Camí Vell
Sono partita di notte, sotto la guida delle stelle. Ho visto nascere la cintura di Orione, come segno vivo del rinnovarsi della terra.
Ho camminato su pietre sconnesse, per vie antiche, con passi a volte incerti, guardando quell’ultima lingua della Sierra de Tramuntana che si getta nel mare.
Ero io. Ed ero lì, nel mezzo: tra il vociare profondo dell’universo, il mio respiro, e quel senso di vertigine dolce che stava crescendo.
Non era arrivata di colpo. Mi aveva presa piano.
Prima negli occhi, alzando lo sguardo: troppo cielo, troppo spazio per restare ferma.
Poi è scesa.
Nello stomaco. Nelle gambe che cercavano appoggio su quella scogliera, dove la terra finisce senza avvisare e il mare si apre sotto, intero.
Era la stessa vertigine. Ma entrata più a fondo.
Un’ipnosi da spazi aperti: prima la notte, poi la roccia e infine il mare.
E poi eccolo.
Il faro. Dritto. Muto.
Muove il suo fascio di luce verso di me, verso le rocce, verso il mare.
Seduta su una roccia guardo il chiarore appena accennato del nuovo giorno. Trattengo il respiro e con me il mare.
Una linea sottile si apre all’orizzonte. Sorrido. Quell’emozione mi riempie gli occhi, mentre il buio si ritira senza rumore.
L’alba cresce dal mare, lenta, inevitabile.
E in quel tempo sospeso l’attesa si allarga, lo stupore arriva prima della luce.
Sotto vento, lungo la costa, una vela.
Nell’immobilità di quel momento è risposta. È movimento.
Con il sole in viso lascio che l’aria che si è alzata mi alleggerisca.
Questo è il luogo dei venti. Un luogo dove l’aria non passa soltanto: chiama, sposta, attraversa.
E quello che resta è ciò che deve restare.
Marianna🎐















