Ogni cosa in quel posto odorava di vecchio e di vapore.
La pareti bianche della sala d’ingresso erano ricoperte da un leggero strato giallastro, come quello che si appoggia sulle cose che non vengono pulite da molto tempo. Nell’ampia sala d’attesa, sulle seggiole disposte a ferro di cavallo, sedevano vecchi e bambini. Sulla parete a nord, in alto, era appeso un enorme orologio, anch’esso bianco, con lunghe lancette che scandivano i turni delle cure. Le finestre in cima ai muri lasciavano entrare moltissima luce, amplificata dal bianco dell’intonaco, creando un’atmosfera a metà via tra l’ospedale e il paradiso.
Quello delle terme era un mondo guidato dalla lentezza, e scandito dalla voce suadente della signorina Paola, che ogni 30 minuti chiamava il cambio per i massaggi, i fanghi e gli aerosol.
La usa voce risuonava della sala d’aspetto come una puntuale litania, calda, rassicurante e piena. E così era la Signorina Paola: 85 kg di gentilezza e rotondità, in una donna dall’età per me indefinita. Qualche chilo di troppo le riempiva le prime rughe del viso da bambola; occhi blu profondissimi, capelli fini e biondi e una pelle sempre abbronzata in risalto sotto il camice bianco, la facevano sembrare più l’angelo degli aerosol che una persona vera.
Quando ero piccola, passavo spesso a trovare mia madre mentre faceva le fangature. Mi piaceva girovagare trai i corridori della struttura e sbirciare dentro le porte semiaperte delle stanzette della zona ovest, dove signore anziane e grassottelle giacevano su lettini malmessi ricoperte da strati di poltiglia verde. Le più belle erano quelle che portavano gonfie cuffie di plastica a fantasia per non sporcarsi i capelli; sembravano sbucare da un quadro di Botero. Camminavo abbastanza lenta da poterle spiare dall’apertura della porta, ma non tanto da sembrare indiscreta o invadente. Mi piaceva osservare i loro volti rugosi e sudati, immobili sotto quei chili di verde che le rendevano goffe e un poco aliene. A volte erano così immobili che avevo paura fossero morte, magari da giorni, e nessuno se fosse accorto.
Non riuscivo a capire il perché, in pieno luglio con quel caldo, centinaia di vecchi si sottoponessero a quella tortura. E non capivo perché lo facessero i miei genitori, che vecchi non lo erano per niente. Ma soprattutto, perché lo imponessero anche a me.
Con il passare degli anni, lo staff aveva imparato a conoscermi e a volermi bene,a volte mi portavano in giro per i corridoi sul carrello carico di secchi con le fangature ed asciugamani. Tutto sommato, mi piaceva essere la principessa dei fanghi.
Quando raggiungevo la stanzetta di mamma, mi avvicinavo e le schioccavo un bacio sulla guancia umida. Sotto chili di poltiglia verde, mamma pisolava o guardava il soffitto. Affianco a lei stava il secchio coi fanghi bollenti: quando ne rimanevano un po’ mi piaceva infilare le mani dentro quel terriccio caldo e bagnato e spalmarmelo sulle gambe, oppure disegnare strisce sul viso di mia madre come fosse un’indianina. “Augh!” le dicevo mentre mi urlava di smettere, intrappolata sotto il peso delle cure termali.
I vecchi in accappatoio si trascinavano per i corridoi in accappatoi bianchi con le mani congiunte dietro la schiena, spostandosi da un reparto all’altro sciabattando per terra. In quello degli aerosol, Paola smistava gli anziani tra file di forcelle per il naso che emettevano vapore denso e biancastro. Ogni forcella aveva un numero che si illuminava quando assegnato a qualcuno. Dunque, ci si andava a sedere e si restava in rigoroso silenzio con le forcelle infilate nel naso per almeno 10 minuti.
Seduta alla mia postazione aerosol osservavo i volti impassibili dei signori seduti accanto a me, immersi in un area pacifica e spettrale tutta piena di vapore. Quello che più mi colpiva dei vecchi erano gli occhi vitrei, velati dalle cataratte. Biglie, grandi biglie lucide che scintillavano in mezzo a tutto quel vapore, fissando punti indefiniti.
Tutti, attorno a me, erano incredibilmente vecchi, incredibilmente rugosi ed incredibilmente lenti.