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Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante
Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover) è un film del 1989 diretto da Peter Greenaway. Lo chef del ristorante dove si svolge la quasi totalità del film, rispondendo alla domanda: Quando prepari un menù, come lo fai il prezzo delle portate? Io chiedo di più per tutto…
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Il ladro di Megan Whalen Turner- review party
Salve e benvenut* alla mia tappa del review party dedicata a “Il ladro” di Megan Whalen Turner. Un grazie a Francesca e alla Fanucci per la copia in anteprima che non ha influenzato il mio giudizio in alcun modo. Megan Whalen Turneredito da Fanucci, 2022 Eugenides, il Ladro della Regina, può rubare qualsiasi cosa, o almeno così dice. Ma la troppa sicurezza, si sa, fa brutti scherzi: colto in…
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Recensione "Il Ladro" Il ladro della Regina Vol. 1 di Megan Whalen Turner
Recensione “Il Ladro” Il ladro della Regina Vol. 1 di Megan Whalen Turner
https://www.instagram.com/p/CbFPJHVsIBb/ Eugenides, il Ladro della Regina, può rubare qualsiasi cosa, o almeno così dice. Ma la troppa sicurezza, si sa, fa brutti scherzi: colto in flagrante, viene arrestato. Per riconquistare la sua libertà, Gen riceve un’insolita proposta dal magus del re di Sounis; deve unirsi a una spedizione per recuperare il leggendario Dono di Hamiathes, una pietra che si…
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UN GIALLO RISOLTO: IL LADRO, DI J.-H. ROSNY AÎNÉ
UN GIALLO RISOLTO: IL LADRO, DI J.-H. ROSNY AÎNÉ
In un articolo pubblicato qualche tempo fa su Giornale POP, in cui parlavo dell’autore e filosofo francese J.-H. Rosny aîné e del suo ciclo fantastico ambientato su Marte, dal titolo “Le storie marziane di J.-H. Rosny aîné“, recentemente pubblicato per la prima volta in lingua italiana da Il Palindromo editore, dicevo anche che Rosny aîné, prima che autore fantastico (ma anche dopo), era stato…
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Deep youtubing
Il ladro
Quella notte ho fatto un sogno: mi trovavo dentro casa, mi affannavo alla ricerca di un oggetto, mi perdevo nella smania. Cominciavo la ricerca da un cassetto, perquisivo uno stipetto, sollevavo un foglio, un libro, un piatto. Cercavo in alto, sull’armadio, a tatto. Non mi arrendevo al fatto che il mio ordine perfetto fosse incrinato da un microscopico dettaglio, quindi scollavo profili e stipiti, spostavo i mobili, rivoltavo zaini e tracciavo dei tragitti che all’origine hanno i buchi nelle tasche dei vestiti. Investigavo i posti più improbabili, come le travi del tetto, i davanzali, i flaconi di prodotti vuoti o pieni, le pagine dei libri: qualsiasi luogo dove quell oggetto sarebbe potuto essere stato messo. Avevo quell’atteggiamento maniacale di chi non vuole più pensarci, ma sotto sotto continua a cercare qualcosa in modo indefesso, e poi vîola la consecutio temporum. Mi sveglio. Resto riverso diversi minuti nel letto con un occhio aperto ed anche l’altro. Una contrazione dello stomaco, un lieve peso sullo sterno. Quando faccio un sogno lo conservo, lo ripercorro appena sveglio, poi me lo segno sul quaderno: così ricordo. Quindi mi accorgo che tra le tasche, i mobili, gli stipiti, l’unico dettaglio del sogno in grado di confondermi, di inquietarmi, di contrarmi gli organi, è il non sapere cosa io stessi cercando. Mi alzo. Penso a cose pratiche, ai discorsi di persone antipatiche che mi direbbero che è solo un sogno, ignorando che è la mia testa ad averlo prodotto, e che ricordarselo e capirlo aiuta a rafforzare il rapporto con l’inconscio. Rimango immerso nelle immagini: i miei gesti automatici mi consentono la colazione. Apro le ante: ingredienti e tazze, pane a fette, marmellate, uova rotte. Esco di casa, chiudo le porte. Ho delle liste di cose da fare annotate in maniera maniacale sopra lastre di carta quadrettate. Devo entrare in un negozio per comprare materiale elettrico, quindi mi dirigo, arrivo, accedo all’esercizio. Spingo la porta: mi accorgo che il sogno di ricerca non ha ancora abbandonato la mia testa. Ho un’espressione assorta, sono visibilmente turbato. Il commesso mi guarda, io cerco fra gli scaffali un articolo che mi sono commissionato. Il mio atteggiamento pensieroso, distaccato mi classifica agli occhi del negoziante come qualcuno che potrebbe aver rubato. Mi guardo attorno, mi sento osservato. Forse mi sbaglio, forse me lo sto immaginando. È un disastro. Faccio il disinvolto. Cerco di stare attento a quanto sto fermo, a quando faccio un movimento, tanto che, all’esterno, negoziante e commesso hanno la certezza che io mi sia messo in tasca qualcosa: forse un tassello, un attrezzo, mezzo metro di cavo elettrico, un tubo di silicone che renda il mio pensiero ermetico? Siamo al punto che ogni mio gesto alimenta il sentimento del sospetto ed ogni sguardo alimenta una certezza: lo spettro della completezza. Arrivo al punto di bramare la sapienza su cosa un’altra persona pensi. Se scappassi adesso dal negozio sarei un ladro in ogni caso, che io abbia ragione, o che mi sia sbagliato. Ci vuole un piano: qualcosa di contorto, articolato, che mi liberi dalle supposizioni, che distrugga i dubbi di commessi e negoziatori. Mi presento alla cassa e pago, iniziando il mio discorso: “Voi credete che io sia un ladro? Perquisitemi! Cancellate il mio reato!”. Questi mi squadrano; riluttanti, eseguono: mi spulciano, non trovano, si scusano. Allora avevo indovinato! Mi piace indovinare. Mi piace che gli altri non indovinino. Saluto pacifico i due uomini che mi salutano. Mentre esco, mentre non mi vedono, punisco la loro sfiducia rubando un articolo: un condensatore molto piccolo. Torno a casa e penso subito a dove nasconderlo: dietro un mobile? nel cassetto del tavolo? dentro uno zaino? nell’armadio? No, ci vuole un posto più subdolo, tipo sotto l’intonaco, in modo che quando passo nei pressi di quella parte di parete io sappia perfettamente perché faccio certi sogni e perché la gente nei miei confronti tiene certi comportamenti.
Dopo il banchetto
“Il ladro,” intuì subito Kazu. La sporcizia della gomma non la colpì come il pensiero delle ore solitarie di attesa che l’uomo aveva trascorso lì. Vedeva i denti giovani, insoddisfatti, robusti, che avevano masticato la gomma. l ladro aveva ruminato sul tempo, sulla società che lo rifiutava e sull’ansia che pendeva su di lui. E aveva aspettato nel dolce chiaro di luna che filtrava attraverso le foglie del leccio. Queste immagini fantasiose trasformarono il ladro che era scappato senza rubare nulla in un amico, segreto e sconosciuto. Il giovane nascosto nella notte di luna, malgrado la sua ignominia, era una creatura le cui ali erano germogliate a metà. “Perché non mi ha svegliato? Se aveva bisogno di soldi gli avrei dato tutto quel che voleva. Se soltanto mi avesse detto una parola!” Quasi le pareva che il giovane ladro appartenesse alla cerchia dei suoi amici più intimi. Erano vere romanticherie, questi pensieri della signora Yuken Noguchi.
Dopo il banchetto, Yukio Mishima