Quattro chiacchiere con Claudia Brignone
Abbiamo incontrato la regista Claudia Brignone il cui documentario “La Malattia del desiderio” è stato premiato durante la IX edizione di #DocUnder 30
Claudia Brignone, classe 85’, napoletana. Negli ultimi anni ha lavorato come assistente di produzione a diversi documentari, ha collaborato all’organizzazione del Festival Internazionale di Cinema e Diritti Umani di Buenos Aires e si è anche occupata del coordinamento di un corso di cinema e fotografía all’interno del carcere femminile di Ezeiza (Buenos Aires). Durante gli anni di formazione universitaria, un percorso di ricerca già la conduceva ad approfondire il mondo del documentario e le sue esplorazioni l’hanno condotta al Ser.T. di Fuorigrotta.
Come ti sei avvicinata alla realtà del Ser.T. Fuorigrotta e quando è sorta in te la necessità di osservare da vicino le dinamiche che attraversano quel campo?
“La Malattia Del Desiderio“ è cominciato circa quattro anni fa. Per un esame universitario dovevo fare un video sul tema delle dipendenze, così cominciai a fare delle ricerche, cercavo storie di dipendenza affettiva, di donne che si incontrano per trovare conforto per problemi sentimentali, ma non trovai nulla che mi interessava. Un giorno uno psicologo mi diede appuntamento al Ser.t di Fuorigrotta. Non conoscevo quel centro e varcata la soglia dell’ingresso ricordo di aver avuto paura. Questa sensazione l’ho tenuta con me fin quando non ho deciso che quel posto doveva essere raccontato. Mi sembrava assurdo che quasi sotto la curva A dello Stadio San Paolo di Napoli, in un ex sala stampa fatta costruire nel 90' per i mondiali ci fosse un servizio per le tossicodipendenze di cui quasi nessuno sapeva l'esistenza. Inizialmente feci solo delle interviste al responsabile del centro e a due “utenti” che in quel caso non si fecero inquadrare nelle loro totalità. Questo non mi sembrò corretto, e così mi resi conto che avrei dovuto chiedere dei permessi per più tempo ed instaurare una vera relazione con loro. Decisi di non dare più nulla all’università e di cominciare un mio lavoro.
Il tuo documentario si avvicina maggiormente ad uno stile osservazionale, infatti sembra che da parte tua ci sia stata la scelta di lasciar scorrere il vissuto dinanzi alla telecamera, cercando di restituirla in maniera quanto più complessa e ricca possibile, ma, in effetti quanto quell'occhio puntato ha influenzato la realtà osservata?
Quando una telecamera entra in luogo credo sia inevitabile il condizionamento, posso dire però che avendo frequentato il servizio per anni, si era creata sia con i dottori che con i ragazzi coinvolti nel film una relazione di fiducia e di reale scambio, che mi ha permesso di seguire le persone durante le loro ore di lavoro o durante i colloqui più intimi. In questi casi i protagonisti erano abituati a me e alla camera. Per me filmare non è semplice, è quasi un "atto di violenza" e sentivo una grande responsabilità nei confronti delle persone filmate. Preferisco osservare le situazioni, lasciare che le persone interagiscano tra loro e poi cogliere quei piccoli momenti che messi insieme faranno il film. Poi però ho scelto anche di intervenire e di lasciare che la mia voce entrasse in questo luogo. Credo sia importante sperimentare provando anche a seguire delle intuizioni.
Che ruolo ha avuto il montaggio nella definizione della tua opera e ci sono dei principi organizzativi che hanno dominato le tue scelte di post-produzione?
La difficoltà maggiore è stata proprio la fiducia. Nessuno si voleva far filmare, al ser.t vige l’anonimato, quindi non ho moltissimo materiale. All’inizio credevano volessi fare un video sensazionalistico da mettere su youtube, poi quando hanno cominciato a vedermi spesso, hanno capito. Molti non è che non si fidavano di me ma avevano paura di quello che la gente che avrebbe visto il film poteva pensare della loro situazione. Ho trascorso molto più tempo nella sala d’attesa, nella stanza della somministrazione, nei corridoi , ad ascoltare e a parlare invece che a filmare, ma l'osservazione e la ricerca sono state molto utili. Il montaggio è stata una fase fondamentale e di grande confronto con la montatrice Chiara De Cunto, una professionista. Abbiamo guardato ed ascoltato molte volte il girato, cercando di scegliere il giusto “pezzettino” che doveva essere rappresentativo di quelle vite così dense. Sentivamo un profondo rispetto per quel materiale, per i ragazzi e per i dottori che si sono completamente affidati. Ci siamo interrogate molto sulla forma del racconto corale per restituire quello che io avevo provato stando in quel luogo. Ho girato per circa un anno ed abbiamo montato a diverse fasi, poi ci siamo fermate per diversi mesi, sia per motivi economici che per prenderci una pausa per essere più lucide per la versione finale.
Come è stato prodotto “La malattia del desiderio”?
“La Malattia Del Desiderio” è un autoproduzione . La Casa Editrice Idelson Gnocchi mi ha fornito le attrezzature per girare il film e solo quando il film era finito una Casa Farmaceutica, mi ha dato un contributo per far circolare il film nei circuiti medici. E’ stato un lavoro lento, anche perché ho dovuto fare altri lavori per sostenermi e per pagare le persone che hanno lavorato al film. Ma ci tenevo molto al progetto e l’ho portato avanti. Fare il film è stato lungo e in alcuni casi difficile perché, essendo il mio primo lavoro, non sapevo da dove cominciare. All’inizio pensavo che sarebbe stato un corto poi dopo una prima fase di montaggio decisi di mostrare il materiale a Leonardo Di Costanzo, che mi incoraggiò a continuare a girare. L’incontro con Di Costanzo è stato fondamentale nella realizzazione del film, soprattutto perché si dimostrò disposto a guardare il nuovo materiale. Guardare il girato insieme ad un professionista capace di insegnare, è stato molto utile nella ricerca della mia posizione e della giusta distanza all’interno di quel luogo così complesso ed ostile. Ho continuato a girare per altri sette mesi perché sentivo che il film non era ancora finito, solo quando uno degli utenti è venuto a mancare ho capito che anche se il film non sarebbe stato perfetto non me la sentivo più di entrare al ser.t con la camera. Credo sia fondamentale e necessario il confronto con dei maestri e anche con gli altri collaboratori che hanno lavorato al film per cifre davvero irrisorie. Ringrazio Chiara De Cunto la montatrice del film, Salvatore Landi, direttore della fotografía e colorist, Dario Calvari che si è occupato della post- produzione audio, e tutti gli amici che si sono spesi spesso anche gratuitamente per questo progetto.
Quale percorso distributivo sta percorrendo il tuo documentario [festival, proiezioni, dvd, vendite]?
Il film ha vinto il Premio del Pubblico al Salina Doc Festival 14 e una menzione speciale della giuria “ Per lo sguardo empatico della regista che ci ricorda senza moralismi che ogni esistenza ha bisogno di cure”. Poi il premio come miglior autoproduzione al Napoli Film Festival e poi di recente il premio al Miglior Montaggio ed il Premio Scuole al festival Noto Documentaria 2015. E’ stato proiettato a diversi festival in Italia e all’inizio abbiamo fatto delle proiezioni a Napoli a Roma a Milano e a Torino.
Quali sono gli autori che più ti ispirano?
Ci sono autori che mi interessano molto e che sono per me fonte di riflessione e ricerca, da Di Costanzo a Wiseman , Pietro Marcello, Minervini, Gianfranco Rosi, Philibert, Claire Simon, Martina Parenti e Massimo D’Anolfi. Nel vedere documentari mi concentro molto sugli aspetti drammatici che la narrazione solleva, la prossimità o distanza rispetto ai personaggi, alle loro storie ed esperienze. Reputo che anche l’attenzione formale abbia il suo peso, l’immagine deve essere curata per essere fruita nel modo giusto e funzionale alla storia che sto raccontando. Sono in una fase di formazione e di crescita soprattutto grazie ai riscontri e ai dibattiti che si generano dopo le proiezioni di “La Malattia Del Desiderio”. Sinceramente non mi aspettavo questa accoglienza. A livello produttivo, credo sia molto difficile fare questo mestiere liberamente, gli autori che mi interessano e che sono per me fonte di ispirazione spesso diventano anche produttori dei loro film, questo mi fa molto riflettere. Ma allo stesso tempo questo non deve essere un motivo per cedere.
Questo è il tuo primo documentario, se ne dovessi immaginare un secondo che temi ti piacerebbe affrontare?
Nel racconto della realtà mi interessano molto i luoghi, spazi in cui le persone si incontrano. Per ora non mi interessa filmare le persone nelle loro case o seguirle nella loro quotidianità . Mi interessa invece quando si incontrano e sarà poi lo spettatore ad immaginare che vita hanno o dove vivono. Per questo ho scelto di non uscire mai dal ser.t. Mi sembra interessante scegliere un luogo per dare un’unità spaziale al film, così ho scelto il ser.t per raccontare la dipendenza dal punto di vista della cura. Sto lavorando al mio prossimo film, un lavoro su un parco, una grande villa comunale che si trova in una periferia di Napoli.