Recentemente mi sono riascoltato in macchina gli ultimi lavori dei Dimmu Borgir impallidendo (in senso negativo) di quanta potenza cinematografica si sono fatti carico a scapito dell’efficacia del songwriting se si tiene conto di una (non più) black metal band. Da un lato si sente chiaramente la massiccia abilità di Mustis nel delineare i synth ai quali si affianca l’Orchestra Filarmonica di Praga: gli archi e l’andamento dei brani sembra davvero evocare film epici o serie tv di prim ordine. Certo, fra le cavalcate (iper triggerate di Nicholas Barker), le sezioni d’arco e i cori dei dannati è davvero difficile riuscire a distinguere qualcosa di tangibile e di memorabile al di fuori di quei due-tre casi che sono diventati singolo ("Progenies of great apocalypse", "vredesbyrd"). E al di fuori di qualche breve movimento, tutto il resto risulta essere un’enorme cornice di niente. Forse i Dimmu Borgir prima di tanti altri emuli nel metal estremo (mi vengono in mente i Der weg einer freiheit o anche i tardi the Secrets of the Moon) sono stati fra i primi a riuscire ad amplificare il nulla. Le chitarre diventano mero accompagnamento thrash-black, le quali – rafforzate dal drumming e da un basso pressoché impercettibile – creano delle massicce colonne piatte. Grosse, imponenti ma senza alcuna decorazione narrativa.
Quando i brani diventano leggermente più “chitarrocentrici” ("For the World to Dictate our Death", "Lepers among us") purtroppo si sentono le carenti composizioni di Galder che non fanno altro che sfornare normalissimi riff thrash-black dediti al riempimento più sterile nell’attesa di nuovi synth. Inutile dire quante volte si rimane inermi di fronte a cotanta sufficienza, ci sono brani come "Unhortodox Manifesto" che non hanno alcun senso... Certo è impossibile non drizzare le orecchie all’Orchestra e al Coro, ma si avrà sempre, ogni volta, l’impressione di una grandissima e massiccia amplificazione. "Blood Hunger Doctrine" può essere un meraviglioso incipit per i titoli di testa di una serie TV, ma il suo effetto wow è finito prima del compimento dei 2 minuti. "Allehelgens Død I Helveds Rike" ha qualcosa che ricorda "Kings of the Carnival Creation" velocizzata e più in generale anche il resto dell’album è tutto un già sentito sugli stessi canali Dimmu Borgir. Death Cult Armageddon, è l’ombra di Puritanical Euphoric Misanthropia (anch’esso purtroppo non uscito vincitore alla prova del tempo… e dire che quando uscì era un disco che mi aveva davvero preso ed entusiasmato); riesce a volte ad essere più impressionante del suo corpo-maestro principale ma gode dell’effetto di amplificazione di questa ombra: una volta che si accendono i lumi della ragione esso scompare in un attimo. Non credo sia finita: l’interludio "Eradication Instincts Defined" sembra di portare l’ascoltatore nel mondo fantastico di Danny Elfman… e questa caratteristica verrà ripresa sempre più spesso nei futuri Dimmu Borgir, soprattutto in Abrahadabra. Il pensiero successivo a tutto ciò è come con un semplice synth della Korg nel 1994 riuscivano ad essere incredibilmente più evocativi, coinvolgenti e terrificanti. Ultima nota di demerito: il lavoro artistico di Joachim Luetke. Luetke era un fotografo che finché non cadde nel succulento mondo della CGI era riuscito a crearsi una piccola personalità degna di merito attorno a Sopor Aeternus nel 2003-2004. Poi, il cantore delle catacombe è diventato una specie di addetto alla regia di Alien vs Predator.












