Gli Ultha, band tedesca di cascadiana memoria, ha rilasciato l’ultimo monolitico album A Light so Dim, su Vendetta Records, dando vita ad un lavoro clamoroso dopo il già incredibile e impegnativo All that has never been true. Lunghe canzoni viscerali magmatiche segnate da una certa serialità, dai riff vorticosi e circolari; grazie alla tipica matrice cascadian, puntualmente, nel corso dei brani, le rullate segnano la coda di lunghi riff ctonici. La particolarità di questo album è che le chitarre hanno un effetto di organo da chiesa, un synth che assomiglia ad un hammond che, a poco a poco, trasportano l’ascoltatore in una dimensione più elevata. C’è una specie di spazio religioso e ritualistico in A light so Dim, uno spazio che non è più tribale/ancestrale come nei colleghi nordamericani (Fell Voices, Ash Borer…) ma piuttosto gli Ultha decidono di prendere dal tribalismo del post-punk. "Her Still Singing Limbs" inizia come un brano dei Bauhaus o dei Throbbing Gristle e si evolve portando le chitarre in secondo piano, terzo piano, a volte anche più in basso. Il tutto, ovviamente senza elettronica (intesa come pulsazioni robotiche o cibernetiche) ma con un andamento sempre caldo. "Hex Upon our Heads" sfoggia una brutalità pazzesca, quasi noise; due voci si intervallano su diversi registri creando un dialogo diabolico costantemente martellato da blast-beat infiniti. Ma, ripeto, è sempre la dimensione delle tastiere e delle chitarre effettate a creare l’atmosfera principale, in questo brano sempre più sghemba, quasi fuori tempo. E, questo stato di trance collettiva, di rito messianico si fa sempre più intenso; le pause sono gestite in maniera divina (o meglio, diabolica), mostrando spiragli di luce al fruitore: il finale di "Hex Upon Our Heads" è un sospiro di sollievo dopo un martirio. "Sister Faith & Sister Glance" è la risposta post-punk/new wave a tutti quegli act (Alcest ? Lamp of Murmuur) che vogliono per forza mostrare il loro lato alternativo integrando parzialmente il lato gothic e il lato blackmetal, fra loro... o a volte non integrandolo per niente. La musica si fa leggermente più chiara ma sempre su tonalità grigie, malinconiche e spettrali. Si sente un eco di The Western Lands dei Gravenhurst e, fondamentalmente, un gothic-rock più cantautoriale e contemporaneo. "Cherry Knots" alza ancora più il livello del songwriting, mostrando una piano-track quasi in stile Dead Can Dance: gotica in senso liturgico, eterea ma senza alcun connotato blackgaze (meno male !). "Pink Lights Soiling to Copper" ci mostra ancora questi synth spettrali, i quali sono ormai la colonna portante di questa architettura. Ora però più che mai, verso la fine dell’album, la convivenza di tutte le sfumature sonore di cui abbiamo parlato non sono mai state così intense. Il muro di suono crea un’apocalisse visiva; è come se gli Amenra, i Celeste, gli Swans e gli Elend si fondessero in un’unica creatura slegando il più terribile e visionario parossismo sonoro. Quando pensi di esser rimasto senza parole "The Quiet Current" si mostra come un’altra ballata malinconica, a voce pulita, con influenze gothic e shoegaze, con un piede negli Schammasch e un altro in Anna Von Hausswolff: a mano a mano che scorrono i minuti, le chitarre si fanno sempre più piene (sia come gli Alcest che come gli Editors però), si riempiono di echo e delay finché la luce creata fino ad ora non si affievolisce.
La conclusiva "To Part the Abelia Springs" rappresenta la summa di questo post-black metal, post-rock, post-hardcore intriso di mistica non religiosa, di scream su chitarra semi-acustica e sull’organo; e sullo sfondo l’incessante blast-beat che però tende a rimanere nascosto e a comportarsi quasi come un metronomo. I cori aumentano (con tanto di 40 voci di donne del coro di Colonia), la ripartenza a poco più di metà traccia è sconvolgente; la visione non si fa né celestiale né infernale ma si percepisce un gorgo di anime e di corpi che si muovono verso altri mondi. Gli Ultha hanno davvero sfoggiato un capolavoro che non scardina totalmente nessun genere, eppure siamo di fronte alla maestria di aver dipinto alcuni paesaggi particolari e averli mostrati nel modo giusto al momento giusto.













