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C’è gente che ha fatto fortuna narrando storie di delitti e di stragi, piú o meno di stato, che di continuo vengono raccontate e ricostruite e narrate fin nei piú piccoli dettagli, senza per questo arrivare mai a mettere la parola fine. Cosí, pensavo, non si fa che ricostruire e ri-raccontare la storia di un fallimento, sempre lo stesso, che è il fallimento collettivo di una nazione che è crollata su se stessa e non ha saputo fare altro che aggiungere rovina a rovina, che non ha saputo nemmeno consolidare quelle rovine che, nella maggior parte dei casi, addirittura non riesce a percepire come tali, che dalla storia, e dalle storie, non ha mai saputo né voluto trarre insegnamento, né ha mai voluto soffermarsi su quella costante, quella sí una cosa da ricordare, che hanno in comune tutte queste storie e queste narrazioni, ovvero l’assenza della parola fine. In una parola, pensavo, l’assenza del colpevole. Anche coloro che sono stati dichiarati colpevoli, dopo un po’ non sono piú colpevoli; anche quando si mette la parola fine, la si mette in modo che essa parola possa essere tolta al momento opportuno, cosí che anche quelli che si credevano colpevoli, non siano piú cosí colpevoli. Addirittura Mussolini, pensavo, quel ridicolo dittatore, quel nano pelato con gli stivali al ginocchio e i pantaloni ascellari, che strillava i suoi motti e i suoi slogan dai balconi di tutta Italia, perfino il cadavere di quel pazzo megalomane che ha portato la sua stessa patria al disastro, mandando il suo popolo, che allora era ancora un popolo, a morire nei posti piú assurdi, persino quel cadavere, viene di continuo portato alla luce e riesumato. In effetti, pensavo seduto al tavolo di cucina, per molto tempo, anche dopo la scuola, sono andato avanti a chiedermi se l’Italia avesse perso la guerra, intendo la seconda guerra mondiale, o se l’avesse vinta. La cosa non mi è chiara neppure adesso. Forse dovrei dire soprattutto adesso. Ma non c’è da preoccuparsi: nel dubbio, gli americani sono rimasti a vigilare, dunque, libertà e democrazia sono, e sono state, da piú di sessant’anni, sempre garantite. Mio dio, sono cosí tante le cose che non capisco. Tutto mi sembra sottosopra: quelli che hanno combattuto contro gli anglo-americani, e i loro discendenti, sono ora, almeno in apparenza, i loro piú convinti alleati; quelli che hanno promulgato le famigerate e vergognose leggi razziali, e i loro discendenti, sono ora, almeno all’apparenza, i piú convinti e acritici sostenitori di Israele, mentre nelle manifestazioni di piazza a favore dei palestinesi sfilano insieme, rigorosamente separati, ma insieme, i cosiddetti giovani dei centri sociali e gli altrettanto cosiddetti naziskin. Ed è ancora e sempre il passato a dominare, anche quello piú recente, che è comunque un passato risalente al secolo scorso. In Italia, pensavo versandomi un’altra tazza di caffè, i morti giacciono, ma mai in pace, e, a seconda del vento che tira, vengono riesumati ed esposti di continuo. Negli ultimi anni c’è stato addirittura un festival della riesumazione, schiere di cadaveri che si credevano sepolti per sempre, sono stati dissepolti e ricomposti, e anche là dove si credeva fosse stata messa la parola fine, si è scoperto che non era affatto finita, che c’era ancora da indagare, da scavare, da interpretare; che i morti sono tutti uguali, si è detto, e dunque vanno onorati tutti nello stesso modo, ed è cosí: i morti sono tutti uguali, ma il giudizio dovrebbe riguardare solo quanto hanno fatto, o non hanno fatto, da vivi. I morti sarebbe meglio lasciarli dormire, e invece essi vengono riesumati e ricomposti di continuo, e usati di continuo per gli scopi piú bassi e meschini, col risultato che si continua a raccontare sempre e soltanto la storia di un fallimento dopo l’altro, a cui manca sempre la parola fine, cioè manca sempre un responsabile.
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