Cosa fai: cerco di comunicare – ascolto – osservo – poi riverso sugli altri quella che credo sia la realtà delle cose che vedo, almeno una sua possibile interpretazione in un’immagine – racconto attimi, intuizioni, momenti sospesi. Per certi aspetti facendo radio e facendo poesia mi è sempre sembrato di fare la stessa cosa. “Glimpses”, come dicono gli inglesi. Memorie, illuminazioni.
Sono alla ricerca del dialogo, del comunicare me stesso non per narcisismo ma per confronto. Ho iniziato a farlo scrivendo, si può dire che tutto è partito da li.
Il giornalismo è venuto dopo, anche se mi piace dire di essere prima di tutto un radiofonico e poi un giornalista. Questo perché la radio fa parte della mia infanzia: con mio padre, la sera, . Era un rito. IL nostro “radio day”: ascoltavamo le notizie e i primi esperimenti di programmi con le telefonate degli ascoltatori, già dal 1968 più o meno. Ho fatto il 68 così, ascoltando il mondo che ribolliva, e gracchiava da una radio, a 4 anni Per me la radio, l’oggetto fisico , era affascinantissimo: si illuminava, aveva dietro le scritte “Berlino”, “Tokyo”, “Parigi”, ma non sapevo quasi nulla se no n che fossero città lontane. Non esisteva la modulazione di frequenza e dunque arrivavano storie di paesi lontani, si faceva un grande esercizio d’immaginazione e di ascolto. Non avevo un Salgari da leggere, avevo una radio con le manopole e il vetro illuminato e i nomi di luoghi lontani da guardare ..
In sostanza sono sempre stato uno che parlava poco e ascoltava molto: oggi per me fare radio significa allo stesso tempo dialogare con il mondo e mantenere una mia dimensione intima.
Non è un caso che questa intimità io la leghi molto anche alla poesia, perché la poesia è anche un tipo di comunicazione intima, un po’ più labirintica come linguaggio, un po’ più complessa, non diretta, fatta di metafore, ma paradossalmente è una cosa che ti arriva più direttamente della comunicazione: in fondo quello che io sono veramente sta nelle cose poetiche che scrivo.














