Regista o produttore? Davide Barletti incarna entrambi i ruoli e ci racconta Il miracolo di Fluid Produzioni.
Sono giorni in cui rifletto molto sulla condizione attuale dell’industria cinematografica in Puglia. Mi chiedo se questi anni sono stati un meraviglioso, spettacolare arcobaleno che ha stupito tutti, ha portato le macchine da presa in giro per le strade della nostra altrettanto meravigliosa regione, prima di scomparire? E’ stata un’illusione ottica data dalla fine della pioggia e del buio culturale in cui si viveva prima, o è rimasto veramente qualcosa?
La mia parte ottimista mi porta a guardare una delle storie più belle, non a caso vicine al documentario, che sta avendo sempre maggiore risalto a livello nazionale e internazionale.
La Fluid Produzioni ci racconta come in Puglia si possa creare industria nel settore cinematografico partendo da una forte motivazione personale, lavorando, lavorando, lavorando.
Davide Barletti è una delle anime della Fluid, un marchio che, come un buon Negramaro, con il passare del tempo migliora.
Regista e produttore allo stesso tempo, Davide sta riuscendo a conciliare le esigenze di un autore con quelle del mercato, trovandosi perfettamente a suo agio nel lavoro di squadra tanto da firmare come coregia molti dei suoi lavori.
Abbiamo incontrato Davide di recente a Bari al cinema ABC, uno dei baluardi del Circuito D’Autore, dove ha presentato il suo ultimo lavoro firmato in coregia con Jacopo Quadri, “Il Paese dove gli Alberi volano”.
Raccontare Eugenio Barba. Com’è stato confrontarvi con questa leggenda della Storia mondiale del Teatro contemporaneo?
Solitamente il binomio teatro/cinema è un terreno scivoloso, perché si tratta di linguaggi molto diversi. Il primo gioca sull’immediatezza, sulla presenza fisica degli attori all’interno di uno spazio, il secondo gioca con le immagini. Raccontare questa presenza attraverso le immagini rischia di annoiare lo spettatore, figurarsi quando si parla di un personaggio come Eugenio Barba. Inizialmente io e Jacopo partivamo da due punti diversi. Lui, figlio di Franco Quadri, storico critico teatrale, amico personale di molti registi e attori noti, nel suo percorso da regista inizia un viaggio nella memoria del padre, fondatore della storica case editrice di critica teatrale Ubu Libri, basandosi sulle relazioni con maestri del teatro come Luca Ronconi (su cui ha girato il suo primo documentario) e in seconda battuta Eugenio Barba. Per lui Barba è il mito della sua adolescenza, le vacanze in Danimarca all’Odin Teatret rimangono ricordi scolpiti nella memoria di un ragazzo.
Io invece partivo dalla mia passione per raccontare biografie di personalità importanti, in cui forte è il legame con la terra d’origine, la Puglia, nel mio caso.
La figura di Eugenio Barba è ancora circondata da un’alone di mistero, un gallipolino che emigra da bambino e finisce a fare teatro in Scandinavia, con Grotowski. Torna in Italia a metà degli anni settanta a Carpignano Salentino dove si trasferisce con tutto l’OdinTeatret, per sei mesi, inaugurando di fatto l’arte del baratto, aprendo il teatro al paese. Si diceva che con Barba erano arrivate “le svedesi”, alludendo anche all’immaginario erotico del tempo, in un paese molto lontano dal Salento di adesso.
Unendo questi due punti di partenza estremamente diversi è uscito un film totalmente nuovo, diverso da come Jacopo l’aveva concepito inizialmente, diverso dal film biografico legato alla Puglia come lo intendevo io. Ci siamo incentrati sul racconto dei 50 anni dell’Odin facendo un film che parla di tante cose insieme. Parla di arte e comunità, di utopia, di un confronto generazionale, di un fortunato rapporto tra istituzioni e cultura che ha permesso di costruire una pratica artistica a lungo termine. La cosa che forse colpisce di più in questo film è l’approccio diretto al processo creativo del maestro. E’ diventato quasi un documentario osservazionale. Le reazioni del pubblico ci hanno dimostrato che questo è stato un elemento molto forte. Chi conosce la storia di Barba, i suoi scritti, i suoi spettacoli, rimane spiazzato davanti a questo documentario che svela totalmente la sua aura. Chi conosce meno la sua storia entra fortemente in empatia con la personalità del maestro, raccontato anche con una vena ironica che è piaciuta molto al pubblico.
Ho notato un lavoro molto interessante anche sul suono.
Devo ringraziare Antonio Barba, casualmente omonimo del protagonista, che ha fatto un lavoro di presa diretta eccezionale, utilizzando dei microfoni particolari che hanno permesso anche in situazioni di grande confusione di utilizzare la musica prodotta durante lo spettacolo e di lavorare in postproduzione con il materiale che avevamo. Non abbiamo utilizzato alcuna musica che non provenisse dall’Odin e questo immerge lo spettatore ancora di più nella realtà che volevamo raccontare.
Ci dici di più sulla storia produttiva di questo film?
Il progetto nasce nel 2013 grazie al finanziamento allo sviluppo di Media (ndr Creative Europe) che ha permesso con 25.000 € di iniziare la scrittura del documentario e anche le riprese preliminari.
A maggio 2014 abbiamo ottenuto un importante sostegno dalla Apulia Film Commission che ha istituito un fondo lungimirante per lo sviluppo produttivo pugliese, il Regional Film Fund, che permette alle case di produzione e agli autori pugliesi di raccontare delle storie che non abbiano il vincolo contenutistico legato al territorio pugliese.
Grazie ai 35.000 € del fondo Regional abbiamo iniziato le riprese a Giugno, tra la Puglia e la Danimarca, dove siamo tornati una seconda volta verso la fine dell’estate per terminare alcune riprese. A completare il pacchetto produttivo sono arrivati i fondi del MiBac a cui abbiamo chiesto il sostegno alla produzione come cortometraggio essendo il film inferiore ai 75’. Fondamentale è stata la partecipazione agli Italian doc screening di Palermo dove abbiamo incontrato l’interessamento di SKY ARTE e naturalmente la proiezione a Venezia da cui è nato in seguito l’accordo sulla distribuzione con Wanted Cinema. Il film per ora ha in programma proiezioni a Roma, Bologna, Bari, Lecce, Milano, Ferrara, Gallipoli, Taranto e Cesena. In primavera sarà in onda su SKY ARTE e stiamo concludendo degli accordi con le televisioni danesi per trasmetterlo anche lì.
Che rapporto hai con il cinema documentario? C’è un filo conduttore nelle storie che decidi di raccontare come documentarista?
Fluid nasce come collettivo nella metà degli anni ’90 e legava la sua esistenza al racconto politico di un territorio. Si faceva controinformazione, eravamo legati alle realtà dei centri sociali. Con l’avvento delle prime telecamere digitali potevamo veramente essere indipendenti, raccontare delle storie senza dar conto a nessuno, fondi, festival, mercato. Rispondevamo ad un’urgenza narrativa personale e comunitaria di comunicare con il mondo esterno, di far conoscere quelle storie. In quel momento ha ripreso forza il cinema documentario e, seppur le cose siano mutate nell’approccio alla produzione, questa urgenza, la passione, lo spirito che ci unisce risale a quegli anni lì. In questo senso penso che il documentario come genere ti dia la sensazione di star vivendo un momento storico anche dopo la fine del film. Nel cinema di finzione, finito il set, l’opera può essere incisiva sul presente o essere dimenticata, con il documentario invece stai sempre lasciando qualcosa, perché tu stesso fai parte di un momento storico, non è una narrazione fine a sé stessa. In questo vivere un passaggio storico, nelle relazioni personali con i personaggi e con i luoghi vedo un filo conduttore della mia ricerca stilistica: dalle grandi storie alle piccole storie, dai ritratti di Cecilia Mangini ed Ettore Scola a Italian Sudest. Soprattutto in Puglia, durante la meteora Vendoliana, si è vissuto un passaggio epocale: da terra di confine, isolata dal mondo, all’apertura al turismo e all’accoglienza dei flussi migratori. Da un passato arcaico si è arrivati al postmoderno, in pochissimo tempo. Tutto ciò ha generato un’esplosione di contraddizioni, che ha fatto sì che si vivesse in un teatro all’aria aperta, dove bastava andare in giro e arrivavano spunti narrativi. Molte di queste storie a cui Fluid ha legato il suo percorso hanno a che fare con l’essere un ponte sul Mediterraneo. Abbiamo prodotto documentari sulla crisi greca, sulle minoranze linguistiche, sull’identità salentina e per ultima “il Successore” che nasce proprio a cavallo delle sponde dell’Adriatico.
Ti va di anticipare qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
Adesso con Lorenzo Conte, cofondatore di Fluid, stiamo lavorando a un film di finzione “La guerra dei cafoni” tratto da un libro omonimo di Carlo D’Amicis, che ora è in fase di post produzione. Il montaggio è di Jacopo Quadri. E’ stato girato la scorsa estate e vede come protagoniste due bande di tredicenni che si contendono un luogo immaginario della Puglia. Diviene una specie di teatro di guerra, una sorta di allegoria sulla lotta di classe. Un film che rientra in un filone di genere che fa riferimento a capolavori come Il signore delle mosche o i ragazzi della via Pal per citarne alcuni, cui mi sento molto legato.
Come produttore, vieni dal recente successo de Il successore, Premio Cipputi al Torino Film Festival, selezionato all’IDFA di Amsterdam. Come vedi il futuro di Fluid? Come concili le due figure quelle di produttore e quelle di regista?
Penso sia molto importante avere uno sguardo attento a osservare quello che accade attorno, oltre il mio film. Già da un pezzo avevamo sott’occhio il lavoro di Mattia Epifani, con cui avevamo già lavorato su Rockman, il documentario sulle origini dei Sud Sound System. Le pagine di un articolo di Alessandro Leogrande sulla storia di Vito Alfieri Fontana ci hanno colpito profondamente, così abbiamo proposto a Mattia di lavorare al film, partecipando al bando del Progetto Memoria di Apulia Film Commission. Da lì è nato tutto. Indossare i panni del produttore è una cosa molto bella, capisci ancora meglio che realizzare un film è un lavoro di squadra. Riuscire a costruire un rapporto con gli enti e le televisioni, per far sì che un film venga su è una sensazione stimolante. Soprattutto se si riesce a mantenere una certa linea editoriale, sai che quando esce un film prodotto da quel nome, da quella società o da quel gruppo è almeno una garanzia di un certo sguardo. Un film può essere più o meno riuscito ma è sicuramente riconoscibile, avendo un suo valore, un suo senso di esistere nel percorso di quella società. Con Fluid le cose, fortunatamente, stanno andando bene, collaboriamo anche con National Geographic e c’è la speranza di crescere e di diventare un punto di riferimento.
Sappiamo che il progetto Memoria ha un budget limitato. Quanto conta il budget di produzione, quanto la storia, quanto la scrittura e la regia per entrare in un mercato così competitivo?
Ci vuole una certa esperienza per costruire un film che possa andare nei festival internazionali dove, come è capitato ad Amsterdam, ti trovi in concorso con opere che hanno un budget dieci volte superiore a quello del tuo film. Nella proporzione di riuscita di un documentario come Il successore, la storia assume un ruolo fondamentale. L’evoluzione del personaggio, il senso di colpa, il perdono, la rinascita, il doppio, erano già lì evidenti. Così come chiaro e definito era il tema e l’immaginario della guerra nei Balcani. La storia si è costruita anche grazie a un primo sopralluogo in Bosnia dove abbiamo incontrato uno dei due personaggi principali del film e poi Mattia ha scritto un bellissimo trattamento, che curava tutti i passaggi del film nei dettagli.
Molto importante è l’organizzazione e la preparazione della troupe, già abituata a girare in condizioni di estrema semplicità e poi chiaramente lo sguardo del regista.
Bisogna tener conto però che un film girato in Puglia e in Bosnia, con una troupe collocata fiscalmente, con i contributi pagati, un’attrezzatura tecnica dignitosissima, ti fa capire bene che non è facile come sembra. I soldi non si moltiplicano ma questo film nasceva da un’urgenza, avevamo veramente voglia di farlo. Naturalmente sono operazioni che si possono fare una, due volte al massimo, bisogna pur mangiare. Sono contento però di affermare che tutti quelli che hanno lavorato al film sono stati pagati e, seppur al minimo sindacale, la motivazione non è mai mancata a tutti perché sentivamo la voglia di raccontare questa storia. Come dicevo prima, per il cinema documentario la cosa più importante è uscire da un’esperienza dove, se non ti sei arricchito dal punto di vista monetario, almeno ti sei arricchito dal punto di vista umano.
Grazie e complimenti per il tuo lavoro. Esempi di questo tipo ci auguriamo possano essere un faro per indicare ai giovani documentaristi un percorso possibile che le istituzioni devono accompagnare e supportare.
Il paese dove gli alberi volano - un film di Davide Barletti (2015, 77′)
Il successore - un film di Mattia Epifani (2015, 52′)