"Tutti i testimoni della dimora del Leopardi fra noi sono ormai scesi nel sepolcro. Sopravviveva soltanto una buona vecchietta, Teresa Lucignani, ricoverata nell'Ospizio di mendicità, ed ivi morta ai 21 novembre 1897. Morì di novant'anni: ne aveva dunque venti quando, cognata di un Soderini, affittuario del quartiere, conobbe il poeta.
Raccontava volentieri i particolari, che serbava tenaci nella memoria: che cosa il Leopardi mangiava, come vestiva: — sciatto in casa, elegantissimo fuori: — chi veniva a trovarlo — tutti pezzi grossi, come diceva: — e che non voleva esser chiamato signor conte, ma signor Giacomo: che s'impermaliva, come è proprio di chiunque abbia difettose le spalle, se al varcar degli usci, altri facesse complimenti e volesse farlo passare per primo. Narrava con compiacenza che s'intratteneva volentieri con lei; e faceva quasi sospettare che allora — settant'anni addietro! — quando beltà splendea negli occhi suoi ridenti e fuggitivi, il Leopardi si fosse di lei invaghito. Forse era senile vantazione: forse, chi sa? nel Risorgimento, ch'egli allora compose, allorché afferma, meravigliato, di sentire nel cuor morto rivivere ancora gli inganni aperti e noti, si può rinvenire una traccia di quello che in lui suscitava l'ingenua popolana, fiorente di gioventù, dai capelli biondi e ricciuti, che allegrava d'un sorriso la mestizia del viver suo. Interrogata se le avesse mai fatto qualche accenno d'amore, rispondeva che no: e alla dimanda se gli avrebbe in tal caso corrisposto, replicava pure che no: perchè era in voce d'uomo senza religione, e poi troppo poco lindo; e poi, quella benedetta deformità! «Questo però» — e in così dire toccavasi il cuore — «questo lo aveva buono». O ignota vecchierella, che serbavi nella semplicità della tua coscienza il ricordo della bontà del Leopardi, e ne vieni a dar testimonianza spontanea davanti ai protervi dottori, che anche questa lode vorrebber contendergli, sia benedetta, sì, sia benedetta, o ignota vecchierella, la tua memoria!!
Pisa ravvivò, dopo due anni di silenzio, la vena poetica del Leopardi. Nel Lungarno andava a inebriarsi di sole, a godere la vista del fiume, della gente, delle carrozze, dei negozj, della vita cittadina: era lieto di veder vivere, egli la cui vita era un continuo appressamento alla morte; ma quando voleva sognare a occhi aperti, cercava una certa strada deliziosa, cui aveva dato il nome di Via delle Rimembranze, e allora, in materia d'immaginazioni, gli pareva — così affermava alla sorella — di esser tornato al suo buon tempo antico. Qual possa esser la via per tal modo battezzata, sarebbe vano determinare : forse non lunge dalla casa ch'egli abitava; nella parte, allora più solitaria di Pisa, fra Piazza dei Cavalieri, il Duomo e le mura. Quei sogni a occhi aperti, quel ritorno immaginario al buon tempo antico, davano il primo moto alla facoltà poetica, intorpidita non annullata; e questa risorgeva più vigorosa che mai, sicché soggiungeva: ho fatto dei versi quest'aprile, ma versi veramente all'antica, e con quel mio cuore d'una volta. Così, maturandosi nelle romite passeggiate, nacquero il Risorgimento e il canto A Silvia: bellissime cose ambedue; e l'ultima, forse, la più perfetta ch'egli mai componesse. Ma se per la prima gli bastavano i sogni nella Via delle Rimembranze, l'altra si originò senza dubbio da una illusione offertagli dalla sua cameretta, al secondo piano di quella casa di Via della Faggiuola, ove una lapida posta nel 1880 dalla scolaresca pisana ricorda il soggiorno fattovi dal poeta. Ho, scriveva, una camera a ponente — non dunque sulla via, ma sul dietro — che guarda sopra un grand'orto, con una grande apertura, tanto che si arriva a veder l'orizzonte.
Costruzioni posteriori hanno limitato la vista; ma nel '28 egli poteva di là
mirare il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi e quindi il monte.
Dalla sua finestra si vedevano, come dal paterno ostello,
Limpido il mar da lungi, e le campagne
E le foreste; e tutte ad una ad una
Le cime si scoprian delle montagne.
Gli dovette talvolta sembrare di aver dinanzi a sé i dintorni della odiata-amata Recanati, della città a cui pur si collegavano le dolci memorie della fanciullezza, dove aveva primamente nudrito l'intelletto di forti studj, dove aveva amato, sperato, fantasticato, sofferto, pianto tanto. Qui, nella pianura pisana, intersecata da viali battuti dal sole, nel mar tirreno che la termina, nella azzurra catena di monti che si allaccia colle Alpi apuane, dovette ritrovare quei dintorni, quel lontano mare, quei monti azzurri, che gli avevano ispirato i dolci sogni della gioventù, e che fanciullo immaginava varcare in cerca d'una felicità, non mai raggiunta. E dallo sfondo di quel vasto teatro, colle prime aure del maggio odoroso, risorse anche innanzi a lui, circonfusa di luce, l'immagine di Silvia; ed egli porse di nuovo gli orecchi al suo perpetuo canto, che gli risuonò ancora una volta nell'anima, e la mirò salire lieta e pensosa il limitare di gioventù, e provò gli antichi palpiti ineffabili:
lingua mortal non dice
quel ch'io sentiva in seno.
Ma ad un tratto quel volto si scolorava pel chiuso morbo, ond'ella era travagliata e vinta; ed egli scorgeva la cara compagna dell'età sua nuova, che, con la mano, la fredda morte ed una tomba ignuda mostrava di lontano."
(Da Alessandro d’Ancona, Ricordi ed affetti - In memoria d'illustri italiani, ecc.)















