Sì. C'è sempre un perché sconosciuto all'inizio e chiarissimo nel tempo, nel motivo per cui le persone s'incontrano.
Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini Lui,Io,Noi

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Sì. C'è sempre un perché sconosciuto all'inizio e chiarissimo nel tempo, nel motivo per cui le persone s'incontrano.
Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini Lui,Io,Noi
Che poi anche il presente è un abbaglio della percezione: alle sirene del passato preferisco, ostinatamente, i lampi improvvisi del futuro.
Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini Lui,Io,Noi
E tutto avveniva con un anticipo tremendo [...] visto che lui all'epoca viveva ancora con la moglie, e quindi al momento senza nessuna conseguenza, se non la sensazione di aver visto il futuro, appunto, molto prima che si realizzasse.
[...]
Così, ogni volta che con Fabrizio capitava di incontrarci, negli anni, i nostri sguardi, allacciandosi, continuavano a rinnovare questa promessa silenziosa tra noi.
Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini. Lui,Io,Noi
In una pausa del lavoro, dunque, ci incontriamo al bar. Questa volta finalmente vicini, occhi negli occhi, senza ostacoli nel mezzo. E immaginatevi un tempo che non si ferma, che si dilata: il tempo insostenibile di una supernova che esplode nel cerchio chiuso di una tazzina di caffè. Non che fosse poi così caldo, quel caffè: è che io l'ho vissuto con quel tempo sospeso e incandescente, rallentando i sorsi perché non finisse mai. Un calore avvolgente, anche adesso nel ricordo, che ci riportava indietro- parti di noi seminate negli anni- tutti gli sguardi degli incontri precedenti, aumentati di segno proprio perché a lungo solo promessi è rimandati.
Ma non è forse questo il desiderio? Qualcosa che ha bisogno di una pausa per crescere in intensità e di cui a volte ci perdiamo la potenza solo per la fretta di appagarlo
Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini Lui Io,Noi
[...] Raccontare tutto: moltiplicare Fabrizio in ogni parola; renderlo ogni suono che ascolto,l'abbraccio in cui inevitabilmente a un certo punto della notte vorrei precipitare.
Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini Lui, io, Noi
Per trent'anni, semplicemente, l'ingegner Bernardelli - insieme a tutti quelli che, come lui, erano passati indenni attraverso il "boom economico", la "strategia della tensione", gli "anni di piombo", il "fallimento del compromesso storico", il "terrorismo", il "craxismo", "tangentopoli e mani pulite", il "primo governo Berlusconi" e "il prossimo avvento dell'euro"; tutti quelli, insomma, che erano sopravvissuti alla loro stessa tendenza a catalogare il reale affidandosi esclusivamente ai titoli di prima pagina dei quotidiani - si era sottoposto, disimparando lui stesso sé stesso, a un allontanamento dal lavoro volontario; uno speciale automobbing che, molto probabilmente, era servito da modello affinché, di questa inconcludenza accettata per prestigio, nei decenni, se ne trovasse tanto la deformazione pianificata e postfordista quanto un termine adatto per definire la stessa deformazione. Così, la pietra di paragone dei Bernardelli si era adeguata agli anni e gli anni a lei. La carne si era fatta parola e le schiere silenziose sei consenzienti si erano a poco a poco sguarnite; tanto da rinforzare - per contrasto - le file di chi, per trent'anni, aveva reagito alla propria paventata nullezza con il gesto sdegnoso (e però spesso autodistruttivo) delle dimissioni; già prima di ascrivere a una parte - solo una parte - dei propri diritti violati la parola paradossalmente morbida di mobbing. Già prima, in sostanza, che si facessero scuole speciali per apprendere i fondamenti della tecnica, Ugo Bernardelli - e quelli come lui - si trovavano di fronte a una forma di potere che non prevedeva la necessità ragionata del suo (o del loro) licenziamento, ma, anzi, si trovava a condizionarne le esistenze ammantando di prestigio la loro condizione di obbedienti; cui, anzi, il licenziamento era vivamente sconsigliato, nonconsentito: proprio per la loro necessaria, strumentale inconcludenza in grado di ottenere soldi. O, meglio, di giustificarne gli ammanchi. [...] ...l'ingegnere ride sbuffando, ora; e Alfredo, tra tutti i gesti che può scegliere, nell'interminabile sovrabbondanza di gesti concessi agli uomini dal caso, si condanna al peggiore. Ride anche lui; e annuisce, mostrandosi meravigliato, ma divertito. [...] "...Invece Trintignant nel Sorpasso è uno che non prende posizione perché gli dispiace, contraddire Gassman; ha troppo bisogno di vita, per privarsi anche solo di quella che le cialtronate di Gassman gli raccontano" Leone si infervora, gesticola, ha lo stesso sguardo lontano e oscuramente splendente di quando racconta di sé stesso e del filosofo assassinato. "Quando accondiscende a tutto, Trintignant... Roberto, in realtà è semplicemente trascinato via dalla vita che gli scorre accanto... No, accanto non è la parola giusta; insieme... sì è così, la vita che gli scorre insieme, che lo costringe". [...] "Pensa Alfrè, pensa che Roberto, nel Sorpasso, diventa vittima lui, per non aver parlato, per essersi... come posso dirti?, adeguato, va bene? È lui che muore, è lui che da silenziente diventa silenziato". [Gli stati indecisi della materia] ___________________________ Incurante delle proteste più o meno silenziose degli spettatori, una teoria sparsa di trentenni e quarantenni in giacca o maglioncino girocollo, scollatura castigata da foulard e spille d'oro bianco, si alzava in piedi a sprazzi per puntare l'obiettivo sui visi dei figli. Come se la precisione mirata dell'inquadratura potesse incendiarne il tempo e concentrare i raggi dell'attenzione sui vestiti di scena, i tentennamenti impazienti dei minuscoli attori senza battute; e tutto in modo da permettere al dopo di mangiarsi il presente, avvicinando i poli lontani dei parenti alla recita: che si stava consumando nonostante loro e che però ne avvertiva l'assenza - sagome sorridenti in carne e pixel - nell'aria tiepida del teatro. Quello cui Eugenio assisteva dal suo riparo di quinta era la smania comune del ricordo: la nostalgia del passato ancora inavvenuto che si rende adesso già prima, prevede il futuro, riavvicina il tempo e lo spazio in un'unica ondata elettromagnetica bagnata dalla frenesia dell'orgoglio materino (o paterno: a seconda di chi, balzando in piedi come a un appello di leva muto, si assuma il compito della memoria). [...] Gli spettatori di Baird conoscevano già le immagini in movimento, il raggio polveroso del proiettore alle loro spalle... Avevano imparato già che il passato può essere imprigionato tra le immagini e poi proiettato una, due, mille, infinite volte... Quello che non conoscevano, invece, ciò che li bruciava da dentro e li costringeva a tremare di fronte a quel miracolo appena nato, era la distanza del presente. Il presente, catturato da lontano e poi condotto per mano fino a loro. Capisci, Tommaso? Loro erano abituati alla morte catturata dalle pellicole, erano pronti a sostenere l'infinità ripetuta della morte. Quello che li devastava, ora, era vedere da lontano la vita mentre succede, capisci? Rendersi conto per la prima volta che c'era un'altra vita, un'infinità di altre vite lontane che accadevano insieme a loro e di cui non avevano mai avuto una percezione definita. Fu questo a terrorizzarli, Tommaso. L'idea che una volta proiettato il presente da lontano, non ci si poteva più sottrarre alla responsabilità di prevederlo. [...] E loro lì, a sfiorare con le dita quel fantasma di luce ancora vivo. Si aspettavano la morte e la memoria; una nuova, perfezionata capacità di cristallizzare il tempo e rivederlo - e di impararlo - meglio ogni volta, e invece erano stati spaventati dallo spazio, dall'infinità di sorrisi nascosti che si ripetevano dovunque, in quel momento, nell'ora della loro vita dimezzata, lasciandoli per la prima volta inevitabilmente consapevoli e incapaci di accettarlo. Tutta un'eternità di uomini per imbrigliare la morte, e il passato, per poi capire che era il presente il vero demone introvabile rimasto a ridere sul bordo bucherellato del tempo. [Brechtdance] ___________________________ Ci sono cose che non possono essere accompagnate dal tentativo. Ci sono cose - come le parole - che necessitano di una perfezione momentanea: perché non diventino insensate, fuorvianti. La perfezione richiede impegno e rinuncia: e non la si raggiunge finché non è raggiunta. Così io sto zitto; ma so che tra poco, sicuramente, comincerò a elencare uno per uno tutti gli oggetti della casa: "Questo è un tavolo", dirò, "questo un bicchiere, una lampada, il giardino, mia sorella Gretl, mamma: questa è la tua collana, quella è la libreria". E in quel momento saranno loro, ad ammutolirsi, mentre io elenco punto per punto tutte le cose che fanno la nostra vita; mostro il mondo così come l'ho trovato a mia madre, a mio padre. [...] Pensa per la prima volta al pericolo dell'ironia nelle mani - e nelle orecchie - di chi non possa (o peggio non voglia) capirla. Pensa all'esattezza delle parole come a una rinuncia dolorosa a tutti i mondi meravigliosi e imprevisti - e però fraintendibili - che possono creare: al rischio che una condanna possa essere scambiata per una semplice referenzialità espositiva. Vede le parole come creature fragili che vanno difese dallo specchio della realtà: anzi, pensa: le parole devono essere in grado di difendersi da sole, altrimenti la perfezione che si cerca viene smerdata dalle spinte contrastanti di Potsch e di tutti i suoi allievi. Ora che le parole determinano la realtà a cui pensa in un modo che non credeva possibile, si rende conto che l'umorismo non è una disposizione dell'animo, ma una visione del mondo: e quello che Hitler e gli altri allievi di Potsch sanno e sono, semplicemente, non lo prevede: le parole che usano a senso unico valgono soltanto quello che per loro valgono - Mentre tocca la maniglia dorata della porta della biblioteca, immagina un'intera generazione di Hitler che legga il mondo con l'unico filtro delle loro convinzioni assolute e senzadubbi. [La solitudine dell'arcobaleno]
Giordano Meacci, Tutto quello che posso
Probabilmente la bellezza è persuasiva di suo. E, che io sappia, ha di bello che non è mai uguale a se stessa
Dori Ghezzi, Giordano Meacci, Francesca Serafini Lui Io Noi
In questo modo- proteggendo Dori perfino dalla sua fantasia, sottraendola a eventuali mistificazioni- spazzava via in una riga, negandone l'opportunità, il presupposto stesso di secoli di tradizione lirica amorosa: il canto della domanda amata; riuscendo al contempo a riaffermarlo in quella stessa riga, proprio evocando Dori nell'intento di salvaguardarla (basterebbe questo a indicare che cos'è il genio)
Giordano Meacci, Dori Ghezzi, Francesca Serafini Lui,Io,Noi