La domenica fare una passeggiata, respirare aria pulita, vedere o colori della citta'; delle strade, dei negozi piccoli, scambiare due parole, tornare a vivere il centro storico, i musei, tornare a comprare locale. Puo' essere divertente.
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Nell’epoca in cui vogliamo ogni cosa subito e disponiamo di tutto on demand
è proprio lo spirito di sopportazione che può dare la forza di “ribellarsi”
La passeggiata è qualcosa che rilassa, qualcosa che distrae, che ritempra, che permette la riflessione, la concentrazione, persino il soliloquio. Oppure, di converso, indica la possibilità di una comunanza intima tra le persone – in due o in gruppi piccoli, perché non esiste una passeggiata “di massa”.
C’è un dogma che sembra consolidarsi negli anni, fino a diventare la cifra stessa della nostra civiltà, soprattutto in Occidente. Una verità assoluta, incontrovertibile, su cui si basa la nostra elementare percezione del mondo. Il dogma dell’io.
“Io non sono razzista, ma…”. Questa tipica frase viene di solito seguita da un elenco irrefrenabile di affermazioni razziste. L’autogiustificazione previa, la premessa non richiesta, il “mettere le mani avanti” testimoniano – più o meno involontariamente – il tentativo di mascherare il proprio atteggiamento più profondo. In tal modo si finisce però per evidenziarlo.
In quest’epoca tutto vacilla, a cominciare dalla pretesa di trovare argomentazioni “vere”, “oggettive”, cioè valide per tutti. La religione, l’arte, la cultura, ovviamente la politica sembrano avviate a una decadenza senza ritorno. Resiste la scienza, in cui riponiamo ancora fiducia. Chissà per quanto. Ma c’è un dogma che sembra consolidarsi negli anni, fino a diventare la cifra stessa della nostra civiltà, soprattutto in Occidente. Una verità assoluta, incontrovertibile, su cui si basa la nostra elementare percezione del mondo. Il dogma dell’io.
“Io non sono narcisista, ma…” e via con incensamenti di se stessi, racconti delle proprie avventure, esposizione pubblica del proprio ego attraverso immagini, iperboli lessicali, narrazioni esagerate delle proprie performance in ogni campo. “Io vanitoso, presuntuoso/ esibizionista, borioso, tronfio/ io superbo, megalomane, sbruffone/ avido e invadente/ disgustoso, arrogante, prepotente/ io, soltanto io/ ovunque io”: così Giorgio Gaber nella canzone “La parola io”. Da questa assoluta centralità del sé scaturiscono i vari “ismi” che caratterizzano questo tempo: soggettivismo, individualismo e appunto narcisismo.
L’io non è più “il singolo” di Kierkegaard, il genio romantico che vince il destino, “l’unico” di Stirner, “l’uomo in rivolta” di Camus, bensì Narciso, il giovane innamorato di se stesso narrato dal mito greco. Secondo la versione del poeta latino Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi, Narciso brucia di amore per la sua immagine riflessa in una fonte; non comprende il perché questo amante gli sfugga; finchè per abbracciarlo si getta nelle acque dove affoga. Al momento della sua nascita l’indovino Tiresia lo aveva predetto: Narciso avrà una lunga vita solo “se non conoscerà se stesso”. Ecco la nuova Medusa che pietrifica; non è il mostro, l’alieno, il diverso. È l’io. Ma non vogliamo capirlo.
Anzi. Il filosofo coreano Byung-Chul Han annota che la società odierna impone “l’obbligo di somigliare solo a se stessi, di definirsi solo attraverso se stessi, di essere anzi gli autori e gli artefici di se stessi (…). L’io, in quanto imprenditore di se stesso, produce se stesso, è la performance di se stesso e si offre come merce”.
I social network hanno elevato all’ennesima potenza questo atteggiamento. Guardare la bacheca dei propri contatti Facebook è un’esperienza tra l’esilarante e il grottesco, scatenando orrore, costernazione e rabbia. La tentazione di mettersi in mostra è travolgente. Come si spiega altrimenti l’ansia con cui si postano immagini della torta preparata per colazione, delle vacanze nelle località all’ultima moda, della casa appena tinteggiata, della corsetta mattutina anti stress, dei chili persi grazie a una dieta specifica, degli anniversari che non interessano a nessuno? Poco importa, basta mettere se stessi al centro, basta “farsi vedere”: la gente “mira ed è mirata/ e in cor s’allegra”. L’esibizione ci procura piacere.
I post moralistici sono insopportabili. Banalità ridicole raccontate come annunci oracolari, scoperte dell’acqua calda narrate come intuizioni stratosferiche magari frutto del corso di yoga, naturalmente già presentato nei dettagli in un post precedente. Chiunque penserà: “gli altri fanno così, io no!”. Ma in realtà nessuno è esente da questa tendenza. Troppo forte è l’ansia di commentare, di intervenire, di dire la propria, sovente esponendo la parte peggiore di sé. Per esistere è necessario essere presenti sui social network. Per esaltare l’unico idolo rimasto: se stessi.
L’assioma è semplice: esisto solo io. I corollari altrettanto: io ho sempre ragione; le cose buone che accadono sono merito mio, mentre se qualcosa non funziona è colpa degli altri; io mi impegno, sono gli altri quelli che… (e qui ognuno può completare come vuole). E ancora: l’io è assolutamente libero, e questa libertà deve diventare “diritto”, a prescindere dalle conseguenze sulla comunità; all’opposto però, se accade il negativo, l’io è comunque “innocente”.
La centralità dell’io determina uno sconcerto diffuso rispetto alle realtà che contraddicono il dogma. Un solo esempio, lampante, sconvolgente: la morte. Essa non riesce più ad essere compresa, in quanto il soggetto – giusto, generoso, altruista, sincero – non “merita” di morire. Eppure accade. Perché? Di chi è la colpa? L’io, che durante l’esistenza “non ha fatto niente di male”, alla fine deve scomparire, dileguarsi. Perché? Semplicemente assurdo. Non possiamo capire questo limite che distrugge la nostra pretesa autosufficienza.
Non occorre però fare i conti con la morte, basta qualsiasi ostacolo, qualsiasi intoppo per metterci in crisi. E allora bisogna trovare il colpevole. Le nuove generazioni sono state educate a questa visione fin dalla più tenera età. Fino a pochi decenni fa, andare a scuola, impegnandosi per ottenere buoni risultati, era un comportamento ovvio: si doveva studiare. Se non eri “bravo a scuola”, se non ti comportavi bene, nessuno accampava scuse. La colpa, anche in maniera esagerata, era sempre e solo tua. Se eri mancino, dovevi imparare a scrivere con la destra: era solo questione di volontà. Un modello eccessivo, giustamente divenuto intollerabile e quindi superato.
Ora però avviene l’opposto. Obbedendo al dogma dell’io che ha sempre ragione, si cercano i fattori esterni che determinano l’esito scolastico. Fai fatica a leggere? Avrai qualche “bisogno educativo speciale”. Hai un comportamento sfacciato? Ci sarà sicuramente qualche problema in famiglia. Non ti piace quella materia? È il professore incapace di insegnare. Sei insicuro? Colpa di quel maestro che ti ha criticato, distruggendo la tua autostima.
Questa visione è ormai applicata ad ogni ambito dell’esistenza. Quasi tutti i ragazzi, pompati al massimo dai genitori durante il periodo scolastico, diventati geniali all’università, sbattono contro il lavoro che non c’è, la durezza della vita che ostacola i progetti, cancella i sogni. Di chi è la colpa? Dello Stato, ovvio. Dei politici, inutile dirlo. Sopraggiunge la crisi economica? Occorre prendersela con gli esperti, con quanti non riescono a mantenere un benessere dato per acquisito. Il disagio sociale aumenta? I colpevoli sono noti, gli immigrati. L’elenco sarebbe infinito. I medici non riescono a guarirti da una malattia? Allora li denunci. I tuoi colleghi di lavoro non ti apprezzano abbastanza? Il pericolo del mobbing è dietro l’angolo.
In questo modo, paradossalmente, l’io – esaltato a parole nella sua unicità e centralità – finisce per scomparire, privato di qualsiasi libertà e quindi di ogni responsabilità: tutto è spiegabile attraverso cause esterne, difetti biologici, conformazioni neuronali, carenze vitaminiche… Comanda la materia che meccanicamente decide per noi, facendoci credere di essere al centro del mondo e non semplici burattini dominati dalle forze della natura.
La centralità del soggetto, su cui si fonda la modernità, ha generato un indiscutibile progresso. Sono stati sanciti diritti fondamentali e universali. La persona possiede una dignità inalienabile, che non si può confondere con quella di un generico “gruppo”. Lo Stato non può imporre la sua ideologia, magari con la violenza. La sfera della coscienza è sacra. Abbiamo imparato, almeno nelle intenzioni, a venire incontro ai più deboli; abbiamo capito che ci sono fattori sociali, strutturali, che determinano povertà, emarginazione, sfruttamento. Ma questo “progetto culturale” sta giungendo alla sua consunzione.
Il frutto più guasto dell’esaltazione dell’io si coglie nel diffuso vittimismo che esaspera il rancore e il desiderio di rivalsa. Molto del populismo e della demagogia si comprende attraverso questa mentalità manichea per cui il bene assoluto combatte contro il male assoluto. Vince il politico che ti dà ragione anche se propone soluzioni impossibili o insensate.
Scrive Tzvetan Todorov: “La tirannia degli individui è certamente meno sanguinosa di quella degli Stati; tuttavia anche essa rappresenta un ostacolo a una vita comune soddisfacente”. L’io senza limiti, in nome della tutela della propria libertà contro quella degli altri, invoca un capo autoritario che gliela garantisca. Aveva ragione Hobbes: in un mondo per cui “homo homini lupus” deve emergere un Leviatano. E così la libertà dell’io scompare.
Articolo apparso sul supplemento del “Trentino” “La domenica” il 5 novembre 2017