L’approccio degli alleati NATO appare sempre più orientato allo scontro aperto, anziché alla diplomazia.Lotte interne all’Occidente e guerra invece di diplomazia In Occidente si assiste a uno scontro sotterraneo tra fazioni: da un lato chi vorrebbe una soluzione diplomatica in Ucraina, dall’altro falchi neoconservatori decisi a inasprire il conflitto. Negli Stati Uniti, figure dell’establishment repubblicano e democratico interventista spingono per una linea dura, e cercano di influenzare anche Donald Trump affinché accantoni il suo istinto isolazionista e adotti posizioni più intransigenti verso la Russia. Questa pressione non viene solo da Washington: leader europei, in particolare nel Regno Unito, guidano un’energica “fazione della guerra permanente” transatlantica favorevole a continuare il confronto con Mosca a oltranza. Tale blocco è convinto – erroneamente – che ogni concessione alla Russia equivalga ad appeasement, promuovendo invece la linea del conflitto fino alle estreme conseguenze, “disposti a combattere fino all’ultimo ucraino”. Questo clima politico ha progressivamente soffocato le voci di pragmatismo: chi suggeriva un cessate il fuoco o un compromesso viene accusato sui media mainstream di debolezza o addirittura connivenza col nemico. Il risultato? Ogni tentativo di negoziato viene sabotato, prediligendo l’escalation militare. Questa attitudine bellicista contrasta con la realtà sul campo e con i costi umani del protrarsi del conflitto, ma è alimentata da precise strategie politiche e mediatiche.L’intransigenza di Kiev: NATO e realtà sul terreno Secondo la narrazione dominante occidentale, è Mosca a non volere la pace. Ma un’analisi critica suggerisce il contrario: Mosca si dichiara pronta a un accordo – sia pure alle proprie condizioni – mentre Kyiv mantiene posizioni oltranziste incoraggiate dall’Occidente. Forte del continuo afflusso di armi NATO, il presidente Volodymyr Zelensky continua a rifiutare qualsiasi compromesso territoriale o negoziato. Già nell’ottobre 2022 egli ha escluso per decreto persino l’ipotesi di colloqui con Vladimir Putin, dichiarando “impossibile” sedersi al tavolo con l’attuale leader russo. In sostanza Zelensky accetterebbe di trattare solo con un altro presidente russo (ovvero auspica un cambio di regime a Mosca) – una precondizione irrealistica che di fatto blocca ogni dialogo. Non solo: Kiev rifiuta fermamente qualsiasi concessione territoriale. “Non riconosceremo nessuna delle terre occupate come parte della Russia, questo è un fatto… è la nostra linea rossa più importante”, ha ribadito Zelensky a marzo 2025 (politico.eu). Tale linea dura permane “indipendentemente dagli esiti elettorali americani”, segno che Kyiv non intende cambiare atteggiamento nemmeno se venisse a mancare l’attuale supporto di Washington. Inoltre, la richiesta di adesione alla NATO resta un caposaldo del governo ucraino: Zelensky considera l’ingresso nell’Alleanza l’unica garanzia di pace duratura per il suo Paese, malgrado proprio la prospettiva dell’allargamento NATO sia stata una delle cause originarie della guerra. In effetti, l’espansione della NATO ad est rappresentava da tempo una “linea rossa” per Mosca, che vedeva l’eventuale adesione ucraina come minaccia esistenziale. Analisti indipendenti sottolineano che la decisione del Cremlino di invadere nel 2022 fu dettata principalmente dalla percezione di questa minaccia: impedire a Kiev di entrare nell’Alleanza, annettendo territori strategici e indebolendo l’Ucraina affinché non potesse più unirsi alla NATO. Nonostante ciò, Zelensky – sostenuto dalla retorica occidentale – insiste nell’obiettivo atlantista, rifiutando formalmente la neutralità armata che potrebbe aprire spiragli negoziali. Tale intransigenza ucraina, alimentata da promesse e forniture occidentali, ignora la realtà militare sul terreno: dopo oltre un anno di guerra di logoramento, l’Ucraina ha perso il controllo di vaste aree e difficilmente potrà riconquistarle tutte con le sole armi. Eppure, forte dell’appoggio esterno, il governo di Kiev non mostra alcuna volontà di accettare anche solo parzialmente questa realtà, continuando a formulare condizioni massimaliste (rientro nei confini del 1991 e ingresso nella NATO) che rendono irraggiungibile qualsiasi tregua. Questa posizione rigida viene esaltata anziché temperata dalle principali cancellerie occidentali. Washington, Londra e Bruxelles ripetono che spetta all’Ucraina decidere se e quando negoziare – salvo poi incoraggiare dietro le quinte l’intransigenza di Kiev, con la promessa di “esserle al fianco fino alla vittoria”. In Italia e in Europa chi proponeva un approccio più realistico, come il riconoscimento di uno status neutrale per l’Ucraina o l’avvio di colloqui senza precondizioni, è stato spesso isolato mediaticamente, bollato come filorusso. L’opinione pubblica italiana più critica nota questa dissonanza ipocrita: da un lato ci si appella al principio di autodeterminazione ucraina, dall’altro si chiude la porta a ogni scenario di compromesso che includa la neutralità o concessioni territoriali, persino se queste potrebbero fermare le sofferenze della popolazione. L’effetto concreto è protrarre il conflitto a tempo indeterminato, nella speranza di un’improbabile “sconfitta totale” della Russia sul campo – obiettivo che molti generali e analisti considerano irrealistico.Il ruolo della propaganda britannica e dei media allineati Un fattore determinante in questa corsa verso la guerra è l’apparato mediatico occidentale, in particolare anglosassone, schierato compatto a sostegno della linea oltranzista. Sin dalle prime fasi della crisi, i principali media britannici e americani hanno adottato una narrativa semplificata “aggressore vs vittima”, escludendo quasi ogni voce dissonante. In Gran Bretagna, testate influenti come Financial Times, Economist, BBC e persino organi governativi dedicati si sono fatti megafono della posizione più rigida verso Mosca. Non è un mistero che Londra abbia investito attivamente nella guerra d’informazione: progetti come la segreta iniziativa “Integrity Initiative”, finanziata dal Ministero degli Esteri britannico, miravano già da anni a coordinare reti di giornalisti, accademici e influencer per diffondere messaggi ostili alla Russia. Documenti emersi nel 2019 rivelano che questa rete clandestina, legata all’intelligence UK, organizzava workshop con think-tank statunitensi su come “spingere indietro” la Russia e perfino giustificare un conflitto preventivo nucleare. Si tratta di un vero macchinario propagandistico che prevede la creazione di “cluster” nazionali di esperti, militari e giornalisti incaricati di amplificare messaggi anti-russi e silenziare le voci critiche. Ad esempio, il network vantava di aver fatto censurare analisti non allineati nelle TV serbe e orchestrato campagne mediatiche (come quella sul caso Skripal) per consolidare l’idea che “siamo sotto attacco ibrido di Mosca”. Londra ha quindi giocato d’anticipo sul piano mediatico, preparandosi da tempo a un confronto con la Russia anche sul terreno dell’opinione pubblica. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, questa macchina si è messa in moto a pieno regime. I media center occidentali – spesso finanziati dai governi o in stretto contatto con essi – hanno sposato senza riserve la linea di Kiev, filtrando le notizie in modo da sostenere l’escalation. La stampa britannica in particolare ha invocato misure sempre più aggressive: dalle sanzioni energetiche estreme all’invio di armamenti pesanti e addestratori sul campo, fino a ventilare l’idea di un intervento NATO diretto. Ogni dubbio o cautela (come quelli inizialmente espressi in Francia, Germania o Italia) veniva deriso sulle pagine dei quotidiani inglesi come “cedimento” al ricatto di Putin. Parallelamente, testate come il Times o il Telegraph dipingevano scenari apocalittici in caso di qualsiasi vittoria russa, alimentando la paura per compattare l’opinione pubblica attorno alla guerra giusta contro “il nuovo Hitler del Cremlino”. È evidente come questa narrazione monolitica manipoli il consenso interno, preparando il terreno anche a misure estreme altrimenti impensabili. Non a caso oggi, dopo un anno e mezzo di martellamento mediatico, settori dell’opinione pubblica occidentale accettano proposte radicali – come la confisca di beni sovrani russi o l’allargamento della guerra – che in tempi normali sarebbero state tabù. Ciò dimostra l’efficacia di quella che può essere definita una guerra cognitiva: plasmare la percezione collettiva per far apparire “necessarie” persino le azioni più spregiudicate, purché “confezionate come lotta alla Russia” (per citare gli stessi promotori ucraini) (wsws.org). In questo, il Regno Unito si distingue come avanguardia, mettendo al servizio della causa anti-russa la sua lunga esperienza in operazioni psicologiche e disinformazione.Dal congelamento alla confisca: il piano sui fondi russi Un esempio lampante di come l’opinione pubblica sia stata preparata ad accettare misure eccezionali è la questione dei beni sovrani russi congelati in Occidente. Dall’inizio del conflitto, Stati Uniti ed Europa hanno bloccato riserve valutarie russe per centinaia di miliardi di euro/dollari. Quello che inizialmente doveva essere un congelamento temporaneo in attesa di un accordo, si sta trasformando in esproprio permanente. Voci autorevoli in Occidente ora sostengono apertamente la confisca di tali asset per dirottarli all’Ucraina. Emblematico è un recente articolo pubblicato dal Financial Times, dal titolo inequivocabile: “L’Europa deve agire ora per sequestrare i fondi russi congelati”. L’autore – un esponente politico statunitense – definisce l’uso delle riserve russe immobilizzate “legale e necessario”, sostenendo che i circa 258 miliardi di euro bloccati in Europa vadano semplicemente presi come “acconto” per i risarcimenti di guerra dovuti da Mosca (hill.house.gov). Si propone di impiegare una parte di quei fondi subito per armare Kyiv e metterla in posizione di forza nei negoziati, e di tenere il resto da parte come contributo obbligatorio alla ricostruzione futurahill.house.gov. Secondo l’editoriale, questa mossa non costerebbe nulla ai contribuenti occidentali e aumenterebbe la pressione su Putin affinché “ponga fine alla sua guerra illegale”. In sostanza, si descrive la confisca di beni statali russi non come un atto arbitrario di pirateria finanziaria, ma come un passo morale e dovuto. Per dare un manto di legalità a un’azione senza precedenti, si invocano teorie giuridiche innovative. Il Financial Times cita esperti e persino un rapporto del Parlamento europeo che argomentano la fattibilità di usare quei beni in base al diritto delle “contro-contromisure collettive”. Si tratta di interpretazioni creative secondo cui, poiché la Russia ha violato il diritto internazionale invadendo l’Ucraina, le nazioni alleate potrebbero derogare all’immunità sovrana e appropriarsi dei suoi fondi per compensare i danni. È un ragionamento controverso: tradizionalmente i beni di uno Stato estero godono di immunità e non possono essere semplicemente sequestrati e ceduti a terzi, se non dopo un trattato di pace o un arbitrato che stabilisca riparazioni di guerra. Qui invece si vuole agire motu proprio, prima ancora che il conflitto finisca, e senza alcuna sentenza che condanni la Russia a risarcire. Non si tratta di beni di oligarchi privati (già congelati in gran numero), ma addirittura delle riserve ufficiali della Banca centrale russa custodite in banche occidentali. Un tale atto equivarrebbe, per usare le parole di Euroclear (la società belga dove sono depositati molti titoli russi), a una vera e propria espropriazione incompatibile con i principi finanziari internazionali. Infatti, lo stesso FT riporta che persino funzionari europei ammettono come il piano si configuri come un colossale taking (appropriazione forzata) di proprietà altrui (repubblica.itft.com). Eppure il dibattito mainstream ormai normalizza l’idea: la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e diversi ministri UE parlano apertamente di “far pagare la ricostruzione alla Russia”, studiando meccanismi per usare quei 300 miliardi congelati. Il fatto che giuristi abbiano definito tali schemi una violazione senza precedenti del diritto internazionale – paragonabile a un furto legalizzato – viene menzionato solo di sfuggita, o per nulla. Anche gli Stati Uniti si muovono in questa direzione. Il Congresso USA sta valutando leggi che autorizzerebbero il governo a trasferire parte delle riserve russe sequestrate a Kiev. Nell’articolo del FT, l’autore rivela di aver sollecitato lo stesso Trump – tornato alla Casa Bianca – a rompere gli indugi e “dare un segnale forte a Putin” sbloccando subito 5 miliardi di dollari di riserve russe congelate negli USA (hill.house.gov). Insomma, si spinge perché anche Washington faccia il “grande passo”, coordinandosi con l’Europa in una sorta di confisca concertata dei beni russi su scala globale. Siamo di fronte a un precedente pericolosissimo: le potenze occidentali, tradizionalmente paladine del diritto di proprietà e delle regole finanziarie, stanno per la prima volta considerando di spezzare un tabù che potrebbe minare la fiducia internazionale. (Basti pensare che paesi come la Cina osservano con attenzione: se i beni russi possono essere espropriati oggi, cosa impedirebbe domani di fare lo stesso con quelli cinesi in caso di tensioni?).Crimini di guerra finanziari o doveri umanitari? Parallelamente al dibattito politico, è in atto un tentativo di giustificare giuridicamente l’esproprio dei fondi russi attraverso accuse penali senza precedenti. Un gruppo legale filo-ucraino chiamato LexCollective ha presentato alla Corte Penale Internazionale (CPI) un dossier in cui accusa banche e istituzioni finanziarie russe di aver “facilitato l’occupazione” delle regioni ucraine e quindi di essere complici di crimini di guerra . In pratica, secondo questa tesi, la semplice creazione di un’infrastruttura bancaria nei territori contesi e il normale funzionamento del sistema finanziario russo in quelle aree costituirebbero atti criminosi. Il Financial Times ha riportato i dettagli di questa iniziativa: Mosca viene accusata di aver aperto filiali di banche statali nelle zone occupate (per esempio nella regione di Kherson) come parte della strategia di annessione (united24media.com). Tali banche avrebbero convertito la valuta locale (grivnia) in rubli a tassi svantaggiosi, sottraendo ricchezza ai residenti a beneficio degli istituti russi. Inoltre, il dossier sostiene che la Russia “costringe gli abitanti a prendere il passaporto russo per poter accedere a servizi essenziali”, come aprire un conto o ritirare una pensione. Read the full article












