Langhe
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Langhe
Castelvecchio Calvisio. (AQ) Abruzzo. Italy
GIU. 22
Il 3 compio gli anni e il 4 avrò i risultati degli esami :c
Non per dire ma ultimate Ketama fa delle canzoni di merda
hey hey, ho imparato a fregarmene delle persone 🥰🥰
Settimana prossima compio gli anni e sento di esserene già deluso
I primi di maggio, un sabato mattina qualunque in cui dovevo andare obbligatoriamente a scuola a fare lezione, la Ford era dal meccanico per cambiare un fanale.
Per andare in classe e mantenere fede ai miei impegni da insegnante fino alla fine, dovetti chiedere a mia madre di accompagnarmi fino a scuola. Circa 15 minuti di viaggio. Durante quel brevissimo viaggio casa-lavoro, mia madre tentò nuovamente un approccio comunicativo con me, che ormai non avevo voglia di sentirla più nemmeno respirare. A pochi metri dalla meta mi lanciò una delle sue ennesime maledizioni, gonfia del fatto che nessuno poteva ascoltarla, e che come al solito l’unica testimone delle sue violenze era se stessa.
Mi disse che sarebbe arrivato il giorno in cui mi sarei alzata una mattina e mi sarei guardata allo specchio. E che dentro quello specchio, nell’immagine riflessa, ci avrei visto non me stessa, ma lei. Le sue stesse rughe, occhiaie, macchie del derma, il viso scavato, i capelli bianchi, le ciglia più rade, i segni di chi non ha mai avuto una vera e propria serenità personale. E secondo lei, quando quell’immagine sullo specchio avrebbe incontrato i miei occhi, mi sarei riconosciuta in lei, e sarebbe stato il giorno in cui sarei diventata chi dovevo essere, la me stessa adulta. La sua maledizione mi rimbalzò addosso, e le risposti solo che poteva dire quello che voleva, ma tanto io non avevo più nulla da dire ne a lei ne a mio padre.
Quel giorno, come tanti altri prima e dopo, passò velocemente e divenne solo un altra X sul calendario di Maggio. Faccio le X sui calendari da tempo immemore, come i carcerati. Non mi ricordo più nemmeno come o perché ho iniziato a farlo.
Oggi, a distanza di poco più di un mese da quel giorno, mi risuona in mente il suo monito, e penso che c’è solo una cosa che ha sbagliato nel dire: che nello specchio di un bagno che non è mio, a quasi 400km da casa mia, ho guardato il mio riflesso. E ci ho visto solo me stessa. Null’altro che la mia sciatta, insulsa faccia con cui convivo da 29 anni, incorniciata da sciatti capelli scuri e due occhi che fatico a incontrare.
Ma per il resto non si è sbagliata affatto.
In effetti c’è lei nell’immagine della superficie che mi riflette, e nello stesso tempo ci sono anche io. Conviviamo anche da lontane km e km.
Virginia è dentro Teresa, che è dentro Virginia.
Mi vedo come lei si deve essere vista tempo fa, quando disprezzava sua madre e pensava di non avere niente a che fare con lei, di non somigliarle affatto. E invece alla fine è diventata lei stessa sua madre.
Sola, incompresa, spenta, infelice, piena di rimpianti, di rassegnazione, di infiniti punti interrogativi sul “cosa sarebbe successo se”, e piena, traboccante, stracolma di fallimenti.
Anche lei con alle spalle niente, e con davanti niente. Con accanto una persona che è piuttosto un bambino da tenere per mano e guidare, con delle creature dietro che forse forse ha voluto, ma che forse forse era meglio non caricarsi sulle spalle per sempre, perché un bambino non lo lasci al canile se non lo vuoi più.
Incatenata alla vita che faceva perché quella che voleva fare non si è mai concretizzata, per mancanza di soldi, di possibilità, di coraggio, di intelligenza e di sostegno.
A chiedersi per quanto ancora avrebbe dovuto trascinare se stessa in avanti, ogni giorno, vuoto, senza senso, in cui tutto si ripete, senza niente di buono all’orizzonte, se non altre 24 ore completamente inutili e buttate.
A chiedersi perché, di tutte le persone sulla dannata superficie terrestre abitabile, si sia andata a pescare qualcuno più marcio di lei, più debole, più problematico, e non qualcuno che invece la poteva trascinare fuori, portare via, indirizzare, spronare, aiutare. Qualcuno che prima di tutto avesse dimostrato pro attività, voglia di fare, di riuscire, di migliorare se stesso, di autogestirsi, e di crescere mentalmente e personalmente.
E poi a domandarsi perché è finita anche lei in un altro buco del cazzo, quando prima aveva vissuto in posti più belli, più vivi, più pieni di possibilità, e non erano nemmeno poi così lontani o irraggiungibili. Che bastava avere quel minimo di coraggio in più e un po’ di zavorre fisiche e mentali in meno per fare quel salto.
Ed ho quindi descritto mia madre? Oppure ho descritto me stessa? Questa persona di cui parlo sono io o è lei?
È labile il confine, i contorni non li riconosco più, nello specchio l’immagine è sempre più confusa, annebbiata, e non capisco se sto cercando di scappare da qualcosa che in realtà non è evitabile. Se la maledizione familiare, genetica e sociale, in qualche modo possa essere invalicabile, ed io mi dovrò semplicemente arrendere.
In questa stanza dove ogni cosa parla di altro, dove di mio non c’è nulla se non qualche pacco di cibo per gatti e qualche ciotola, dove ogni oggetto racconta una storia di cui non faccio parte. Dove solo un cane e due gatti raccontano che ho avuto anche una vita passata.
In questo giardino dove non c’è un singolo sasso che io conosca. Una singola pianta che io abbia visto germogliare. Un singolo vaso di cui posso dire che mi occupi io. Un singolo metro quadro da cui io non sia estranea.
In questa terra di colline dorate, in cui non c’è un singolo bosco che io abbia visitato, cerchio di pietre dove io mi sia seduta, stradina sassosa che mi abbia aiutata a confondermi fra la sua bianca polvere, angolo silenzioso dove io mi sia nascosta alla vista del mondo per qualche ora.
Sono su un’automobile che sembra viaggiare da sola, che sembra andare alla deriva, e sono sola, se non considero le tre creature che contano su di me, ma che non mi possono aiutare in alcun modo o maniera.
E sento la voce di mia madre che riecheggia, che tanto alla fine è tutto sbagliato.
Che non sono Virginia, sono Teresa, e che questa maledizione dolorosa non avrà mai fine