino, io e lei. Alla fine delle chiacchiere la “gggiovane” ha sentenziato così: ”In questa trasmissione hanno parlato sempre i più anziani. Non hanno ancora capito che per loro è venuto il tempo di mettersi da parte”. Il tempo di mettersi da parte e di lasciare parlare lei, in quanto “gggiovane” e dunque titolare di ogni diritto.
Tutta questa pippa per dirti che sto leggendo il libro di uno stramaledetto giovanotto che ha solo 28 anni (“Mover” di Michele Silenzi, edito da Liberilibri), un tipo coi fiocchi che ne sa tante e le sa bene, uno che ha studiato filosofia e che ha lavorato nella finanza (addirittura a Shangai), uno che odia i “ggiovani” almeno quanto me.
Che liberazione intellettuale leggere le parole di uno che con l’egualitarismo ci si pulisce le scarpe, che non è schiavo di alcun “ismo” se non del rispetto di se stesso e del desiderio di fare quello che vuole e quando vuole. Di fare i suoi “porci comodi”, espressione che è mia e non sua.
E intendo per “porci comodi” il fatto di vivere dove vuoi, di indossare i vestiti che vuoi, di leggere i giornali che vuoi e anche se fanno a pugni fra di loro, di cercare di guadagnare il più possibile perché te lo sei meritato e sudato da quanto hai lottato per la vita, di strafottersene dello Stato ma non certo delle regole che rendono possibile la convivenza.
Solo che quelle regole le rispetti non perché te le suggerisce qualche capetto di partito o qualche editorialista di un giornale di sinistra ma perché quando ti alzi al mattino e ti guardi allo specchio, ne vuoi restare incantato.
Leggetelo il prode Silenzi, e anche se il prossimo suo libro sarà certo meglio di questo: “Mi trovo a una conferenza. Il titolo mi ha ingannato: NUOVE FORME DI GOVERNO IN ASSENZA DELLO STATO. Pensavo si gettasse nuova luce sul mondo. E invece sono qui ad annoiarmi e ad ascoltare l’ennesimo elogio dei diritti. Non ne posso più. I diritti sono una colossale bufala. Sto per alzarmi e andarmene. Devo uscire ed entrare nel primo pub aperto a farmi una birra. Spero di trovarlo pieno di ubriaconi. Ho bisogno di vedere un po’ di degenerati dopo questa sbronza di buonismo”.
Giampiero Mughini
Signora mia dove andremo a finire. Ho conosciuto persone ultimamente, soprattutto ggiovani, con questa strana mania dell'iphone. Non ci avevo fatto caso prima, forse perché vedo poca gente. Comunque questa strana mania fa sì che loro guardino incessantemente l'iphone. In ogni momento della giornata. Attenzione, non dico spesso, dico in ogni momento. Tipo ti fanno una domanda e mentre gli rispondi si mettono a guardare l'iphone. O mentre mangiano guardano l'iphone. O mentre loro parlano a te guardano l'iphone. Cosa staranno controllando di così fondamentale? Qualche volta ho sbirciato. Spostano foto, guadano facebook. Però ossessionanti come chirurghi col cercapersone rotto che controllano se è necessaria la loro presenza. E ora si arriva a questo. Signora mia. Ho anche notato che dette persone sviluppano uno strano senso di superiorità, ma non è proprio senso di superiorità, è un senso nuovo, un senso di elusività, cioè voglio dire che le cose che gli accadono intorno in realtà pare non stiano accadendo se non per essere fotografate, o ancora meglio che ci sia sempre qualcosa di più importante a cui rivolgere l'attenzione, sempre un altro posto privo di carne dove mesmerizzarsi, essi sono fra noi ma non ci sono in realtà, i loro corpi ci sbattono addosso sulle metropolitane o nelle strade ma le loro menti sono realmente appartenenti a un nuovo luogo virtuale che io, per esempio, visito di tanto in tanto, è qualcosa di simile alla religione, all'ipnosi, è la catarsi definitiva, è la realtà virtuale applicata dalla mente, il proiettore sono le menti che riescono realmente a disconnettersi dal reale per non abitarci più, non so se li invidio o mi mettono paura.
Alessandro Ansuini on fb
che mentre passeggiavo con g. ho capito che io e Venezia andavamo in simbiosi. Ci siamo sciolte in due minuti dopo aver nevicato ventiquattr'ore.
Il declino
Ventenni che fanno discorsi da undicenni... liberissimi, eh, ma poi non vi lamentate se siete circondati da gente immatura.
noi siamo i ggiovani... l'esercito di sticazzi...
Siamo la generazione dei giovani. Siamo quelli arrabbiati, un po' stanchi e scansafatiche. Quelli che vogliono la rivoluzione, ma non sanno come farla. Quelli che vanno in tv per esprimere le idee. Quelli che puzzano.
Siamo già vecchi, senza saperlo. Abbiamo le sneakers invece delle scarpe da tennis, abbiamo occhiali vintage per ripercorrere i fasti di un passato che non ci ha visti protagonisti. Siamo bravi ad osservare e criticare, ma quando toccherà a noi, saremo inesorabilmente sorpassati dai nostri cuginetti. E' inevitabile. Saremo ricordati forse come la generazione cuscinetto, che si è (o è stata) immolata per salvare il vile sistema-denaro dal fallimento.
Non produciamo più, non meritiamo nulla, non ci molleranno mai le poltrone. Ci chiamano giovani, e continueranno a farlo per anni.
Siamo anche forti, siamo anche bravi, siamo sempre giovani. Nulla di quanto promesso ci è mai stato dato, nulla di quanto dovevamo prendere e pretendere ci è mai stato dato. Abbandonati nel limbo del nulla cosmico, lasciati fuori da tutto, dal divertimento, dalla pazzia, dalla vita vera. Spesso tenuti in una scatola chiusa estranea al mondo, spesso tranquillizzati dai nostri genitori. Povere anime, lo fanno in buona fede. Ci stanno uccidendo lentamente.
Pensateci: invece dei fucili della guerra, delle bastonate delle rivolte, delle bombe come risposta alle grandi idee (più grande è l'idea, più grossa la bomba, che magnifico modo di far risuonare la cavalleria) noi siamo la generazione soffocata nei propri letti, relegata nelle proprie stanze fino a fare i capelli bianchi, avvelenata un po' alla volta, ma sempre con il sano sorriso di chi ci vuole bene, e non vuole vederci con le mani sporche, tra poco si pranza amore, smettila di giocare con le bombe a mano e vieni a tavola.
Avevamo l'opportunità di essere giovani davvero, ma il tempo non fa sconti a nessuno e abbiamo perso il treno prima ancora di comprare il biglietto. Non è del tutto colpa nostra, ma se un treno senti che devi prenderlo, devi salire anche senza quel cazzo di biglietto. Tanto la multa la paghiamo sempre e comunque noi.
Tra poco tempo ci daranno le chiavi della baracca, ci daranno una pacca sulla spalla e se ne andranno, e noi resteremo là, a guardare casa nostra distrutta dall'assalto di una mandria di festaioli impazziti. Troveremo sporcizia sui muri, pizza sul giradischi, merda a scie per terra e sul lavandino, lattine di birra schiacciate ovunque, con la faccia del nonno Moretti che fa capolino cento volte cento. Non riusciremo mai a pulire quel casino, e rimarremo semplicemente basiti, chiedendoci dove abbiamo perduto la forza per pulire tutto, che solo la giovinezza ci avrebbe potuto dare. Probabilmente quelli che verranno dopo di noi butteranno giù la casa e la rifaranno da zero, usando il passato come monito di un progetto nato male.
Noi non ce la faremo, noi siamo stanchi: pieni di progetti da iniziare, pieni di idee che si lasciano sostituire da altrettante brillanti idee, sempre incompiute. Viviamo e respiriamo e sorridiamo, ma mai compiaciuti fino in fondo, felicità a momenti, e futuro incerto.
Che futuro spero? Non saprei. Penso che prima di tutto ci sia bisogno di un futuro, uno qualsiasi, ma calzante con la nostra misura, un futuro che venga dal mio presente, deciso, progettato e realizzato da me. Azione-reazione delle mie idee. Sarebbe bello se ci lasciassero la carta e la matita, in modo che potessimo disegnare un po' anche noi. Non mi offendo se non ci sono le matite colorate; basta la matita, davvero, basta poco.
E invece eccoci qui, a fare la figura dei bambini che guardano i grandi giocare a carte, e restano a guardarli anche quando diventano loro grandi. Ma quanto cazzo dura sta partita nonno? Non posso giocare io adesso? No "ragasso", non sei ancora pronto. Cazzate nonno, devi morire, devi lasciarmi le carte, lasciati andare, senti il cianuro fare effetto.
Tra parentesi: stanno cercando di trasformare il nostro Paese in un BelPaese, in stile Montecarlo. Dopo "Questo non è un paese per giovani" ecco il sequel "Questo non è un paese per gente che non ha almeno una barca e la quotazione in Borsa". Ecco, io non lo voglio un Paese così. Davvero mamma, grazie dei sorrisi e delle lasagne al forno, ma qui c'è gente che mi sta mangiando il futuro. E scusa mamma, no, non mangio la torta, esco un po', vado a fare due passi, magari trovo in giro qualcuno che abbia voglia di cambiare le cose con me.