Pinterest: luci e ombre
Il social sembra tingersi di rosso con il successo che Pinterest ha registrato negli ultimi mesi (in Italia i nuovi users a gennaio 2012 crescevano del 794%). Il social network tutto immagini e creatività sta appassionando milioni di utenti grazie alla forza attrattiva delle immagini. Ma come ogni rivoluzione che si rispetti, Pinterest si porta dietro alcuni aspetti oscuri che rischiano di comprometterne l'ascesa.
In primo luogo in questi giorni si sta dibattendo parecchio sul tema dell'eventuale violazione di Copyright in cui si rischia di incorrere ogni volta che un utente condivide pinna un’ immagine dal web grazie al velocissimo "Pinterest Right Click". Per ora da Palo Alto ci si tutela proponendo il NOPIN button, che limita la condivisione dal proprio sito e di cui Flickr si è prontamente dotato. Resta il problema di come gestire le immagini uploadate dagli utenti, i quali potrebbero così bypassare la restrizione.
Seconda critica che si sta muovendo al social network è la possibilità di disporre liberamente dei contenuti pinnati dagli iscritti. A stabilirlo è un passo del TOS (Terms Of Service) che cita testualmente "...you hereby grant to Cold Brew Labs a worldwide, irrevocable, perpetual, non-exclusive, transferable, royalty-free license, with the right to sublicense, to use, copy, adapt, modify, distribute, license, sell, transfer, publicly display, publicly perform, transmit, stream, broadcast, access, view, and otherwise exploit such Member Content...".
I pochi utenti che hanno la cattiva abitudine di leggere i termini di utilizzo al momento della registrazione hanno storto il naso; soprattutto designer, grafici e fotografi professionisti ora vogliono vederci chiaro, prima di pinnare i propri lavori.
Infine, se anche voi avete cominciato a raccontarvi attraverso immagini ed infografiche e decorando le vostre Boards, vi sarete senz’altro chiesti quale sia il business model su cui si fonda Pinterest. Beh, al momento non è ancora ben definito. Fino a pochi giorni fa sembrava che monetizzasse generando sui pin degli utenti dei link di affiliazione, mediante il servizio Simlinks. In questo modo si poneva come intermediario tra i siti di retailer e gli utenti, guadagnando una commissione per ogni acquisto andato a buon fine. Tale pratica scoperta da LLSocial e divulgata da CNN ha generato così tanto rumore che il CEO Ben Silbermann è intervenuto sostenendo che già una settimana prima dell’uscita dell’articolo tale “esperimento” (e non monetizzazione, dice lui…) con i link di affiliazione era stato abbandonato. Ad oggi fare soldi non sembra essere la preoccupazione principale del team di Ben, ma non si esclude che prima o poi qualche forma di business possa attecchire tra le bacheche, compresa la pubblicità.
Forse nell’epoca dei social network gli utenti hanno imparato che se un servizio è gratis lo è perché loro stessi sono il prodotto da vendere e va bene così... semplicemente ciò che chiedono non è assenza di business attorno ai social media, ma trasparenza!











