
seen from United States
seen from China
seen from United States

seen from United States
seen from United States

seen from South Africa

seen from South Africa
seen from United States
seen from Türkiye
seen from United States
seen from United States
seen from China

seen from United States

seen from United States
seen from United States

seen from United States
seen from Yemen

seen from South Africa
seen from United States

seen from Malaysia
È un volantino. Per una vendita all’incanto di attrezzi agricoli usati e sacchi di concime! Avrà luogo al consorzio di San Maurizio – Dio sa dov’è quel buco – martedì prossimo. Cento copie. Che verranno affisse sulla porta del cesso esterno di qualche fattoria o buttate nel fosso più vicino. E lei si preoccupa per un accento!
George Steiner, Il correttore
Stupisce la franchezza nella rappresentazione della miseria interiore, della decadenza e della depressione dell'intellettuale, voce narrante. Era un romanziere nient'affatto ricco e famoso ma apprezzato dalla critica. Talentuoso, senza genio. Uno che sin da bambino non aveva pensato ad altro che a quello, scrivere. Non era stato un bambino felice. Era stato un bambino massacrato dalla noia. Crescendo, aveva imparato una cosa: da lettore, da correttore, da scrittore, poco mutava – i libri sapevano vincere quel senso di noia, di noia infinita verso le cose della vita. Nessun libro poteva davvero cambiare il mondo, perchè il mondo non cambia, perchè come esseri umani finiamo per commettere sempre le stesse prepotenze e gli stessi errori: al limite è proprio per la consapevolezza di questo che possiamo continuare a scrivere libri. La letteratura, fondamentalmente, serve, scrive Menéndez Salmón, per «abitare questa menzogna» che è la vita: «per riconciliarci con quell'ombra e quella farsa, per conciliare tutto quel che sappiamo con tutto quello che possiamo sopportare di sapere». Per questo. Sua moglie, Zoe, è una compagna di vita scelta per l'eternità. E questo, incredibilmente, senza nessun pensiero religioso o spirituale o ideologico: così, semplicemente, naturalmente. Con la stessa semplicità, il narratore ci racconta che per qualche anno i due si sono allontanati, si sono perduti, lui ha fatto un figlio con un'altra, lei forse non lo sa. Epperò le pagine più meravigliose di questo libro stanno proprio nella descrizione del sublime legame di appartenenza e di coincidenza tra Zoe e il narratore. Come se loro due fossero ciò che può restare del mondo, quando il mondo sta per finire: quando il mondo è già finito. Quando, nelle ultime battute del libro, lui la abbraccia, a un tratto decide di rinunciare alle parole, dopo una vita intera consacrata alle parole. È cosciente che quel gesto può redimerlo da tutta la poesia del mondo, da tutte le grandi, belle, inutili parole che ci circondano. E che ci hanno confuso. E ci hanno disorientato. Inequivocabilmente. Forse è l'unica vera morale della favola di un libro scritto con grande fatica, nel corso di tre anni: scritto cercando di spiegare, sinteticamente e onestamente, che cosa significhi vivere e che senso abbia lavorare, amare, fare letteratura. Menéndez Salmón è uno che come tanti, tra noi, ha i coglioni veramente pieni dei politici occidentali, del loro camaleontismo, della loro retorica, del loro potere, di certe parole che hanno sporcato e distrutto, spogliandole di verità. E allora ha sentito di disarcionare la centralità della menzogna della propaganda politica scrivendo letteratura: ha provato a combattere l'epoca della paura ricordando a chi legge di quanto sangue sia composta la storia dell'uomo, società per società, e di quante sofferenze, quanti arbitrii, quanto fanatismo.
Gianfranco Franchi - Il correttore