Un gradino di una banca, molte favole della buone notte, le curve in autostrada, una fetta di torta e tante altre cose. Si apriva di fronte a noi un tempo di felicità che pareva infinto. Al di là di un orizzonte irraggiungibile stava qualcosa chiamato “fine”, invisibile agli occhi così come al cuore. Abbiamo camminato a lungo verso i confini di un mondo che per noi erano solo leggenda. Scalato montagne, attraversato città, abbiamo sudato, appeso quadri alle pareti, imparato a usare le bacchette cinesi, ci siamo arrabbiati e riposati nei prati. Poi un giorno, svoltando un ultimo angolo, stremati dalla fatica, abbiamo preso paura. Davanti a noi, le colonne d’Ercole, e sotto ai nostri piedi la linea di quell’orizzonte che un tempo sembrava invalicabile. Un burrone, una strada lunga e buia. “Sei stanca, vuoi camminare ancora?.” “Vorrei camminare all’indietro, ricominciare insieme tutto da capo, vedere ancora i fiumi e le montagne.” “Questo è impossibile, si può solo andare avanti”. “Tu lo sapevi che sarebbe stato così?”. “No.” “…Io non voglio saltare.” Così scoprimmo che l’orizzonte esisteva davvero. Divenne palpabile, concreto, ma troppo diverso da quel mondo di avventure fantastiche che c’eravamo immaginati. Passo dopo passo, l’orizzonte infinto divenne la fine.













