Eugenio Montale, (1971), Satura, 1962-1970, «Lo Specchio. I poeti del nostro tempo», Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1976

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Eugenio Montale, (1971), Satura, 1962-1970, «Lo Specchio. I poeti del nostro tempo», Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1976
Lo specchio / Зе́ркало (1975) Andrej Tarkovskij
- il suo DVD non è disponibile al prestito perché in quarantena.
Vorresti chiedere come sta il tuo film. È grave? Si riprenderà? Esci. Vaghi . Ti siedi su una panchina. Pensi.
Avevi bisogno di quel film. Devi incontrare un parente che non vuoi vedere. Hai del risentimento e te ne vergogni. Sei cattivo. Non è vero. Non è per questo. Scava. Cerca. Tuo padre ha aiutato molto quel parente. Tuo padre malato. Mai una visita. Solo al funerale. Lui un cantuccio dietro la colonna della chiesa. Come un ladro. Sei cattivo.
Scava ancora.
Due giorni fa hai saputo che le gazze sono carnivore. Ne hai vista una che infilava il becco nella carogna di un altro uccello. Nonostante tutto l'hai trovata elegante. Perché sei cattivo .
Scava di più.
L'uccello ti ha ricordato dei versi. Tonino Guerra.
Allora è una gabbia?
Che chiude tutti quelli che passano
anche un uccello come te sporco di neve.
Ma la roba che ci siamo detti
è così leggera che non resta chiusa .
Documentario . Tonino legge la poesia a Tarkovskij , regista russo, nella sua casa. Stanza. Penombra. Il russo è distratto , quasi infastidito. Non se n'è accorto nessuno. Ma tu sì. Tonino sta leggendo nel futuro. Malato terminale nella sua stanza di ospedale , ogni giorno un uccellino andrà a trovare il regista russo per qualche briciola di pane. Come te ne sei accorto? La morte . Ne sai qualcosa. Come tutti. Forse quel poco di più che fa la differenza. Sempre guardata negli occhi. Che poi è la morte che guarda te. E ti fa sapere come trovarla in giro. Tra le cose, nell'ombra di un muro scrostato , il riflesso di un orecchino d' oro, il suo guanto preferito. Quello con il bottoncino blu. La morte ama i cattivi. Stronzate.
Quando siete andati a vedere il film insieme vi siete fatti una promessa. Hai detto sì senza pensarci. Ricordavi poco della storia. Ad un certo punto ti sei addormentato. Ci sono voluti molti anni per sapere che i film più belli sono quelli che ti fanno questo effetto. Dormire. Forse sognare.
Lo specchio di Tarkovskij. Sareste andati a vederlo insieme una volta l'anno. In un cineforum o altro. Qualsiasi città italiana. Qualsiasi cosa steste facendo. Anche lontani. Anche se questo poteva significare mentire ai vostri amanti. Un paio di volte lo avete fatto. Voi amanti mai. Ci avete provato. Lei nuda, tu nudo, uno di fronte all'altra. Lo hai messo dentro. Dopo un po' ti è venuto da ridere. Non riuscivi a smettere. Morta lì. Senza volerlo le hai fatto il tuo miglior regalo. Uniti per sempre. La tua cattiveria si è fatta arte.
Volevi vedere il film per avere vicino lei. Nel film ancora una poesia. Che finiva così
"Quando il destino seguiva i nostri passi,
come un pazzo col rasoio in mano".
Volevi dirle una cosa che ti sei dimenticato. Quei due bambini , fratelli , e la nonna. La macchina da presa tra gli alberi li segue per un po' su un campo di erba. Quella luce.
Ecco sì, volevi dirle questo. Che alla fine il pazzo col rasoio in mano vi aveva raggiunto. Il pazzo eri tu.
Kerelle
Lo specchio / Tratto da “L’insostenibile leggerezza dell’essere”
I SUONI GIUNTI Il lupo è ancora sotto la coperta e occorrono mille domande per capirlo anche se la voglia è di credere subito a tutto pronunciando un grazie silenzioso e intenso l’unità della sabbia, la mano destra che tocca la sinistra luminosa delle statue egiziane una calma che resta, rifiorisce nel rito, questo giugno di una preghiera esaudita la maestra, le scale e nel grembo c’è il colore dei capelli e poi il minuto d’oro, il verde scuro del limone.
Milo De Angelis, Tutte le poesie 1969-2015, Mondadori, Lo Specchio, p. 9
‘’E per usanza aveva preso di sedersi sempre a questo testo vicina e quello con tutto il suo disidero vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso: e poi che molto vagheggiato l'avea, sopr'esso andatesene cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il basilico bagnava, piagnea.’‘
“E’ impossibile esprimere la sensazione finale che questo ritratto produce su di noi. E’ persino impossibile dire con sicurezza se questa donna ci piace o non ci piace, se è simpatica o sgradevole. Ella ci attira e ci ripugna. In lei c’è qualcosa di inesprimibilmente bello e, nello stesso tempo, di ripugnante, di diabolico. Ma di diabolico tutt’altro che nel senso attraente del romanticismo. Semplicemente qualcosa che è al di là del bene e del male. Si tratta di un fascino col segno negativo: in lei c’è quasi un che di degenere e … di stupendo” (Scolpire il tempo, trad. it. II ed. Milano 1995, p.100)
“Seppellirmi là dove morirtò, nel cimitero più povero, se sarò in una città, e in una cassa da poco prezzo come seppelliscono i mendicanti. Non mettere fiori o corone, non fare discorsi. Se possibile senza prete e senza ufficio funebre. Ma se questo fa dispiacere a coloro chi mi devono seppellire, che mi seppelliscano al modo solito, con la messa funebre, ma con la massima semplicità e a poco prezzo” (Dai Diari di Tolstoj)
“25 agosto (9-10 del mattino). Seduto sul bordo dello stagno, tutto è quiete, l'ampia superficie liscia distesa innanzi a me - l'azzurro del cielo e le nuvole bianche che vi si rifrangono - e a tratti, riflessa, la fuggitiva sagoma di un uccello. Ieri sera sono rimasto quaggiù con un amico fin dopo la mezzanotte: ogni singola cosa un miracolo di splendore - la gloria delle stelle e il disco perfetto della luna - nuvole passeggere, argentee, o d'una luminosità giallastra- di quando in quando masse di vaporosa nuvolaglia luminescente - e in silenzio al mio fianco il mio caro amico. Le ombre degli alberi, le chiazze di luna sull'erba - la dolce brezza e l'odore appena avvertibile del granturco qui vicino che va maturando - la notte indolente e spirituale, indicibilmente ricca, tenera, suggestiva - qualcosa che ti filtra attraverso l'anima, e per lungo tempo poi continua a nutrire, alimentare, confortare la memoria.” W. Whitman
Nel cristallo pulsavano i fiumi, fumigavano i monti, rilucevano i mari, mentre assopita sul trono tenevi in mano la sfera di cristallo, e – Dio mio! – tu eri mia.
I suoi addii echeggiano nella lontana memoria simili a colpi d’automatica. Da molti anni agonizzo senza smettere di morire, al pari degli immortali, ma questa è una menzogna essendo un morto vivente come nelle più scadenti pellicole di genere horror. Anche la qualità del mio dolore si è fatta scadente.
Valentino Zeichen, “Abbandono” da “D’amore e d’altro”, in “Metafisica tascabile”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997.
Autoritratto di gennaio 2017. © Nicholas Bertini