Medusa
Ti trovavo sempre là. Inconsapevole di ciò che la realtà era, dipinta da una mente contorta. La mia fantasia volava oltre la cruna di un ago, senza passarci attraverso. Sorpassava le cime invalicabili, imbianchite dalle delusioni di un’epoca.
Non c’era nessuno nell’aria. Non c’era aria in nessun dove.
Respiravo. Mi affannavo. Cercando invano la cruna dell’ago in cui non ero passata, per riporvi il filo dei miei pensieri.
Ho capito solo in quel momento che non esistevi. Come tutti gli altri
E non ti trovavo più dentro quella bolla fantastica di sapone e speranze. Di pulito e aria fresca, mi era rimasto solo il ricordo dell'odore.
Così sprofondavo nella melassa della mia illusione, soffocando ogni mio tentativo di risalire a nuoto quell'enorme mare di cocci roventi, cercando di ricollegarti al mondo reale che sapevo essere là da qualche parte.
Il mio scheletro mi salutò dall’altra parte di un ponte distrutto, mentre cercavo di ricollegarti al mondo reale che sapevo essere là da qualche parte. Io e lui, in un dualismo psicotico, partecipavamo solitari a un’insaziabile ricerca del tuo più profondo, che poi era il mio.
Il mio ego vacillava rattrappito sotto il peso della consapevolezza che non c’era nessun reale a cui riportarti. Il mio es non faceva altro che strillare e impazzire, additando le mie fantasie che si diramavano dalla mia testa, indiavolate.
Non ti trovavo.
Mi guardai allo specchio, allora, come illuminata da un’epifania. E là ti riconobbi, nei miei occhi. Verdi d’invidia, neri d’agonia.
I serpenti annuvolati attorno alla mia testa sogghignavano maliziosi, bisbigliandomi parole appuntite.
Capii solo in quel momento che non esistevi. Come tutti gli altri. Come me.
Dipingevo la realtà con allegre pennellate per illuminare il suo grigiore.
Tu non esistevi, ma me lo scordai.














