Cosa mi ha portato a fare questa scelta?
L’elemento fondamentale che ha contribuito a mettermi con un piede fuori dall’Italia è il mio lavoro.
Ricordo ancora le speranze di una giovane laureata che, dopo qualche anno di gavetta, entra in una multinazionale come professionista di marketing e si ritrova a fare pacchi regalo per la prima settimana di lavoro. “I regali di natale per i nostri clienti, vediamo se se flessibile ad adattarti a tutto”. Primo segnale che qualcosa non andava.
I mesi successivi mi ritrovo a mettere in piedi un ruolo che prima d’ora nessuno aveva ricoperto in azienda e che a nessuno importava di avere, con grandi sforzi e nessun riconoscimento. Aeroplanini che mi volavano sulla testa, gare di lancio degli elastici, musica metal al massimo volume mentre sono al telefono con l’Amministratore Delegato. Mi volevano bene.
Per non parlare del mio capo, capello lungo che si accarezza spesso, modi di fare da uomo di gran classe, mi fa un colloquio alle sette di sera con accesa solo l’abat-jour. Dovevo capirlo che c’era qualcosa di strano. Uno di quelli che ti chiede come sono andate le ferie in Puglia e se hai alloggiato al Grand Hotel. Neanche non sapesse che mi paga mille euro al mese.
La professionalità che contraddistingue questa azienda deriva soprattutto dalle parentele: figli, nipoti, cognati e generi sono la specialità della casa. Meglio non dare fastidio a quello e assecondare le richieste di quell’altro, non si sa mai dice il mio capo, il Bello. Gentili richieste all’ufficio marketing quali l’impaginazione della tesina del diploma del figlio o la realizzazione dei cartelloni per la festa della frutta per i nipoti, sono all’ordine del giorno.
Non sono fatta per assecondare tutto questo, è più forte di me. Voglio uscire da questo modo di pensare che ci impone di abbassare la testa a tutto “perché tanto è così che funziona”. Non lo accetto, voglio essere libera da questa schiavitù culturale. Io voglio vivere in un mondo dove ci sono valori, bellezza, semplicità.