L’insostenibile leggerezza dell’essere siciliano
Un compagno di liceo che sta giù mi ha mandato un pacco pieno di dolci terroni, non torroni ma proprio terroni, non sono io che gioco con le parole, sono i pasticcieri, guardate:
C’è scritto proprio nella ragione sociale, Dolci Te/orroni, in una sorta di linguaggio inclusivo.
Ebbene dicevo, un compagno di liceo che ho incontrato di recente… Incontrato in senso lato, perché il periodo non è propizio agli incontri, incontrato in senso virtuale, su whatsapp, la cosa è andata così...
Grazie o per colpa del confinamento dovuto alla prima ondata di epidemia, nella primavera scorsa si è costituito da qualche parte, magari, come dice quel rimbambito di Giuliani, in Spagna passando dalla Germania con soldi del Venezuela, un gruppo whatsapp dei miei compagni di classe ‘64-’69 del secolo scorso; e in estate, dopo un incessante lavoro di intelligence mi hanno trovato, come fosse nel film Commando, ricordate? Arnold Schwarzenegger che vive in montagna con la sua bambina, taglia alberi e se li carica in spalla, e un ex commilitone lo viene a scovare per costringerlo a una losca operazione. Ecco, una cosa così: ero in montagna con mio figlio, volevo andare sul Servin ma appena arrivati ai 1300 siamo entrati in una nebbia che non si vedeva niente e così siamo tornati indietro; siamo tornati non per paura di perderci, che come cantava Dalla dalla Vaccera al Servin non si perde neanche un bambino, ma perché non c’era spettacolo, e siccome mio figlio è un uomo di spettacolo, che coi tempi che corrono non lo auguro a nessuno, con la nebbia non valeva la pena portarlo sul Servin perché tanto non c’era spettacolo nemmeno lì. Stavamo tornando a casa e lui mi dice: i tuoi compagni di liceo ti cercano, ti vuoi fare trovare? E io gli rispondo: sì, certo! E così sono entrato in questa combriccola di compagni di classe in transito intorno ai settanta. Anni, no chilometri.
Dove ero rimasto? Sì, il pacco...
Uno di questi compagni, che oltre che compagno di classe è stato per qualche breve periodo anche mio compagno di banco, che non vedo da cinquantun’anni, da quando Neil Armstrong mise piede sulla luna, giorno più giorno meno, insomma questo compagno di classe avendo sentore che avessi un po’ di nostalgia di colori, odori e sapori siciliani, mi ha spedito un pacco pieno come si vedeva sopra di dolci terroni, torroni ma non solo. Un pacco quasi come quelli che mi mandava mia mamma, anche l’illustrazione è in pieno canovaccio, guardate:
Quel carretto che è raffigurato nella scatola, pensate, mia mamma me lo spedì, una volta, lo conservo gelosamente, è fatto di cartone pressato, come fosse di cartapesta, ma guardate che meraviglia:
E niente… volevo dire che nel pacco ho ritrovato un po’ delle cose che mi mandava mia mamma, non parlo delle prelibatezze, quelle va da sé che fa piacere e sono speciali che neanche Eataly, ma parlo dei sentimenti e delle sensazioni, la parte di gran lunga più importante di un pacco.
Per quella insostenibile leggerezza dell’essere siciliano che ci fa evitare i discorsi troppo pesanti e che ci fa essere discreti nella sfera dei sentimenti, non starò a perdermi in sdolcinatezze a fronte delle quali i dolci te/orroni sono amari; dirò solo che nel pacco c’era questa cosa qui:
Questa l’han fatta a Modica, è torrone di semi di sesamo, e l’etichetta dice che si chiama cubaita, ma noi a Pachino, che è a poche decine di chilometri, la chiamiamo ghiugghiulena, con quel suono gh gutturale liquido che solo un siciliano madrelingua può pronunciare. Pensate un po’, a Modica la chiamano cubaita e a Pachino la chiamiamo ghigghiulena: poche decine di chilometri, tre o quattro, e non ci si capisce nemmeno sui dolci, per non dire sul senso della vita; e difatti per un pachinese essere modicano voleva dire appartenere a uno stadio inferiore nella evoluzione del genere umano. Non so cosa pensassero i modicani dei pachinesi perché con un modicano, io, credo di non avere mai avuto il coraggio di parlarci.
Che poi, a proposito di cubaita, mi ricordo di avere sentito usare da qualcuno una espressione tipo: “cubaita? Nènti!”, per dire che non c’era da scialare, che si era a secco, che non c’era da spassarsela. Un po’ come dicono i napoletani, mi pare di ricordare che c’era un mio amico napoletano che lo diceva sempre: “acqua nun ce n’è, paparella nun galleggia!” Espressioni che per una singolare coincidenza ben rispecchiano la situazione dopo le ultime misure per contenere l’epidemia in periodo di feste natalizie. Credo di non essere lontano dalla verità se penso che il sentimento più diffuso nel pianeta in questo momento sia come mancare di cubaita, come essere paperelle e non avere acqua per galleggiare.
Ma io non mi posso lamentare: grazie a Corrado, è così che si chiama il mio compagno di classe ‘64-’69 del secolo scorso, grazie a Corrado cubaita ne ho, e per solidarietà non ne farò mancare un assaggio a figli, nipoti ed amici.