Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già sanno che esistono. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi.
G. K. Chesterton
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Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già sanno che esistono. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi.
G. K. Chesterton
Inutility
Ai tempi in cui professavo l’ideologia della minchiatina di plastica, quello che facevo era in realtà riflettere sulla utilità dell’inutile, splendido ossimoro che qualche anno fa Nuccio Ordine utilizzò proditoriamente come titolo per un suo libro, che mi vidi costretto ad andare a comprare fresco di stampa.
E.., che dire? La stessa cosa che mi venne da dire quando comprai il saggio di Manlio Scalambro sulla misantropia: che non sono fatto per queste letture. Dissento da questo modo di far libri: raccogliere scritti di una varia umanità di scrittori preferibilmente morti, legati dall’unico filo conduttore di avere occasionalmente scritto su un argomento, metterli insieme non si capisce bene in che ordine senza commenti sul contesto dell’epoca e sul senso di quanto si son trovati a scrivere, come se le loro affermazioni avessero un significato unico ed universale, e in questo l’operazione è puramente mistificatoria, metterli insieme, dicevo, aggiungendo qualche commento come a dire “ecco, vedete che ho ragione?!”, e dare alla stampa. Detto questo, è chiaro che il cretino sono io, nel senso che non sono all’altezza, non sono adatto a queste letture: perché, tanto per dire, il libro di Nuccio Ordine si è venduto bene in Francia, tanto che Le Monde ha dedicato un intero paginone al suo autore; dove non mi pare che Nuccio Ordine abbia detto delle cose, ma sono io che non sono adeguato.
E comùnchisi..! Comunque sia…
Andavo riflettendo sulla inutilità come forma di contestazione della utilità produttivistica della società industriale, perché di questo si trattava quando collezionavo minchiatine d’ogni tipo. Ne volete un esempio? Ve ne do due, se non vi interessa potete saltare i prossimi due paragrafi e riprendere direttamente al capoverso “Ma la cosa migliore...”.
All’epoca scrivevo con la stilografica, che funzionava con delle cartucce di inchiostro tappate da una sferetta di plastica del diametro di un millimetro o due: innestando la cartuccia nella penna, la sferetta di plastica veniva spinta dentro e l’inchiostro poteva alimentare la penna. Ebbene: andavo raccogliendo quelle sferette di plastica che tappavano le cartucce di ricambio dell’inchiostro delle stilografiche. Devo ancora averne un boccettino da qualche parte. Ditemi voi…
Oppure le cassette audio: ogni cassetta aveva delle tacche sul posteriore, se le rimuovevi non potevi più registrarci. Ebbene: quando registravo una cassetta, andavo immediatamente a togliere la tacca per impedirne la sovraregistrazione, e ne facevo collezione. Da qualche parte devo ancora averne un paio di boccettini. Ditemi voi se non era patologico.
Ma la cosa migliore che ho fatto in quel periodo di demenza e di riflessione sulla inutilità, è un programma per computer, ai tempi del DOS, scritto in DBIII, compilato in Clipper, ed ottimizzato e compresso con Quicksilver. Era l’epoca della programmazione di massa, potrei chiamarla, quando una intera generazione di smanettoni cresciuti col Commodore 64, 64 come i suoi 64k di memoria, passò alla potenza dei personal computer DOS, che giravano con processori della serie x86 a tanti MHZ che ci volevano le dita di entrambe le mani per contarli, e che erano equipaggiati di dischi fissi che andavano fino a 20 mega.
Fu l’invasione delle utility, piccoli programmi in grado di fare le cose più disparate; ogni settimana in edicola uscivano decine di riviste equipaggiate di dischetti contenenti dieci, venti o anche trenta utility, pensate un po’…! Ne ricordo una in particolare, una agenda: potevi annotare scadenze e appuntamenti fino all’anno 2300, diceva l’autore. 2300..?!
In sostanza, quello che succedeva era che in men che non si dica lo spazio su disco cominciava a scarseggiare, ed allora ogni tanto ti mettevi a fare pulizia, a togliere quelle utility che in fin dei conti non ti servivano proprio a nulla, erano perfettamente inutili.
Ecco, fu a quell’epoca, all’epoca in cui le utility svelavano tutta la loro inutilità, che io concepii e scrissi il programma che rimase il punto più alto delle riflessioni che andavo facendo sulla inutilità contrapposta alla utilità produttivistica. Si trattava di una “inutility”. Il programma scandiva il disco fisso e quantificava lo spazio disponibile; te ne faceva un report e ti chiedeva: “il tuo disco fisso ha (diciamo…) 5 mega di inutile spazio vuoto, vuoi che lo riempia?” Tu sceglievi quanto di quei 5 mega di inutile spazio vuoto su disco volevi riempire, e il programma creava un file di caratteri casuali che andava a riempirlo. Magico, no?
(Nella prima foto, le cartucce di ricambio per penna stilografica, ne ho ancora in casa; potete notare la sferetta che fa da tappo. Nella seconda, una cassetta registrata e protetta dalla sovraregistrazione rimuovendo le tacche dalle due aperture all’estremità destra e sinistra. Tengo a precisare che sono in possesso degli LP originali degli A-Ha e dei Propaganda, e che quella cassetta era solo una copia ad uso personale, per potere ascoltare i dischi anche quando ero fuori casa, all’epoca era il solo modo di farlo, pensate un po’ che tempi bui... Sotto, due video dei dischi in questione. Ci stanno.)
Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie dintorno, al tuo perpetuo canto, allor che all’opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno. Io gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d’in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato!Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dì festivi ragionavan d’amore. Anche peria fra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negaro i fati la giovanezza. Ahi come, come passata sei, cara compagna dell’età mia nova, mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? Questi i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dell’umane genti? All’apparir del vero tu, misera, cadesti e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.