Queste sono le parole che escono da Aziraphale poco dopo aver riso.
Le dice senza pensare.
Di getto.
Crowley esita nel rispondere, poi mugugna qualcosa come un si.
Esattamente 6 minuti dopo, una macchina famigliare fa stridere le ruote in strada.
Aziraphale ha il cuore che gli batte forte.
Quando lo vede, sorride piano.
Crowley non ricambia, ma non abbassa lo sguardo.
Restano in silenzio.
Poi si siedono.
Uno di fronte all'altro.
Nessuna distanza teatrale.
Solo lo spazio giusto per essere sinceri.
A(quietamente):"Sono contento che tu sia venuto."
C(mordace, ma la voce è roca):"Non sono qui per fingere che non sia successo niente."
A(sincero):"Neanche io. Voglio solo dirti tutto. Senza più difendermi."
Crowley annuisce.
Poi parla.
Con lentezza.
C:"Mi hai lasciato. Con la scusa di salvare qualcosa che non ci voleva vivi, né insieme. Hai fatto una scelta. E io... non ero compreso in quella scelta."
Una pausa.
Aziraphale lo guarda, scosso.
La voce gli trema ma è limpida.
A:"Hai ragione. Hai maledettamente ragione Crowley. Ma ti giuro che ti ho pensato ogni giorno. E ogni giorno ho capito quanto dolore ti ho causato. Quanto ti ho fatto soffrire, e non lo meritavi neanche un po'. Credevo di proteggerti. Invece ti ho solo ferito. E non so se posso rimediare. Ma voglio provarci. Non per tornare indietro. Ma per andare avanti, se tu lo vorrai."
Crowley lo guarda.
Gli occhi lucidi. Ma la voce è ferma.
C:"Io..."
Si alza e sospira.
Mette le mani sui fianchi.
Guarda il fuoco che crepita nel camino.
Il fuoco gli si riflette nelle lenti.
C:"Non so cosa voglio. Ma so che non voglio mentire più. A te. A me. Perché la verità è che mi sei mancato, tantissimo. Ma non è sufficiente il fatto che mi manchi. Voglio capire se possiamo ancora essere... qualcosa."
Aziraphale annuisce.
Fa un passo mentale verso di lui, ma non lo tocca.
A:"Allora iniziamo da questo. Da due verità che si incontrano. E da un tè, magari."
Un accenno di sorriso si forma su Crowley.
Minuscolo.
Reale.
C:"Ma stavolta lo faccio io, l'infuso. Così smetti di avvelenarti con lo zucchero."
Ridono piano.
Poco, ma ridono.
E restano lì, seduti.
Non come prima.
Non ancora.
Ma forse, meglio.
Poco dopo...
Crowley siede con la tazza tra le mani. Aziraphale versa altro tè, con un gesto lento, come se volesse prolungare il momento.
C(annusando la tazza):"Almeno non profuma di vaniglia sacra."
A:"Un compromesso: tè nero, miele, e un'idea di whisky. Una tua vecchia ricetta, se ben ricordo."
Crowley sorride appena.
Il silenzio cade. Si ode solo il crepitio del fuoco. Aziraphale lo guarda. Lo guarda davvero, forse per la prima volta da mesi.
Le linee stanche. Le mani che non tremano più. La distanza che li separa, solo un cuscino sul divano.
A(sottovoce):"Ti sei fatto carico di così tanto, e io...Non ti ho mai ringraziato."
C(guardando il fuoco):"Non serviva un grazie. Serviva che restassi."
Silenzio.
Il fuoco scoppietta. Una scintilla danza tra loro. Nessuno la spegne. Crowley posa la tazza. Lo guarda. Aziraphale lo guarda a sua volta.
Un momento sospeso. L'aria si fa più calda. Non per il camino. Per qualcos'altro.
Aziraphale prova a creare un primo contatto, allunga la mano. Le dita sfiorano quelle di Crowley. Crowley non si ritrae. Si guardano. Le barriere cedono.
Solo per un attimo.
Il bacio nasce piano. Come se fosse la cosa più naturale al mondo. Labbra che si cercano, incerte. Poi si trovano. E tutto si fa più urgente. Il tempo si stringe.
La ferita brucia e desidera insieme. Mani che si stringono. Respiro che si confonde. E poi...
Crowley si stacca, piano, ma deciso, allontana Aziraphale mettendogli le mani sulle spalle.
C:"No. No..."
Crowley scuote la testa, ha gli occhi lucidi.
C:"Non così. Non ancora."
A(confuso, ferito):"Scusami. Io credevo che..."
Crowley lo guarda, ma non è uno sguardo di rimprovero, è...dolce.
C:"Anch'io lo volevo. Ma non possiamo saltare al lieto fine solo perché ci siamo baciati davanti a un camino romantico."
Crowley sospira.
C:"Ho ancora una ferita qui."
Crowley si tocca il petto con la mano e fa la stessa cosa sul petto di Aziraphale.
C:"E tu anche. Siamo ancora feriti. Finché non lo riempiamo da soli... rischiamo di farci del male di nuovo."
Aziraphale abbassa lo sguardo. Poi annuisce. Silenzio.
A(flebile):"Allora restiamo qui. Davanti al fuoco. E nient'altro."
Crowley prende fiato.
Poi annuisce anche lui.
Si risiede.
Riprende la tazza.
Le mani sfiorano di nuovo, questa volta senza baci, solo contatto.
E il fuoco continua a bruciare.
Calmo.
In attesa.
Più tardi, il momento di andare a casa è imminente. Aziraphale si strofina le mani contro i pantaloni e Crowley ha le mani in tasca. Apre la porta ma prima di andare via del tutto si ferma sui gradini.
C:"Aspetta."
Sembra un momento sospeso. Crowley si morde il labbro, come se stesse per dire qualcosa che non può più rimangiarsi una volta detto. Aziraphale lo fissa sulla soglia, tiene ancora la mano sul pomello della porta.
C:"Domani, vieni a cena da me? Solo noi. Niente angeli. Niente demoni. Solo... noi. Senza aspettative."
Aziraphale lo guarda.
Lo guarda per davvero.
Poi, piano, annuisce.
A:"Mi piacerebbe."
C:"Perfetto."
Aziraphale lo guarda andare via, non né è sicuro ma crede che anche Crowley lo stia guardando, per un attimo, da dietro le lenti scure.
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Episodio 4 - Una Cena, Una Foto e Un Ballo
Il giorno, o meglio, la sera della cena arrivò pi
Crowley apre la cassaforte inserendo la combinazione.
C:"C’è solo una cosa qui dentro. Anzi più di una. Le uniche cose che, a quanto pare, non riesco a distruggere. Né a buttare. Forse perché, in fondo, non voglio davvero farlo."
Crowley tira fuori una piccola busta consumata dal tempo.
La apre piano.
Ne estrae una fotografia in bianco e nero, leggermente storta nei bordi. La porge ad Aziraphale, che la prende con mani tremanti.
Nella foto: Londra, 1941. Aziraphale in abiti da mago, con un cappello a cilindro, sorride incerto.
Accanto a lui, Crowley tiene un fucile scenico, in posa teatrale. I due sembrano più giovani, come se il tempo li avesse appena sfiorati. Le loro spalle si toccano. E c’è una gioia spontanea, genuina, tra loro.
C:"È l’unica foto che ci ritrae insieme...Non l’ho mai mostrata a nessuno. Mai. È sempre stata...mia. Nascosta."
A:"Dovremmo ringraziare il demone Furfur per questa foto."
Aziraphale guarda la foto a lungo. Cerca di dire qualcosa. Ma le parole si spezzano prima di uscire.
Stringe la foto. Una lacrima silenziosa scende. Crowley lo guarda. Gli occhi, per un istante, si addolciscono. Fa un passo avanti. Poi un altro. Si inginocchia davanti a lui e, con dolcezza, gli asciuga la lacrima con la punta delle dita.
Un gesto delicatissimo.
Poi, senza dire nulla, lo abbraccia. Lo avvolge. Una mano dietro la testa, tra i riccioli biondi di Aziraphale. L’altra, ferma, sulla schiena. Aziraphale si lascia andare, silenziosamente. Appoggia la fronte sulla spalla di Crowley.
Un respiro lungo, rotto. Poi un singhiozzo.
Crowley gli bacia la fronte, con lentezza. Chiude gli occhi.
C(tra i denti, ma con affetto immenso):"Ce la faremo, angelo. La supereremo. Insieme."
Restano così.
Stretti.
Niente altro serve.
L’abbraccio si scioglie piano, senza fretta. Aziraphale tiene ancora la foto tra le dita, come fosse sacra. Gli occhi sono lucidi, ma calmi.
Crowley si alza in piedi. Lo guarda per un lungo istante.
C(dolce, un po’ ironico):"Ti va di ballare?"
Aziraphale solleva lo sguardo, sorpreso. La fronte ancora umida del bacio. Le mani strette sulla foto.
A:"Ma tu odi ballare."
C:"L'offerta ha un tempo limitato, Aziraphale. Tic tac. Tic tac."
A:"Adesso? Ma non c’è musica…"
Crowley allunga una mano verso di lui. Un mezzo sorriso.
C:'C’è sempre stata. Solo… solo che la sentiamo solo noi due."
Aziraphale resta immobile un momento.
Poi posa con cura la fotografia sul tavolino. Prende la mano che gli viene offerta. Si alza.
Nessuna luce cambia.
Nessun miracolo visibile.
Ma qualcosa nell’aria si fa più denso, vibrante.
Le loro mani si intrecciano. L’altra va sulla spalla. Sul fianco. E si comincia a ballare piano, in silenzio. Non c’è musica per il mondo. Ma loro la sentono: un valzer antico, dimenticato. Una melodia composta nei secoli, fatta di passi condivisi, fughe, ritorni, risate sotto la pioggia e silenzi infiniti tra gli scaffali polverosi.
Si muovono lenti, come se stessero danzando tra i ricordi.
A:"Questa… è quella che suonava nel pub a Edimburgo. Quella notte in cui ci siamo messi a ridere e non riuscivamo a smettere."
C:"Già. E poi hai rovesciato il whisky sul mio serpente da taschino. Da allora è sempre stata la nostra musica."
I loro occhi si cercano.
I passi si fanno più stretti. Non c’è nessuna intenzione nascosta.
Solo vicinanza.
Solo la danza.
Quando la musica immaginaria finisce, restano fermi un momento. Fronte contro fronte. Gli occhi chiusi.
C:"Non dobbiamo avere tutte le risposte stanotte."
Aziraphale annuisce.
A:"No. Ma possiamo avere questo."
E si stringono di nuovo.
Non per consolarsi.
Ma per riconoscersi.
Aziraphale dopo un po' spezza il silenzio.
A:"Si è fatto tardi, Crowley."
Crowley lo guarda. Aziraphale non sa decifrare lo sguardo del demone. Forse ha detto la cosa sbagliata.
C:"Ti...andrebbe di restare qui?"
Aziraphale arrossisce.
A:"Dormire qui? A casa tua? Con te? Insomma...nel tuo letto?"
C:"Non...con me. Cioè nel mio letto. Posso sistemarti il divano, se ti va."
A:"Credo che...possa andare."
Più tardi, quella notte...
Aziraphale non riesce a dormire.
Non è per il divano.
Il divano è molto comodo e morbido.
Si siede sul bordo del divano.
Sta pensando. Sta riflettendo.
Si alza e cammina verso la camera di Crowley.
La porta è chiusa.
Aziraphale alza la mano per bussare ma la abbassa subito.
Quando l'angelo apre la porta la stanza è immersa nel buio, rischiarata solo dal chiarore fioco di una lampada accesa a metà.
Il letto è grande, ha due piazze come un king size.
Crowley è disteso di lato, il suo corpo coperto solo da un lenzuolo di seta nera, le spalle rivolte verso l'angelo. Aziraphale entra e si siede sul bordo del materasso, vestito del solo silenzio.
Tiene le mani incrociate, gli occhi fissi sul pavimento.
Crowley sembra dormire profondamente. Occhi chiusi, respiro regolare. Ma le sue dita sono leggermente tese, appena visibili nel buio. Sta ascoltando. Ogni parola.
Aziraphale parla a voce bassa, come se parlasse al buio più che a qualcuno.
A:"Mi dispiace. Davvero, profondamente. Non so nemmeno da dove cominciare. Tu… Tu sei l’unico che mi abbia mai fatto sentire… me stesso. Davvero. Con te posso dire le cose più assurde, ridere per sciocchezze, confessarti che ho sognato qualcosa di… peccaminoso, e non sentirmi giudicato..."
Un altro respiro. Crowley, fermo come una statua. Ma la sua gola deglutisce impercettibilmente.
A:"Quello che ho fatto, quella scelta…non è stata per cattiveria. È stata per paura. Paura che ci portassero via tutto. Che ci dividessero. Che ti facessero del male. Che ti perdessi..."
Si asciuga una lacrima prima che cada. Tira su con il naso. Guarda verso Crowley, che non si muove.
A:"Quello che ho fatto è stato imperdonabile. So che ho rovinato tutto. Che ti ho ferito. E che forse…forse ci vorrà molto tempo prima che tu riesca di nuovo a fidarti. Ma io voglio fare quel cammino. Voglio che tu possa contare su di me. Come io… Come io conto su di te. Da sempre."
Una pausa lunga.
Poi un sospiro lungo nel buio della stanza.
A:"Tu sei la mia casa, Crowley. Anche quando tutto brucia."
Tira ancora su col naso, piano. Esce dalla stanza, chiudendo la porta. Torna sul divano, si stende provando a dormire.
Intanto nella camera di Crowley regna il silenzio. Poi, quasi impercettibile, Crowley apre gli occhi. Li tiene fissi sul buio, a lungo. Non dice nulla. Ma un’emozione lo attraversa. Lenta. Calda. Dolorosa. Reale.
Il mattino dopo...
Le prime luci dell'alba filtrano timide attraverso le tende tirate a metà.
Nella cucina regna un silenzio quasi sacro.
Crowley è già sveglio.
Sta in piedi davanti alla macchinetta del caffè, in vestaglia nera, i capelli spettinati.
Gli occhiali sono posati sul bancone. I suoi occhi, privi di difesa, guardano lontano, nel vapore che si alza dalla tazza in preparazione. Aziraphale entra piano, in punta di piedi, quasi chiedesse permesso.
Indossa ancora gli abiti della sera prima, un po’ stropicciati. Ha lo sguardo abbassato, timido. Ma gli angoli della bocca sembrano sfiorati da un sorriso.
A:"Buongiorno…"
Crowley non si volta subito. Gli porge semplicemente una tazza di caffè fumante, senza guardarlo. I loro polpastrelli si toccano un istante mentre Aziraphale prende la tazza.
C:"C'è zucchero. E un goccio di latte. Proprio come piace a te."
Silenzio. Poi Aziraphale si siede. Prende un sorso. Il calore della tazza sembra sciogliere qualcosa nel petto.
A:"Grazie… davvero."
Crowley si appoggia al bancone. Ancora non lo guarda del tutto, ma è lì. Presente e reale. E il suo tono è meno ruvido ma più stanco, più vero.
C:"Ti ho sentito, stanotte. Ho sentito ogni singola parola."
Aziraphale alza lo sguardo di scatto. Le guance si arrossano lievemente. Abbassa la tazza.
A:"Oh,io… non volevo svegliarti...credevo stessi dormendo e..."
Crowley lo interrompe.
C:"Non dire niente. Non ancora."
Una pausa.
Poi Crowley lo guarda, stavolta davvero. E nei suoi occhi c’è qualcosa che non si vedeva da tempo: tenerezza cauta, dolore che cerca tregua.
C:"Solo…continua a esserci. Non sparire di nuovo. Non scappare."
Aziraphale annuisce. Silenzioso. Poi sorseggia di nuovo il caffè.
Si siedono lì, insieme, nella calma del mattino.
Nessuna parola.
Nessun miracolo.
Solo due esseri millenari che provano, davvero, a ricominciare.
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Episodio 5 - Gesti Che Valgono e Luoghi Decadenti
Quella stessa mattina...
Il cielo fuori