“Nel cinema s’incontra l’infinito”
Piccola intervista con Mary Jimenez
Noi di OnDocks vogliamo assecondare quest’atmosfera di feste e regali, facendovi un dono speciale: una piccola intervista con Mary Jimenez, filmmaker in Focus per la 56 esima edizione del Festival dei Popoli di Firenze dello scorso Novembre. Immagini del verbo amare è il titolo della retrospettiva che le è stata dedicata, e la dice lunga sul suo fare cinema, e su di lei.
Io ho avuto l’onore di essere una sua allieva per qualche tempo a Bruxelles, all’interno della piattaforma SIC Sound Image Culture in cui lei è una dei tutor. Dopo averla incontrata al Festival dei Popoli le ho chiesto se non avesse voglia di rispondere a qualche domanda per i lettori del blog di OnDocks. Ed ecco qui le sue risposte, arrivate preziose e pensate come un bel regalo di Natale. Buona lettura! Martina
- Spesso, descrivendo i tuoi film, le persone parlano di una dimensione “intimista”. Ti piace come definizione? Le persone hanno bisogno di nomi per creare dei concetti per comprendere le cose. Credo che alcuni dei miei film guardino dentro una realtà personale, e che si possa anche chiamarli auto-etnografici, in quanto descrivono anche un mondo in cui un personaggio (in questo caso il mio personaggio) interagisce in un modo specifico. Rappresentare un mondo, anche tramite l’uso di metafore, e qualcuno le cui radici e la cui evoluzione sono definite e condizionate da questo mondo, è proprio fare auto-etnografia.
- Cosa suggeriresti ad un filmmaker che vuole raccontare le sue storie partendo da un’esperienza personale? Per un filmmaker che voglia partire da un’esperienza personale non ho altro consiglio se non quello di essere se stesso, e il più vicino possibile al punto in cui si trova in termini di capacità, di comprensione e di potere. Forse così quello che rappresenterà raggiungerà un livello universale.
- Qual è oggi l’importanza di un punto di vista “autoriale”? Avere un punto di vista significa essere in grado di organizzare i valori che sono caratteristici di un film. E’ usare una narrazione e le forme poetiche che il cinema offre per invitarci in un viaggio verso qualcosa di valore, qualcosa che abbia un’importanza. Non è solo essere reali, o audaci, o onesti. E’ tutto questo E riuscire a guidare il pubblico verso un momento di comprensione. Un regalo. Un film, qualunque film deve essere in grado di offrire qualcosa di valore.
- Qual è il tuo rapporto con il tuo paese natale, il Perù? Mi piace il cibo, e la musica. E’ fisico. - La valigia di un filmmaker. Cosa deve avere sempre con sé? Amore per le persone con cui lavorerà, e soprattutto per quelle che filmerà. Pazienza. E fiducia. Quello che spunta ci sorge davanti sarà sempre molto di più rispetto a quello che ci eravamo immaginati.
Dal catalogo del Festival dei Popoli:
Mary Jiménez (nata nel 1948 a Lima, in Perù) si laurea prima in Architettura e Urbanismo all’Università di Lima, poi decide di trasferirsi a Bruxelles per studiare Cinema all’ISAS. [...] La sua carriera da regista scorre in parallelo a quella d’insegnante: “Produzione Cinematografica” è la sua materia alla Scuola del Cinema di Cuba, in Svizzera e all’ISAS. Con il film di finzione 21:12 Piano Bar, del 1981 vince il Prix de la Confédération du Cinéma d’Art et d’Essai e più tardi, con L’Air de rien del 1989 il Premio della Regia al Festival di Barcellona. La scrittura (come cineasti in Europa siamo costretti ad essere anche sceneggiatori, a scrivere delle storie) ci forza a strofinare l’infinito”. Un côtoyer, quello dell’infinito, che viene ottimamente accolto dalla critica anche per quanto riguarda i suoi documentari. Lo splendido Du verbe aimer del 1984, viene considerato una delle più alte prove di ‘cinema dell’autobiografia’ e più tardi Loco Lucho (1998) vincerà al Festival di Taiwan (TIDF) il premio per la Miglior Regia. In occasione del Festival di Cannes del 2000 sperimenta le potenzialità di internet presentando alla Quinzaine des réalisateurs una raccolta di 35 film, della durata di 1 minuto ciascuno, caricati sul sito web Icuna.be, di sua ideazione. Più tardi La Position du lion couché, documentario del 2006, vince il Premio dell’Intercultura al Festival Filmer à tout prix di Bruxelles. Tra il 2013 e il 2014 Mary Jiménez riceve, insieme alla co-regista Bénédicte Liénard, una serie di premi per il film documentario Sobre las brasas: Premio del Festival Filmer le travail di Poitiers, Premio della Giuria al Festival Internacional de Documentales de Santiago (FIDOC), e il Premio della Giuria al TIDF. Nel 2014, conFace Deal è nella Selezione Internazionale di Vision du Réel a Nyon.“Ho scoperto che volevo fare cinema in un sogno - conclude su cinergie.be (sito dedicato al cineme belga) - dove una donna rispondeva alla mia domanda sul senso della vita con dei movimenti silenziosi, come al ralenty. Il mistero del sogno, che sono riuscita a decriptare solo qualche settimana dopo, diceva che, nel cinema, s’incontra l’infinito”.












