Un appunto di Pavese, ne Il mestiere di vivere, risalente al 26 gennaio 1938, dice:
"Oseresti tu causare tanto male? Ricorda come hai congedato Elena. Ma tutto è ambivalente. L'hai congedata per virtù o per vigliaccheria?"
Sembra che il riferimento sia a E., delle lettere d'amore del '32. L'avvocato Scagliola, fratello di Elena, non sa quando tramontò la passione fra la sorella e lo scrittore. Rammenta benissimo invece la prima volta che lo vide in casa sua, a Santo Stefano Belbo, vicino alla ferrovia. Era il periodo in cui Pavese veniva a trascorrere qualche giorno nel suo paese, affittando una stanza alla trattoria della stazione, nei pressi dell'abitazione di Elena. Racconta l'avvocato:
"Doveva essere settembre, si era all'imbrunire. Rientravo dopo aver fatto la mia partita di biliardo. In salotto trovai buio. In un angolo mia mamma sonnecchiava su una poltrona. Pavese e mia sorella erano seduti sul divano, lui stava con le braccia dietro la testa, appoggiato allo schienale, e guardava verso il soffitto. Nessuno parlava. Ho acceso la luce, ci siamo salutati. Dopo, quando Pavese se ne è andato, ho chiesto a mia madre che cosa avesse detto ad Elena. E lei, con il suo accento genovese: - In due ore non ha detto una parola.
"Ma è probabile che non parlassero perché non erano soli, come avrebbero preferito," prosegue l'avvocato Scagliola. "Volete sapere che tipo di rapporto ci fu fra Elena e Pavese?" Sorride, risponde: "Qualcosa di più di un'amicizia, un po' di più. Tra loro c'era pure un'attrazione sul piano intellettuale. Elena, del resto, era la più istruita e la più libera della famiglia". [...] Quando mia sorella Gisella riordinò le sue carte, si imbatté nelle lettere di Pavese. E volle bruciarle," ricorda. "Perché lo fece?" "Per rispetto verso Elena". Del loro amore, allora, scomparve ogni traccia. Conclude Igino Scagliola: "Mi chiederete perché questa storia non era venuta alla luce. Ve lo spiego subito: nessuno mi aveva mai chiesto di raccontarla".















