No, non sono pronto. Ci sto provando. Seguire i consigli non desiderati di "lasciala andare", ancora non fanno per me.
Ho conservato le chiavi di "casa nostra" da sette anni. All'inizio lo abbiamo trovato una cosa pratica: c'erano mille problemucci da risolvere e allora se bisognava scappare, si aveva le chiavi e si andava. Poi ci siamo detti: "no tienile lo stesso, non ho nessuno (non è vero, ci sono le sorelle), se succede qualcosa so che le hai tu e puoi intervenire". E con questo principio le ho tenute nel cassetto finora quasi "dimenticandole", sapendo benissimo, invece, dove stessero.
Mesi fa all'ennesimo "fattaccio" (so bene che non devo definirlo così ma sto io a provare da coglione le pene dell'inferno) mi sono ricapitate tra le mani perché dovevo prendere altro. "e mo' che faccio?, che senso avrebbe tenerle ancora?". Non so se adesso le rivorrebbe, probabile che l'abbia dimenticato che io ne posseggo ancora una copia, ma probabilmente all'inizio, se le avessi restituite, l'avrebbe presa a male, conoscendola un po'. Ma giorno dopo giorno, insieme all'idea di mettere insieme in un libretto tutto quello che ho scritto finora, si è fatto spazio anche quella di restituire in via definitiva le chiavi. Non ha alcun senso, se bisogna andare avanti, e sarebbe un segno di vera presa di distanza. Anche se, da immaturo come spesso mi ritrovo, all'inizio ho pensato che potesse essere usato come un segnale per dire "vai a..., sparisci". E invece no, mi convinco che sarebbe un vero gesto di maturità quello di consegnarle, senza nessun sottinteso, ma semplicemente per dire "è finita, ognuno per la sua strada, che questo libro si chiuda definitivamente, almeno per me", perchè restare in questo limbo non mi fa bene. Non è un rinnegare. Non rinnego nulla. Non posso farlo. E' stato il pezzo più importante della mia vita, quello che ha modificato tante cose in me. Tutto mi parla di lei, a casa e fuori, quando sono in auto. Non c'è un giorno che un pensiero non corra a lei, e non è perché ha scelto la sua strada (anche scegliere le giuste parole è complicato) ma perché se una storia deve finire, per convertirsi in altro deve avere il giusto distacco, la giusta "sepoltura".
Ed ecco che stamattina ho ripreso il mazzo di chiavi in mano: ce ne sono tante in quel portachiavi, che ha segnato un altro pezzo di percorso della mia vita. Molte non le riconosco, ma quelle essenziali si. Le ho tenute in mano per un po', le ho soppesate, ho pensato come fargliele recapitare senza incontrarla, perché so bene che ci starei una pezza... ma niente, ho avuto un tuffo al cuore, un senso di stordimento, una fitta che sapeva di dolore. Le ho prese e le ho riposate nel cassetto, perché appunto non sono pronto.
Quelle chiavi non rappresentano solo lei: quelle chiavi sono il simbolo del nostro progetto di vita insieme fallito miseramente, del non essere mai stai un "noi". Il fatto che lei continui ad abitare in quella casa, oltre ad essere un puro bisogno di comodità, conferma implicitamente che quella non è mai stata casa nostra ma solo sua. Ma io da quel mazzo di chiavi, a cui sono legati sogni, speranze e delusioni, non riesco ancora a staccarmi. Non sono pronto.
Ma devo riprovarci, se voglio davvero svoltare.
Sarebbe il primo segno di maturità (senile) acquisita sul campo. Farà male, lo so, ma va fatto.